“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10). Queste parole di Gesù hanno una forza particolare quando si parla della vita sacerdotale. Il sacerdote è chiamato a servire, non a costruire la propria gloria; a donarsi, non a cercare riconoscimenti; a stare accanto alle persone, soprattutto nei momenti in cui la vita è fragile, ferita e segnata dalla sofferenza.

Essere «servo inutile» non significa che ciò che abbiamo fatto sia stato inutile. Significa piuttosto riconoscere che tutto ciò che abbiamo ricevuto e tutto ciò che abbiamo potuto compiere è grazia. Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare: servire il Signore servendo i suoi figli. E alla fine non possiamo rivendicare nulla, se non la gioia di aver cercato, con i nostri limiti e le nostre fragilità, di essere fedeli alla chiamata ricevuta.

Penso, in particolare, alla vita di un sacerdote che ha dedicato più di quarant’anni del suo ministero al servizio come Cappellano di ospedale. Quarant’anni accanto alla sofferenza, alle famiglie, ai malati, alle paure, alle speranze e alle domande che nascono quando la vita si confronta con il suo limite. Quarant’anni nei quali, giorno dopo giorno, ha cercato di portare una parola, una preghiera, una presenza, forse anche semplicemente un silenzio condiviso.
Una vita così merita certamente riconoscenza. È giusto fermarsi, dire grazie, riconoscere il bene ricevuto e rendere grazie a Dio per il dono di un ministero così lungo e generoso.
Ma c’è una domanda che non possiamo evitare.
Perché tante volte le parole più belle arrivano quando una persona non può più ascoltarle?
Siamo capaci di dire quanto è stato bravo, quanto è stato generoso, quanto ha rappresentato per noi, quanto la sua presenza sia stata una benedizione. Costruiamo quasi dei monumenti con le nostre parole. Organizziamo commemorazioni, pronunciamo discorsi, ricordiamo episodi, moltiplichiamo gli elogi.
Ma quella persona ormai non c’è più.
E allora viene spontaneo chiedersi: perché non abbiamo trovato il coraggio, il tempo e la libertà del cuore per dirglielo quando era ancora tra noi?
Perché non siamo andati a trovarlo quando era ormai ritirato dal servizio? Perché non abbiamo bussato alla porta della struttura dove viveva? Perché non ci siamo seduti accanto al suo letto, anche solo per mezz’ora, senza avere nulla da fare, nulla da chiedere, nulla da organizzare?
Se davvero quella persona è stata una benedizione per la nostra vita, perché abbiamo aspettato che non potesse più rispondere per dirglielo?
Forse questa domanda riguarda non soltanto un sacerdote, ma tutti noi.
Siamo spesso generosi con le parole e avari con il tempo. Sappiamo riconoscere il bene quando ormai è diventato memoria, ma facciamo fatica a riconoscerlo mentre è ancora presenza. Ci commuoviamo davanti a una bara, ma forse non abbiamo avuto il tempo di sederci accanto a un letto.
Eppure il Vangelo ci insegna che l’amore cristiano è concreto. Non è soltanto dire parole belle. È esserci. È condividere il tempo. È visitare. È fermarsi. È ascoltare. È stringere una mano. È regalare una presenza quando quella presenza non produce nulla per noi.
Forse dovremmo imparare a dire «grazie» prima del funerale.
Dovremmo imparare a dire a un sacerdote: «Grazie per quello che hai fatto».
A una persona anziana: «La tua vita è stata un dono».
A un amico: «La tua presenza mi ha fatto bene».
A un malato: «Sono contento di essere qui con te».
Non perché abbiamo bisogno di adulare qualcuno, né perché dobbiamo trasformare un uomo in un monumento. Ma perché la gratitudine, quando è autentica, cerca la persona viva e non soltanto il suo ricordo.
E forse anche questo appartiene alla spiritualità del «servo inutile».
Il servo non vive aspettando applausi. Fa ciò che deve fare e continua il suo cammino. Ma noi, che abbiamo ricevuto il bene attraverso il suo servizio, abbiamo una responsabilità: riconoscere il dono mentre il donatore è ancora in mezzo a noi.
Perché un grazie pronunciato davanti a una tomba può essere sincero, ma un grazie pronunciato davanti a un volto ancora vivo diventa comunione.
Un applauso dopo la morte può onorare una memoria.
Una visita durante la solitudine può invece consolare un cuore.
E allora forse la domanda che dovremmo portare nella nostra preghiera è molto semplice:
Chi sono le persone che oggi vorrei ringraziare, ma che sto aspettando di perdere per trovare finalmente le parole?
E ancora:
A chi potrei regalare oggi un’ora del mio tempo, invece di dedicargli domani un minuto di commemorazione?
Il sacerdote che ha servito per quarant’anni forse dirà ancora: «Sono soltanto un servo. Ho fatto quello che dovevo fare».
Ma noi possiamo rispondere:
«Proprio perché hai fatto ciò che dovevi fare, vogliamo dirti grazie mentre sei ancora qui. Vogliamo che tu sappia che il tuo servizio non è passato invano. E se sei stato una benedizione per noi, vogliamo avere la grazia di esserti accanto, non soltanto di ricordarti quando non ci sarai più».
Perché la vera gratitudine cristiana non aspetta la morte per diventare memoria.
La vera gratitudine si fa presenza
Don Dante Daylusan 
foto
S.E. Orazio Francesco Piazza e don Dante Daylusan
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