Viviamo questo Giovedì Santo in casa; la nostra famiglia è la Chiesa domestica, e la Pasqua ebraica è proprio una festa di famiglia in cui si fa memoria della liberazione dall’Egitto operata da Dio “con braccio potente e mano tesa”. 

Le letture seguono un tipico percorso:

        – la Pasqua ebraica;

        – l’ultima cena del Signore e l’istituzione dell’Eucaristia;

        – la lavanda dei piedi. 

    Seguiamo questo percorso e lasciamoci coinvolgere da esso: è un memoriale perenne, è evento per noi oggi e, come diceva un celebre liturgica (O. Casel) “noi siamo contemporanei, presenti all’evento che ci coinvolge nell’oggi della nostra vita”. 

La Pasqua ebraica faceva rivivere, il 14 del primo mese dell’anno, la liberazione dall’Egitto, il passaggio del Signore che non tocca le famiglie ebree che avevano cosparso con il sangue dell’agnello lo stipite e l’architrave delle loro case. 

    E la famiglia, rendendo presente questo evento, faceva esperienza dell’Amore di Dio, della sua misericordia che sempre accompagna il suo popolo. 

    Il Salmo 136 cantava: “eterno sarà il suo amore per noi” e Isaia: “può una mamma dimenticarsi del suo bambino? Anche se lo facesse, io, Dio, non vi dimenticherò”. 

    È la fede del popolo di Israele. È la fede della Chiesa oggi. 

Nella Lettera ai Corinti San Paolo trasmette una tradizione già presente nella Chiesa (siamo nel 57-58): nell’ultima cena con gli Apostoli, la notte in cui fu tradito, Gesù anticipa, sotto i segni del pane e del vino, il dono della sua vita per noi sulla croce, la nuova Alleanza nel suo sangue, cioè realizzata nella sua morte. “La Santa Messa ripete la cena, ma contiene la Croce”, diceva p. Magrassi. 

    Ci troviamo al centro della vita di Gesù, la sua ora, presente nella Cena, l’ora dell’amore supremo, del dono della vita per noi, inizio di una nuova vita per noi.

    La Chiesa, la nostra famiglia, piccola Chiesa domestica, scaturiscono dall’Eucaristia, dall’ultima cena del Signore: comunità amate dal Padre fino al dono della vita del Figlio; comunità amate e chiamate ad amare fino al dono della vita.

    Questo annunciamo questa sera e in ogni celebrazione della S. Messa, “finché egli venga”. 

La lavanda dei piedi che in Giovanni sostituisce il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, ci fa toccare con mano, in un modo comprensibile a tutti, il valore e il significato dell’Eucaristia. “Avendo amati i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, al compimento”.

    Il gesto di Gesù è un atto di amore estremo, è l’esempio di come dal sacrificio della Croce, reso presente nell’ultima Cena, scaturisce una vita nuova, una rapporto interpersonale trasfigurato dall’amore e dal servizio. 

    La vita del Cristo è una proesistenza: vita data per noi; la vita del cristiano è una preesistenza, un dono quotidiano per il bene di tutti gli uomini. 

    È un modo nuovo di vivere il nostro rapporto con Dio: “eterno è il suo amore per noi”, e il nostro rapporto sociale, comunitario, nazionale e internazionale. 

    Chi rimane legato a se stesso, al proprio interesse, vale anche a livello sociale e internazione, fallisce e non è datore di vita. Giovanni Paolo II ripeteva più volte in Mulieris dignitatem: “La vita si ritrova nella misura in cui ci si apre e ci si dona. Si perde se non ci si apre e ci si dona”. 

L’Eucaristia, se celebrata e vissuta, realizza in noi una proesistenza, una vita donata per il bene di tutti. È la profezia per un mondo migliore. 

Nelle difficoltà che tutti stiamo vivendo, questa Celebrazione ci fa toccare con mano l’amore di Dio per noi; il suo inginocchiarsi per lavare i nostri piedi, per condividere con noi l’incertezza e i timori e per sostenere la nostra fiducia e la nostra speranza. 

    Un grazie alle nostre famiglie; attraverso i social possono fare esperienza dell’amore di Dio, della sua consolazione e dell’impegno, all’interno delle famiglie, di vivere rapporti di profonda apertura  e dono vicendevole.

    Un grazie a tutti coloro che sono impegnati, a rischio della propria vita, nell’assistenza ai malati, agli anziani, alle persone sole e bisognose: con il loro impegno e la loro tenacia testimoniano concretamente che la vita è proesistenza: apertura e servizio/dono ai fratelli in difficoltà. 

    Grazie ai tanti giovani, volontari, Croce Rossa, Protezione Civile, Forze dell’ordine … che si impegnano per alleviare le sofferenze del tempo presente. 

    Questo impegno e questa solidarietà dovranno continuare per ricostruire il tessuto sociale ed economico della Nazione dopo la pandemia. 

    Su tutti invoco la benedizione del Signore con le sue parole: “Non abbiate paura, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. 

 

Condividi