La Viterbo  politica e religiosa tra Settecento e Ottocento

Gli anni che videro la nascita, l’infanzia e la giovinezza di Domenico Barberi nella Viterbo a cavallo tra XVIII e XIX secolo furono l’equivalente di un violento terremoto per la vita politica, la vita economica, la vita religiosa dell’intera Europa. E le manifestazioni e le conseguenze di quel terremoto furono particolarmente evidenti nello Stato pontificio, nella Tuscia, a Viterbo.

Le biografie del beato Domenico ce lo presentano tutto avvolto nel bozzolo della famiglia e della parentela che lo accudisce, lui ultimo di una famiglia tanto numerosa e, dopo la sua nascita, in gravi difficoltà per la morte del padre e poi anche della madre. Quando esce dalla cura dei suoi genitori, entra in quella dello zio materno ed è totalmente impegnato nel lavoro dei campi come bracciante, sia nei terreni che lo zio ha in affitto sia nei campi del circondario di Viterbo. Questo quadro è costruito sulla base delle testimonianze raccolte nel corso dei processi  di beatificazione che si sono svolti a Viterbo a partire dalla fine del 1800, a distanza di 50 anni dalla sua morte e da persone che, anche se imparentate con la sua famiglia, spesso non lo avevano conosciuto direttamente e comunque non hanno dato indicazioni sul contesto storico e ambientale nel quale il beato Domenico ha vissuto i primi anni della sua vita.

Sappiamo che aveva imparato a leggere molto presto grazie all’aiuto che gli era venuto da certi padri Cappuccini della Palanzana. Il saper leggere e l’essere in contatto con una famiglia religiosa di primo livello a Viterbo porta ad ipotizzare che il beato Domenico non solo sia stato testimone di quello che accadeva in quegli anni a Viterbo e nel territorio ma non si può escludere che in qualche modo non ne sia stato anche attore, pur se la sua autobiografia e i testimoni che sono interrogati sulla sua vita a Viterbo non ne hanno lasciato testimonianza.

E allora vorrei richiamare la vostra attenzione sugli sconvolgimenti di quegli anni e sullo scenario nel quale il beato Domenico è stato quantomeno presente.

Il maggiore storico viterbese anche per quegli anni, Giuseppe Signorelli, così introduce il periodo delle rivoluzioni e di Napoleone nel suo volume sulla storia di Viterbo:

“Debole fra i deboli e sorretto soltanto dal prestigio morale del Pontefice era lo Stato romano, geograficamente piccolo, economicamente povero, la cui costituzione politica e sociale rendeva più miserevole, che in altri stati minori, la condizione dei suoi abitanti. Numeroso vi era il clero con ingente patrimonio; vi abbondavano le famiglie aristocratiche, non tutte doviziose, ma piene di fasto e di boria. Scarso al contrario era il ceto medio, rivaleggiante nel lusso col patriziato, composto di possidenti, professionisti e mercatanti, senza esteso e proficuo commercio ed esercenti industrie troppo primitive che rendevano pochi e cattivi prodotti. L’artigiano era laborioso, ma inconsapevole del progresso delle arti meccaniche e sfornito di mezzi per resistere alla concorrenze dei manufatti esteri, vivente a se e non più collegato a difesa degli interessi di classe, come nel medio evo. Gli agricoltori in numero esiguo nell’agro romano e nelle maremme decimati dalla malaria, si vedevano costretti a dividere il lavoro coi braccianti delle province vicine, che vi emigravano a frotte nelle diverse stagioni per coltivare un terreno fertile di natura, ma lasciato quasi in abbandono, per male intesa avarizia dei proprietari o per ingordigia speculatrice degli affittuari; più numerosi si riscontravano in altre contrade, fra cui nel viterbese, sempre male retribuiti, mancanti di sementi, di abitazioni, di animali, di strumenti del lavoro, veri avanzi della gleba. Moltissimi erano i mendicanti che raccattavano gli avanzi delle mense dei monasteri, e le elemosine dei privati sulle porte delle chiese o nelle vie, esponendo al ribrezzo dei passanti le loro piaghe, la loro sudiceria. Questi erano gli elementi, che componevano la popolazione dello stato romano” (Giuseppe Signorelli, Viterbo dal 1789 al 1870, Viterbo, 1914, pp. 7-8). Il Signorelli in questo libro lascia libera la sua polemica antipapale e quindi accentua un po’ la drammaticità delle condizioni della popolazione Ma le indagini coeve e quelle successive hanno confermato le difficili condizioni nelle quali viveva la popolazione di Viterbo e del suo contado.

Sappiamo dalle testimonianze rese che il beato Domenico, oltre ai rapporti con i padri Cappuccini, ebbe qualche frequenza con la parrocchia di S. Maria delle Farine (che aveva competenze su tutto il contado intorno a Viterbo e quindi anche sull’area della Palanzana e poi sulla contrada di Merlano dove il beato Domenico andò a vivere) e forse con la chiesa di S. Maria dell’Edera. Erano queste due chiese solamente due di quel fitto intreccio di parrocchie, confraternite, monasteri, conventi ed altri luoghi pii che caratterizzavano la vita di Viterbo a cavallo tra Settecento e Ottocento.

E quando questo mondo della Chiesa istituzionale fu sconvolto, dopo l’incorporazione dello Stato romano nel territorio dell’Impero, e molte parrocchie soppresse, come pure quasi tutti i conventi ed i monasteri, e le confraternite e i luoghi pii furono spogliati delle loro risorse, non è possibile che il beato Domenico non abbia registrato quanto avveniva nella sua città e non abbia avuto delle reazioni che però non conosciamo. E’ certo però che la sua paura di finire coscritto, nel 1812, per l’esercito di Napoleone che partiva per la Russia stava a significare che egli sapeva bene quello che stava accadendo in Europa e i pericoli che correvano tutti coloro che si fossero uniti a quell’impresa: si è scritto che solo un decimo degli italiani partiti in quella che fu chiamata la “Grand Armee”’ fece ritorno in patria.

 

I modelli di santità ai quali il beato Domenico si poteva ispirare

Al di là di quella che poteva essere la sua partecipazione alla vita della Chiesa viterbese, nel senso della sua frequentazione di parrocchie e confraternite, il beato Domenico avrà avuto modo di confrontarsi con quelle che potevano essere proposte di esperienza religiosa nella società del tempo. E i modelli proposti quali erano? Il periodo che va dalla metà del Settecento alla metà dell’Ottocento può essere individuato come una fase di cambiamento per quanto riguarda  la storia della santità e della religiosità. Anche in Italia si notano tratti che rivelano un progressivo allontanamento degli adulti dalle pratiche religiose, in modo particolare degli adulti maschi. La struttura istituzionale della Chiesa locale, fondata essenzialmente sulle confraternite e sul ruolo degli ordini religiosi più che sulle parrocchie, dovette subire fieri colpi. La soppressione della Compagnia di Gesù, le limitazioni in molti stati (come il Regno di Napoli, il Granducato di Toscana, i territori asburgici) delle libertà e dei privilegi della Chiesa, la diffusione delle idee dell’illuminismo non solo tra gli intellettuali ma anche nella classe borghese, vengono a modificare il senso di appartenenza dei fedeli all’Istituzione. E di questo mutamento sono testimonianza la riduzione dei legati ad pias causa, i richiami pressanti ma sempre meno ascoltati al rispetto dei precetti della Chiesa, la difficoltà a far rispettate le consuetudini relative al pagamento delle decime, il rispetto della proprietà ecclesiastica, l’allontanamento dai sacramenti.

E una conseguenza di questi mutamenti è il cambiamento di quello che, nella stessa istituzione ecclesiastica, viene percepito come modello di santità, cioè i tratti che venivano ad identificare una vita santa. Non ci dimentichiamo che nel XVIII secolo solo 33 sono i nuovi santi e di questi solo tre sono laici. E le beatificazioni, nello stesso secolo, sono 35 ma solo 1 è un laico. Da questi dati quindi emerge intanto un elemento: il miglior viatico per la santità è lo stato di ecclesiastico. Praticamente solo chi ha abbracciato lo stato ecclesiastico può vivere una vita santa e diventare modello per gli altri perché gli altri, che vivono nel mondo, con sempre maggiore difficoltà possono diventare santi. E le qualità che devono essere verificate per arrivare alla santità sono in primo luogo il martirio (cioè la morte subita per il fatto di essere un testimone della fede); l’eroicità delle virtù (cioè una virtù praticata meglio della comune massa dei fedeli e che rinvia alle virtù teologali di fede, speranza e carità e alle virtù cardinali di fortezza, giustizia, prudenza e temperanza); la presenza di miracoli, cioè di eventi straordinari (e di tipologia diversa nel corso dei tempi) che sfuggono alla volontà di coloro che poi saranno dichiarati santi ma che sono ottenuti perché essi sono stati invocati. Ultimo requisito è quello della ortodossia degli scritti e nella vita quotidiana.

Al di là del panorama che si offre alla devozione popolare attraverso la dedicazione di chiese e di cappelle nella Viterbo del Settecento, quelle chiese e quelle cappelle nelle quali si era sviluppata la formazione religiosa del beato Domenico, poche sono le novità che accadono in quel periodo per quanto riguarda le nuove proposte di modelli di santità:

nel 1728 era morta a Roma Rosa Venerini, nel 1773 muore a Viterbo  suor Lilia del SS.mo Crocifisso, nel 1806 Crispino da Viterbo, morto nel 1750,  era stato proclamato beato, nel 1807 Giacinta Marescotti era stata proclamata santa;
e nei conventi e monasteri di Viterbo e del territorio vivono religiosi e religiose eccellenti, in alcuni casi destinati a salire sugli altari com’è il caso di san Paolo della Croce morto nel 1775 dopo che nel 1744 aveva fondato i conventi di Monte Fogliano, di Soriano e di Tuscania oltre a decine d’altri nell’Italia centrale; di san Vincenzo Maria Strambi che era stato organizzatore dei Passionisti anche nell’Alto Lazio sul finire del Settecento; e quando non sono destinati agli altari, vivono comunque esperienze esemplari com’è il caso di suor Maria Cecilia Baij (1694-1766) che nel Monastero benedettino di San Pietro di Montefiascone, aveva scritto lasciato migliaia di lettere  e di pagine di spiritualità intensa.

Altre influenze sulla formazione religiosa del beato Domenico certamente saranno venute anche dagli Ordini Francescani, ai quali il beato Domenico è stato più vicino nella sua prima giovinezza. Essi erano presenti a Viterbo con la chiesa e il convento della Palanzana e con la chiesa e il convento di S. Paolo (i Cappuccini), con la chiesa e il convento di S. Maria del Paradiso (gli Osservanti), con la chiesa e il convento di S. Francesco alla Rocca (i Conventuali). Per tutti i Francescani  i santi “interni” di riferimento sono oltre il fondatore s. Francesco, anche s. Chiara, s. Bonaventura da Bagnoregio, s. Antonio da Padova e s. Bernardino da Siena. La Madonna era stata proclamata patrona principale dell’ordine sotto il titolo dell’Immacolata concezione nel 1712. Le devozioni dell’ordine si rivolgevano inoltre principalmente alla Passione e all’Eucarestia. Tra le devozioni promosse tra i religiosi e i fedeli dai Francescani si ricordano il presepe, l’Angelus Domini, la Passione, la Via Crucis, il SS. Nome di Gesù, il S. Cuore. Un altro culto molto vivo era quello dell’Immacolata e di S. Giuseppe, speciali patroni dell’ordine.

Ma in particolare qualche effetto potrebbe averlo avuto sulla sua formazione religiosa la proclamazione della beatificazione di Crispino da Viterbo perché di Viterbo e perché Cappuccino. Nell’estate del 1806, quando il beato Domenico aveva 14 anni, a Viterbo si erano preparate solenni funzioni per festeggiare l’evento. Il vescovo di Viterbo Dionisio Ridolfini aveva invitato tutti ad onorare il nuovo beato. Nel 1807 si erano raccolte offerte in tutte le parrocchie, su disposizione del Governatore della Provincia, per un solenne triduo in onore del nuovo Beato da celebrarsi nel mese di settembre, subito dopo le feste per santa Rosa, nella cattedrale di Viterbo. E nel 1808, dopo diversi anni di interruzione, aveva ripreso il trasporto della macchina di santa Rosa con la partecipazione obbligata di tutti i chierici, preti e religiosi presenti a Viterbo: è possibile che il beato Domenico non fosse coinvolto in eventi e in una manifestazione così importante per la vita cittadina?

Certo però che in quegli anni tumultuosi molto più frequenti invece erano le occasioni di incontrare modelli di vita, di comportamento, di costume niente affatto ispirati dalla fede religiosa. Lo stesso beato Domenico fa ripetutamente riferimento nella sua Autobiografia alle letture che aveva fatto da giovane e quanto quelle letture lo avessero distratto e allontanato dalle pratiche religiose e dall’educazione appresa nell’ambiente familiare e nella frequentazione dei religiosi Cappuccini. Figuriamoci cosa può aver rappresentato l’introduzione a Viterbo di modi di vivere, di costumi, di idee che venivano non solo dalla Francia ma da tutta l’Europa, soprattutto nel decennio cruciale per la formazione del beato Domenico che coincide con il protettorato e la dominazione francese! E mentre la chiesa di Viterbo era priva del suo pastore, poi addirittura sottomessa a quella di Montefiascone; e molti preti secolari e religiosi che si erano rifiutati di prestare giuramento di ossequio al nuovo Imperatore erano stati privati dei loro incarichi e costretti ad andare in esilio nell’Italia del nord o in Corsica da dove talvolta non erano più ritornati com’era accaduto ad uno dei Cappuccini che erano stati più vicini al beato Domenico e che dopo esser stato nominato economo-reggente della parrocchia di S. Maria delle Farine, era stato privato di questi incarichi e mandato in esilio.

Il contesto sociale ed economico.

Un altro aspetto poco approfondito dai biografi del beato Domenico è la condizione sociale della sua famiglia. Gli “Stati delle anime” della parrocchia di S. Maria delle Farine, dalla quale dipendeva la giurisdizione di gran parte dei casali e delle contrade che si trovavano fuori dalle mura di Viterbo – a partire dalla Palanzana per finire al Signorino, girando in senso orario intorno alle mura – indicano i proprietari delle tenute e dei casali dove vivono le famiglie che sono censite. E così nel 1795 registrano la presenza di Giuseppe Barberi e della moglie Maria Antonia e del figlio Domenico nel casale che è nella proprietà di del Monastero della Pace, del quale i Barberi erano coloni o affittuari. Nel 1796 gli “Stati delle anime” annotano la presenza di Vincenzo Barberi con la moglie Orsola e le figlie Teresa e Maria che abitano nel “Podere delle Monache di S. Domenico” nelle “Contrade Mazzetta, Roncone, Montagna” mentre una Domenica Rosa del quondam Pacella con il figlio Domenico e la moglie Cecilia abitano nel “Podere delle Monache di S. Domenico” nelle “Contrade Morgella Merlano e Montagna (dall’altra parte)”. E (probabilmente) nel 1799 o nel 1800 annotano la presenza di Bartolomeo Pacella con la moglie Cecilia e il nipote  Vincenzo Achille, che abitano nel “Podere delle Monache di S. Domenico” sempre collocato nella stessa contrada. Nel 1801 l’annotazione riporta che lo stesso Bartolomeo Pacella che vive con la moglie Cecilia, ha in casa il nipote Domenico nello stesso Podere che è “tenuto a livello dalla Casa Pacella” nella “Contrada Merlano”. Negli anni successivi i Barberi e i Pacella sembrano scomparire dal territorio fuori Viterbo ma probabilmente si tratta di un mutamento nei sistemi di registrazione. Perché se è vero che non compaiono più negli “Stati delle anime” di Santa Maria delle Farine, sappiamo da altre fonti che per alcuni anni, probabilmente fino agli anni 1809-1810, dovrebbero essere vissuti sempre nella stessa area. E’ vero che alcuni Barberi e Pacella sono già dimoranti all’interno delle mura: ad esempio nel 1792 un Domenico Barberi (o Barbari) e la moglie Domenica abitano nella casa 21 della parrocchia di S. Sisto e hanno 4 figli e in seconde nozze Domenico sposa una Orsola e continua a vivere nella stessa parrocchia. Come risulta che nel 1815 Bartolomeo Pacella e la moglie Cecilia si siano spostati nella parrocchia di S. Sisto, alla casa segnata 133, e sono soli perché a quella data il beato Domenico ha già fatto la sua scelta di diventare religioso Passionista.

Ma dalle registrazioni dei morti della parrocchia di S. Maria dell’Edera, le informazioni sui Barberi sono più ricche e testimoniano una permanenza delle diverse famiglia Barberi nei poderi appartenenti ai monasteri viterbesi di Santa Caterina e di S. Maria della Pace nella contrada “La Paranzana“ per almeno i  quarant’anni che vanno dalla metà degli anni Ottanta del Settecento agli anni Venti dell’Ottocento. Le registrazioni cominciano il 24 agosto 1785 quando si annota la morte di Maria Rosa, figlia di Giuseppe Barberi e di Maria Antonia; proseguono con la morte di Margherita, altra loro figlia, il 22 agosto 1787 e di Agostina, ancora loro figlia, in data 11 settembre 1788: abitano nel podere delle Monache di S. Maria della Pace nella contrada “La Paranzana”. Le registrazioni annotano poi un altro nucleo dei Barberi: il 22 settembre 1788 registrano la morte di Benedetto Barberi, marito di Angela Rosa Bernini, che viveva nel podere delle Monache di S. Caterina in località “Il cuculo” mentre il 18 marzo 1813 ci sarà la registrazione della morte della stessa Angela Rosa Bernini. Il 21 settembre 1797 muore un’altra figlia di Giuseppe e Maria Antonia che si chiama Margherita. C’è poi il 26 marzo 1798 la morte di Giuseppe Barberi e cinque anni più tardi quella della moglie, Maria Antonia che muore il 23 marzo 1803. Il 22 maggio 1800 muore Giacinta, figlia del quondam Benedetto e di Angela Rosa Bernini già ricordati. Un terzo nucleo di Barberi è quello formato da Sante e Caterina Barberi la cui figlia Teresa muore il 26 aprile 1801: anche loro stanno alla “Paranzana”. Un quarto nucleo è quello formato da Lorenzo e Anna Rosa Barberi il cui figlio Giuseppe  muore il 16 agosto 1810 mentre la figlia Antonia muore il 16 agosto 1811: anche loro stanno alla “Paranzana” nel podere delle Monache di S. Agostino. Nello stesso luogo e nel podere delle Monache di S. Maria della Pace aveva abitato anche Francesca Barberi, moglie di Bernardino Poleggi, che muore il 25 settembre 1810. Un quinto nucleo infine potrebbe essere stato costituito da Giuseppe Barberi e Felicita Bontà che stanno nel podere delle Monache di S. Caterina alla “Paranzana”: il 25 agosto 1812 muore il loro figlio Giovanni Battista, il 4 dicembre 1815 muore Angela Rosa altra loro figlia, il 13 febbraio 1820 Antonio ancora loro figlio. 9 settembre.

Tutte queste registrazioni confermano la presenza dei Barberi nel territorio che della “Paranzana”, nell’area tra la Città e il Monte Cimino, come affittuari dei terreni dei monasteri viterbesi.

Nel corso del decennio francese alcuni di questi terreni probabilmente hanno cambiato proprietari e forse anche il tipo di rapporto che legava i nuovi proprietari ai conduttori dei terreni: erano accaduti gli espropri delle proprietà soprattutto a danno dei monasteri e dei conventi oltre che delle confraternite. Di tutto questo non si sa praticamente nulla se non le sintetiche informazioni che hanno riguardato la distribuzione della proprietà fondiaria collegata con la redazione del Catasto piano e del Catasto gregoriano e le indagini che saranno fatte dopo l’Unità per una conoscenza più approfondita dello stato dell’agricoltura e delle condizioni degli agricoltori della provincia romana nella nota “Inchiesta Jacini”.

E’ certo che in un ambiente culturalmente modesto – anche se di condizioni economiche non precarie – una persona come il beato Domenico che sapeva leggere e che leggeva con tanta passione (e che probabilmente quindi sapeva anche scrivere) fosse una mosca bianca che doveva essere trattato con molto riguardo. Si tenga conto che quasi un secolo dopo i suoi familiari che vengono chiamati a deporre nella causa del processo di beatificazione a Viterbo firmano con la croce perché non sanno né leggere né scrivere. Ed è probabile ancora che il beato Domenico fosse ben consapevole di quello che stava cambiando nel panorama sociale ed economico europeo, italiano e viterbese in particolare.

Le questioni aperte

Queste poche pagine hanno fatto solamente alcune puntualizzazioni con l’obiettivo di facilitare la percezione di quell’ambiente umano e sociale nel quale il beato Domenico si è trovato a vivere. Ma hanno finito per mettere in luce soprattutto quello che non sappiamo e che non riguarda tanto l’esperienza di vita del beato Domenico quanto invece la storia della società viterbese a cavallo dei due secoli. Questo, secondo il mio modo di vedere, è uno dei frutti più richiesti a coloro che fanno ricerca: individuare i nuovi percorsi, indicare i problemi aperti.

Mi limito, in conclusione, a segnalarne due che sono più legati alla documentazione che ho più frequentemente a disposizione.

Il primo riguarda la vita religiosa: abbiamo buone biografie dei cardinali, vescovi e anche dei santi che sono vissuti in quell’epoca a Viterbo ma non sappiamo praticamente nulla della vita religiosa della popolazione. Ora la documentazione è disponibile: è mancato sinora chi abbia avuto la competenza e la pazienza di cimentarsi con questo profilo.

Il secondo riguarda la storia della popolazione: la ricca documentazione che è rappresentata dai registri sacramentali e dagli stati delle anime di quasi tutte le parrocchie viterbesi consentirebbe uno studio accurato della popolazione viterbese tra Settecento e Ottocento. Come si sposta all’interno della Città e da dove giungono gli innesti e per quali professioni. E come vive la popolazione nei quartieri della Città e nel contado, come si distribuisce nelle diverse aree a seconda della professione svolta. E poi quella serie innumerevole di curiosità e di domande che la storia demografica consente di affrontare e qualche volta di risolvere.

Se la riflessione che stiamo facendo sul beato Domenico Barberi, oltre che all’obiettivo fondamentale di rinsaldare il colloquio tra le confessioni religiose del mondo cristiano, potesse tendere ad approfondire lo studio di quell’ambiente viterbese nel quale ha passato i suoi primi impegnativi anni, credo che potremmo ringraziare il beato Domenico per questa nuova grazia che ci ha concesso.

Luciano Osbat

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