Un giovane sacerdote “sceglie” di togliersi la vita
Permettetemi questa meditazione sofferta. Leggere che don Matteo, di 35 anni, decida di morire
togliendosi la vita, mi ha fatto molto male. Nella mia presenza nella Chiesa e nel mondo, non è il
primo caso che passa sotto i miei occhi. E sempre mi sono dovuto fermare a meditare nel
silenzio e cercando, senza successo, di capire perché. Ho anche riletto con attenzione un testo di
Vittorino Andreoli: “Preti. Viaggio tra gli uomini del Sacro” Piemme, 2009). Lui, non credente, è
affascinato dalla vita e anche dalla sofferenza che ha incontrato in loro per la sua professione di
psichiatra. Si, è vero, me lo ha fatto capire giorni fa un giovane in un centro commerciale di
Viterbo che a volte, non raramente, siamo circondati di noncuranza se non di altro. Quel giovane
alla mia domanda, presentandomi, : “Ti fidi dei preti?” ha risposto con un sorriso: “No!”. Poi
abbiamo scoperto diverse cose in comune, compreso il fatto che io avevo lavorato nel paese
dove lui abitava. Ma quando c’ero io lui non c’era, non era nato. Ricordo quando lavoravo in
nord America che durante il periodo caldo degli scandali andavo in giro senza segni della mia
professione per evitare occhiate non benevole. Ho letto che i ragazzi e la gente volevano bene a
don Matteo. Eppure c’era un tarlo dentro la sua anima, che lo consumava lentamente. Una
morte così non avviene all’ultimo momento, quasi per caso sfortunato. Era una morte che
cresceva da tempo, una morte “annunciata e mai ascoltata”. E non per responsabilità di
qualcuno. Nessuno si senta in colpa. Ma non nascondiamoci nel silenzio. Facciamoci domande.
Anche io me le faccio dentro di me. Perché potremmo vedere passare accanto a noi altri “don
Matteo” o, semplicemente altri “Matteo” e non sentire il rumore del dramma. Anche perché chi
soffre la depressione, la paura di vivere, sa anche nascondere bene e in tante forme. E se ci
capita di incontrare persone che soffrono il vuoto e la paura stiamo attenti. Non inondiamoli di
consigli e di parole psicologiche. Hanno bisogno, se ci riescono, di parlare e parlare. Non hanno
bisogno di risposte tecniche e di buone parole… hanno bisogno di incontrare loro stessi le loro
risposte per affrontare chi li morde dall’interno. E se abbiamo il dono della empatia (che non la
si impara dai libri di testo) sapremo anche individuare il momento di dire una parola, di dare un
abbraccio o un gesto di affetto e sostegno. Voglio terminare con le parole conclusive del Prof.
Andreoli: “… Cari sacerdoti, perdonate qualche considerazione che vi sarà sembrata eccessiva,
ma sappiate che ero solo sollecitato dal bisogno che la società ha di voi e voi dovete per questo
esser sempre migliori, mai contenti, perché voi avete scelto di imitare Cristo – uno scopo
impossibile – ma degno di rispetto e di grande coraggio” (ib. 326-7). E detto da un non credente,
mi emoziona.
don Gianni Carparelli