Sosta e Ripresa si unisce con gioia ai ringraziamento della comunità ecclesiale diocesana per i sessant’anni di servizio ministeriale di don Enzo Aquilani.
Lo fa pubblicando l’intervista fatta nell’occasione al sacerdote nel giornalino della parrocchia “La voce del Pilastro”, gentilmente segnalatoci dal parroco don Flavio Valeri.
Come ogni anno, siamo arrivati all’ultimo numero del giornalino parrocchiale prima della pausa estiva.
Lo dedichiamo tutto a don Enzo e al suo 60esimo anniversario di ordinazione sacerdotale, che abbiamo festeggiato,
con tutte le limitazioni di questo momento, nel campetto della parrocchia con la celebrazione presieduta dal vescovo Lino. Speriamo di poter estendere i festeggiamenti l’8 dicembre prossimo, e ringraziare il Signore per i 50 anni di don Enzo nella nostra parrocchia. Per questo traguardo così importante abbiamo pensato di fargli una (non molto breve) intervista, in una bella mattina di sabato 27 giugno, cercando di ripercorrere questo lungo cammino fatto di obbedienza, devozione e un po’ di… tigna, come dice anche lui. Augurandovi buona lettura e buona estate, ricordiamo che riprenderemo la pubblicazione del giornalino l’ultima domenica di agosto, ma che sarà attiva la pagina Facebook con tutte le rubriche e le comunicazioni importanti.
60 anni di sacerdozio di cui 50 nella nostra parrocchia. Quanto è cambiata la comunità parrocchiale e quanto don Enzo?
Ho iniziato come vice parroco a Blera dove sono stato 5 anni, poi per 5 anni sono stato parroco a Canepina e nel 1970 sono stato mandato al Pilastro. Quando sono arrivato non c’era quasi niente. Dall’incrocio di Leonardo Da Vinci (lungo tutta via Bruno Buozzi per arrivare alla circonvallazione ovest) c’era un cancello con tutto uliveto, e il quartiere finiva all’ufficio delle Poste, in via Alessandro Volta. Non c’erano le strade né l’illuminazione, e neanche i numeri civici sulle porte. C’era tanta gente arrivata con le assegnazioni delle case popolari dopo i bombardamenti, poi gli assegnatari delle case dell’Ina e solo la cappella in via Da Vinci. Dopo 4 anni, grazie alle donazioni dei Brannetti e al mio non darmi per vinto (mai, neanche oggi) siamo riusciti a inaugurare la chiesa. La partecipazione è stata tanta.
A quanti anni arrivò la chiamata? Cosa c’era in quel “e passando mi chiamò”? Perché seguire Cristo? A quanti anni sei entrato in Seminario?
Mia madre, prima di me, perse due bambini e io nacqui al settimo mese, probabilmente la mia determinazione fece subito capolino. Feci l’asilo a Santa Rosa, perché all’inizio abitavo in via Santa Rosa sotto l’arco. Quando invitai suor Gilberta per la mia prima messa mi scrisse una lettera dove raccontava che già all’asilo, quando facevamo le processioni nel giardino dove, ricordo, era pieno di processionarie, mi vestivo da prete usando due asciugamani messi a mò di tonaca. Con i miei genitori rimanemmo a Viterbo fino alla quarta elementare. Coi primi bombardamenti fuggimmo a San Martino, dove rifeci la quarta elementare poi la quinta, e dove facevo sempre il chierichetto. Mi piaceva tanto. Per le medie da San Martino toccò tornare a Viterbo, perché in provincia verranno aperte le scuole medie solo nel 1963. Fatta la quinta elementare ho dato l’esame di ammissione alle medie (prima c’erano gli esami…) e mio padre mi chiese: “e fatte le medie, che fai?”. “Se mi mandi in seminario studio, risposi, se no no”. Oltre al ricordo di suor Gilberta delle mie prime prove generali, ricordo che da bambino, quando poi andammo ad abitare a via Mazzini, mi capitava spesso di osservare i frati della Crocetta che spesso passavano, in particolare ricordo padre Broccoli. Mi colpivano, mi rimasero impresso, probabilmente hanno in qualche modo contribuito. Ho faticato i primi anni di medie senza famiglia e neanche nel cibo trovavo conforto: ero abituato bene in casa, con la cucina di una volta e veramente, con quel che avevamo posso dire che ero un signore. In seminario ci davano i lattarini sott’aceto, la minestra con la farina di piselli… un ricordo penoso che non riesco a dimenticare e che ancora mi tormenta! Probabilmente acuiva la nostalgia di casa! Seriamente parlando, quando alla sera suonava l’Ave Maria alla Quercia era lì che la nostalgia si faceva più forte, ma ho resistito. Per Cristo, e per la devozione alla Madonna della Quercia.
Qual è stato il momento più difficile come sacerdote e il momento/ i momenti di maggiore soddisfazione/gioia?
Ho tanti ricordi belli, se ci ripenso. Guardando indietro penso che la gioia si possa riassumere in uno stile di vita, nato dal forte desiderio di essere un prete a contatto con la gente, rimanendo in parrocchia. Avrei potuto fare carriera,
andare a studiare a Roma, perché c’era il Cardinal Micara (vicario del Papa Pio XII) a cui ero stato presentato, poiché mia madre era la donna di fiducia del fratello del Cardinale. Mi domandarono se volessi andare a Roma ma io dissi di no, “io voglio stare con la gente”. Il periodo più difficile è stato sicuramente legato alle molte incomprensioni con il Vescovo Boccadoro. In sostanza avevamo visioni diverse: quando avevo un problema sentivo il bisogno di confrontarmi con qualcuno, a volte avevo bisogno di aiuto e mi rendevo conto che avevamo due visioni diverse: venivamo da trascorsi diversi, eravamo di due generazioni diverse, e indubbiamente c’era un approccio gerarchico che acuiva le distanze. Soffrii molto, probabilmente il mio carattere tignoso non mi ha aiutato. Ma poi pensai: “io non mi sono fatto prete per Boccadoro o per Albanesi o per un altro vescovo, ma per Cristo”, e lo Spirito Santo mi ha aiutato a trovare le soluzioni che cercavo. Mi ero iscritto all’istituto Gesù Sacerdote (fondato dal Beato Giacomo Alberione) di Roma per avere un aiuto. Poi il Signore mi ha mandato la comunità neocatecumenali. Mi parlarono della Comunità che si trovava a Grotte Santo Stefano e, avendo inaugurato la chiesa il 12 ottobre 1974 li invitai a venire al Pilastro, e fondammo la prima comunità nel dicembre dello stesso anno: eravamo 23 persone. Dico eravamo perché sono rimasto solo io di quel primo gruppo. Ma sono grato al Signore per la Comunità. Con tutte le titubanze e le indicazioni diocesane perché era una cosa nuova, siamo andati avanti nell’obbedienza. I rapporti con i vescovi con gli anni si sono distesi, non hanno mai avuto da ridire. La cosa bellissima è stata l’inaugurazione della chiesa, dopo 4 anni che ero qui, il quartiere aspettava da 18 anni. Non mi misi al telefono, andai direttamente a Roma per uffici a capire quali fossero le limitazioni e risolsi. Un’altra cosa bella di cui sono fiero e grato al Signore ma anche alle persone è per la sinergia che si è creata negli anni con la creazione del Comitato di quartiere perché, come dicevo prima, il Pilastro non era neanche asfaltato. Questo ha permesso di cercare di stare sempre a contatto con le persone, di creare un rapporto di fiducia.
E da qui ci dai la sponda per una domanda: qual è la difficoltà maggiore per un pastore di comunità? Quale può essere il limite più pericoloso?
Quello del clericalismo, lo dice anche il Papa: fare tutte le cose “da preti”, senza ascoltare la gente e i suoi problemi, e non battersi per aiutarla. Questo è un passaggio fondamentale: qualsiasi tipo di problema, anche civile. Rivendico fortemente la collaborazione col Comitato di quartiere, perché ne facevano parte anche i politici, e le riunioni che abbiamo fatto erano un momento per mettere tutti allo stesso tavolo a discutere dei problemi e delle necessità della comunità, e di certo aiutava anche l’evangelizzazione. Quando furono aperte le ASL noi facemmo le riunioni con la gente e i politici per cercare di aiutare tutti. Oggi ci sono tante altre organizzazioni, ma qui al Pilastro abbiamo cominciato noi. La parrocchia conta come aggregazione e come luogo di ritrovo, e io in questo ci ho creduto tanto e ho cercato di fare in modo che i più ci credessero. Hai visto passare tante generazioni.
Perché oggi gli uomini non sanno più innamorarsi di Gesù? Perché non riescono più a riconoscerlo?
Tanti giovani che ho trovato quando sono arrivato oggi sono nonni, e mi hanno detto recentemente che quelli in parrocchia sono stati i giorni più belli che hanno vissuto perché organizzavamo tante attività e tante iniziative. Il bisogno di incontrare Cristo è necessario sempre, oggi più che mai, ma oggi i ragazzi hanno più paura di incontrarlo, anche se ne hanno più bisogno di 30 anni fa, ma sembra che non ci sia tempo. Le famiglie spesso non aiutano, perché hanno altre priorità che le portano spesso lontane dalla parrocchia. Eppure in chiesa non è mai morto nessuno! Prima facevamo le gite con le famiglie, ricordo una caccia al tesoro da Viterbo a Bolsena passando per Bagnoregio. Fu possibile grazie ai seminaristi giuseppini, e fu un bellissimo periodo. Facevamo tante gite alla Palanzana, sulla Cimina, per stare insieme. Le famiglie ci venivano, erano più bendisposte. Oggi molto meno. E un ragazzo che ha bisogno di incontrare Gesù? Cristo c’è, il prete c’è. Cerchi Cristo dov’è, perché Cristo si fa trovare, sempre. Qual è la raccomandazione che faresti a un ragazzo che decide di seguire Cristo per diventare sacerdote? Pregare sempre Cristo che lo illumini. Per esperienza posso dire che ci vuole un po’ di sana tigna, se non ce l’avessi avuta non avrei resistito tanti anni. Ho messo a frutto i miei talenti, mi sono messo in gioco, ho dato quello che potevo e ho cercato sempre il modo di trovare soluzioni. Sicuramente la cosa che mi ha aiutato di più, però, è stato pregare, sempre, a ogni ora: mettermi sempre di fronte al Santissimo, a pregare fino allo sfinimento, dicendogli “Oh, io ho voluto fa’ il prete… mi devi aiuta’ tu!”. E il Signore risponde, risponde sempre. Lui non cambia. Ci vuole fede, perché se chiedi senza sosta il Signore risponde. Anche alle preghiere non dette, dando molto più di quanto potessi lontanamente sperare. E quello che ricevi condividerlo con gli altri. Importante per me è stato collaborare con la Caritas, e poi aiutare le parrocchie in difficoltà, anche quelle lontane, come quando contribuimmo alla realizzazione di una parrocchia in Romania, negli anni ‘80. Se ti fidi e fai le cose per amore del Signore, lui ti aiuta, perché è fedele, ti viene incontro. L’augurio che ti fai, per i prossimi 60 anni. Andare in paradiso. È tutto fatto: ha pagato tutto Gesù Cristo al posto nostro, il riscatto del Diavolo. Ha detto “vado a prepararvi un posto, tornerò e vi prenderò con me” … e io me c’attacco. Me spiego?
Foto Mariella Zadro



