La Giornata del ricordo del 10 febbraio

Ci sono anche quattordici persone originarie della Tuscia  tra le vittime delle foibe, le profonde cavità carsiche friuliane dove dove si consumò una delle tragedie orribili della seconda guerra mondiale. Oltre diecimila persone megli anni a cavallo della fine della guerra, vi vennero gettate dai miliziani dell’esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, i partigiani guidati da Josip Broz Tito, che ripagarono  con feroci interessi su innocenti friuliani italiani le atrocità inflitte dal fascismo ad altrettanti innocenti cittadini slavi della regione.

La volontà di rendere esclusivamente slave Istria e Dalmazia e anche appunto Friuli e Venezia Giulia, scatenò una “pulia etnica” terrificante nei modi più ancora che nei numeri. Nel 2004, una legge accompagnata da polemiche fatte più di scontro ideologico che di pietà condivisa istituì la Giornata nazionale del ricordo, fissata per il 10 febbraio.

Foibe significa persone legate l’una all’altra con un lungo fil di ferro stretto ai polsi e schierate sul bordo di quelle profondissime fosse naturali. Poi, una raffica di mitra, per uccidere i primi delle file, i più “fortunati” a morire subito, che cadendo  trascinavano con sé gli altri, condannati a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Né mancò in questa ferocia una specifica componente anticattolica. In una foiba, sembra quella di Martines,  per fare solo un esempio, fu gettato nell’autunno del 1946 il corpo di don Francesco Bonifacio, un sacerdote di  Pirano, all’epoca nella diocesi di Trieste e oggi comune della Slovenia, ucciso a colpi di pietra e di coltello da tre attivisti della Difesa popolare titina, e beatificato nel 2008.

Quattordici delle vittime,  come detto, erano originarie della Tuscia. Il 10 febbraio  le ricordano una cerimonia e un corteo che confluisce a Valle Faul, al Largo Martiri delle Foibe, dove un cippo li ricorda: Finimaldo Angeletti, Augusto Bacchi, Otello Bigerna, Francesco Brocchi, Ennio Carosi, Carlo Celestini, Pierino Corinti, Luciano Lupattelli, Giulio Mancini, Cesare Merlani, Vincenzo Quadracci, Giovanni Ricci, Fabio Tamantini, Giovanni Tiburzi.

Giulio Mancini, è l’ultimo del quale si è avuta certezza, dopo la desecretazione di documenti ufficiali,  che la morte fosse da attribuire alla persecuzione titina degli italiani. Era un carabiniere originario di Civitella d’Agliano, in servizio alla fine della guerra a Gorizia. Con il passaggio della città al controllo jugoslavo, era stato trasferito a Gradisca  d’Isonzo. Due mesi dopo, il 25 giugno 1945, fu ritrovato ucciso con un colpo di arma da fuoco alla nuca e con i segni di torture subite proprio a Gorizia, dove si era recato per recuperare oggetti personali.

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