Di Pierluigi Natalia e Laura Ciulli

Torniamo oggi a riflettere sulla lezione,di Papa Francesco in occasione di questa  Pasqua, dopo aver voluto dare nei giorni scorsi uno spazio maggiore e più attento, alla realtà diocesana di Viterbo, con le parole del vescovo e con le notizie su altre significative celebrazioni.

Una lezione, al tempo stesso  religiosa, sociale e antropologica, che ci è stata offerta sia durante la veglia pasquale di sabato sera, sia durante la messa del giorno di domenica, seguita dal messaggio paquale e dalla benedizione Urbi et Orbi.

Entrambre le celebrazioni, come le altre del Triduo, si sono tenute nella  vuota basilica di San Pietro in Vaticano, entrambe   in modo essenziale, eppure senza nulla perdere in solennità, con l’uso del latino e del greco antico, le lingue liturgiche ufficiali della Chiesa, e soprattutto senza nulla togliere all’annuncio, al significato essenziale:  “Gesù Cristo è risorto, è veramente risorto”.

Egli sì, una volta e per sempre.  Ma noi? Noi che della nostra resurrezione siamo resi certi dalla parola del Signore, come ne comprendiamo il significato? Come improntiamo ad esso la nostra vita quotidiana? Cosa conserviamo dell’insegnamento che ci è venuto da quella grande basilica vuota, dalle parole pronunciati dal Papa davanti all’icona di Maria salus populi romani e al  Crocifisso miracoloso della chiesa romana di san Marcello al Corso, emblemi di questa quaresima e di questa settimana santa vissute durante la pandemia del Covid-19?

Alla veglia al termine di quel sabato giorno del silenzio, dell’ora più buia, Francesco ci ha detto che il sepolcro vuoto è per sempre nel nostro destino e, dunque, “… non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sulla speranza. Dio è fedele, non ci ha lasciati soli… è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte”.

La domenica di Pasqua, nel giorno della luce che deve accomparci in un tempo rinnovato,  il Papa ha ammonito che esso “… non è il tempo dell’ indifferenza perché tutto il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell’affrontare la pandemia…”,  “… non è il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone…” e “… non è il tempo della dimenticanza…”. In riferimento alle tante crisi umanitarie che stanno rischiando di passare in secondo piano, per via dell’ emergenza coronavirus.

Sarebbe negare la Pasqua, dimenticarci dei deboli delle periferie di ogni parte del mondo, di provvedere a chi rischia di perdere il lavoro, di smetterla con le guerre, con il commercio delle armi “spendendo ingenti capitali che dovrebbe essere usati per curare le persone e salvare vite”. Il pensiero del Pontefice è andato alla vita di milioni di persone  cambiata all’improvviso.

“Per molti, rimanere a casa è stata un’occasione per riflettere, per fermare i frenetici ritmi della vita, per stare con i propri cari e godere della loro compagnia. Per tanti, però, è anche un tempo di preoccupazione per l’avvenire che si presenta incerto, per il lavoro che si rischia di perdere e per le altre conseguenze che l’attuale crisi porta con sé. Incoraggia quanti hanno responsabilità politiche ad adoperarsi attivamente in favore del bene comune dei cittadini, fornendo i mezzi e gli strumenti necessari, per consentire a tutti di condurre una vita dignitosa e favorire, quando le circostanze lo permetteranno, la ripresa delle consuete attività quotidiane”.

Particolarmente intenso è stato l’appello all’Europa, affinché non si metta a rischio il cammino di pace e il futuro delle prossime generazioni.

“Dopo la seconda guerra mondiale – ha ricordato infatti il Papa  – questo amato continente è potuto risorgere grazie a un concreto spirito di solidarietà che gli ha consentito di superare le rivalità del passato. È quanto mai urgente, soprattutto nelle circostanze odierne, che tali rivalità non riprendano vigore, ma che tutti si riconoscano parte di un’unica famiglia e si sostengano a vicenda. Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni”.

In questa Pasqua diversa dalle precedenti, segnata da dolore e lutto, l’attenzione del Papa è rivolta soprattutto  “… ai malati, a coloro che sono morti e ai familiari che piangono per la scomparsa dei loro cari, ai quali a volte non sono riusciti a dare neanche l’estremo saluto. Il Signore della vita accolga con sé nel suo regno i defunti e doni conforto e speranza a chi è ancora nella prova, specialmente agli anziani e alle persone sole”.

E alla Chiesa universale, a tutti noi, il Papa ricorda che “… questo morbo non ci ha privato solo degli affetti, ma anche della possibilità di attingere di persona alla consolazione che sgorga dai Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Riconciliazione. In molti Paesi non è stato possibile accostarsi ad essi, ma il Signore non ci ha lasciati soli! Rimanendo uniti nella preghiera, siamo certi che Egli ha posto su di noi la sua mano, ripetendoci con forza: non temere, ‘sono risorto e sono sempre con te”.

Di qui l’invito a combattere il contagio del virus, anche con quello che ha chiamato il contagio della Risurrezione “che si trasmette da cuore a cuore – perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia”.

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