Dobbiamo riconoscere che alcune notizie passano in sordina. A volte volutamente, altre per disattenzione. Eccone un classico esempio. Il mese scorso e precisamente il 22 novembre, i Paesi africani, guidati dalla Nigeria, hanno conseguito una vittoria storica nei confronti di quelli del primo mondo nell’ambito del dibattito sull’evasione fiscale delle imprese e dei flussi finanziari illeciti (Iff). Infatti, sono riusciti a far passare al Palazzo di Vetro una risoluzione (A/C.2/78/L.18/Rev.1) che chiede di avviare un processo in due fasi per negoziare una convenzione quadro nell’ambito dell’Onu sulla cooperazione fiscale internazionale. I voti a favore sono stati 125, tra cui quelli della Cina e della Russia, insieme a 51 delle 54 delegazioni africane; 48 quelli contrari e 9 le astensioni.
Si tratta di un traguardo importante verso la tanto agognata riforma del sistema fiscale internazionale, aprendo la strada a un trattato internazionale. Stati Uniti, Giappone e Unione Europea (Ue) non hanno gradito questa iniziativa, mentre la società civile e il mondo missionario hanno espresso il proprio plauso per l’esito del voto, ribadendo che i diritti umani devono essere posti al centro di ogni processo internazionale di riforma fiscale. D’altronde ogni anno si perdono centinaia di miliardi di dollari, somme che potrebbero essere impiegate per la realizzazione di reti stradali, ospedali e quant’altro.
Lo scorso ottobre i ministri delle finanze dell’Ue avevano apertamente manifestato la loro contrarietà per il voto a favore di una convenzione fiscale dell’Onu finalizzata alla definizione delle regole di contrasto dell’evasione fiscale. Dal loro punto di vista si verrebbe a determinare un inutile doppione rispetto a quella che è oggi l’attuale operatività dell’OCSE sulla trasparenza fiscale. I ministri delle finanze dell’Ue preferirebbero «un’agenda multilaterale non vincolante». Di parere diverso è Tijjani Muhammad-Bande, ambasciatore nigeriano al Palazzo di Vetro, il quale ha sottolineato che: «Adottare una convenzione quadro unificata, guidata dalle Nazioni Unite, per la cooperazione fiscale internazionale, apre le porte a notevoli vantaggi economici per tutti. Per le economie emergenti, ciò significa una maggiore capacità di mobilitare risorse nazionali, alimentando direttamente progetti di sviluppo e programmi di welfare sociale. Per le nazioni più sviluppate, promette condizioni di parità, riducendo i casi di evasione ed elusione fiscale che attualmente minano l’equità economica».
Il pensiero dei governi europei è paradossalmente in contrasto con una recente risoluzione del Parlamento europeo che sosteneva l’avvio di una convenzione fiscale delle Nazioni Unite per affrontare l’evasione fiscale e i flussi finanziari illeciti in seguito alle rivelazioni dei «Pandora Papers». Ogni anno, stando ai dati dell’Unctad, l’autorevole Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo sviluppo, quasi 90 miliardi di dollari, equivalenti a poco meno del 4 per cento del Pil africano, viene trafugato dal continente sotto forma di Iff, vale a dire movimenti illegali di denaro e beni attraverso le frontiere che risultano, alla prova dei fatti, illegali nella fonte, nel trasferimento o nell’uso. Secondo uno studio del progetto Africa Growth Initiative presso la Brookings Institution, tra i primi 10 Paesi che registrano il maggior volume di flussi finanziari illeciti, ben 9 concentrano una parte significativa delle loro esportazioni totali sulle risorse naturali. Vale a dire: Sud Africa, Repubblica Democratica del Congo, Botswana e Zambia nell’industria mineraria; mentre Nigeria, Repubblica del Congo, Angola, Sudan e Camerun nella produzione di gas e petrolio.
Di fronte a questo scenario i Paesi africani, che sostengono di essere nel novero di coloro che vengono maggiormente danneggiati da quella che è una vera e propria emorragia di denaro, stanno cercando, con la forza della persuasione, di spingere la riforma della politica fiscale globale nell’ambito della più ampia agenda di riforma del quadro finanziario multilaterale. Un piano Marshall o Mattei che dir si voglia per l’Africa non dovrebbe prescindere da queste considerazioni. Altrimenti come possiamo pretendere di aiutarli a casa loro?
©Avvenire 20 dicembre 2023
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Sacerdote comboniano, giornalista e scrittore, è certamente tra le voci occidentali più attente e autorevoli riguardo al Sud del mondo e in particolare all’Africa, dove ha scelto di prepararsi per rispondere alla sua vocazione missionaria, tra l’altro studiando teologia a Kampala, in Uganda, e dove ha svolto gran parte del suo servizio ecclesiale e della sua professione di comunicatore.
Ha diretto il New People Media Center di Nairobi, in Kenya, e dopo altre esperienze in testate all’estero, compresa la Cnn negli Stati Uniti, al rientro in Italia ha fondato la Missionary Service News Agency (Misna), l’agenzia di stampa che negli anni della sua direzione si è collocata come principale fonte di informazione dal Sud del mondo, grazie anche a allafitta rete da lui realizzata di corrispondenti locali di decine di Paesi espressione di ogni ruolo e condizione sociale.
Ha insegnato giornalismo missionario presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.
Negli ultimi anni, fino allo scorso febbraio, ha diretto le riviste missionarie delle Pontificie Opere Missionarie Italiane.
Collabora con alcuni dei più autorevoli giornali, non solo cattolici, italiani e internazionali, è ascoltato opinionista in trasmissioni radiofoniche e televisive e svolge una significativa attività di conferenziere.
È autore di numerosi libri sia su temi della comunicazione e della missione, sia di lucida e approfondita analisi sociale e politica alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.
