La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.
Si conclude in questo 22 novembre 2020, XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A, solennità di Cristo Re dell’Universo, l’anno liturgico.

Per noi è anche la conclusione del cammino fatto per molte settimane con gli insegnamenti tratti dalle omelie del cardinale Lorenzo Antonetti, che abbiamo scoperto – o riscoperto – insieme attuali e profonde nonostante il quarto di secolo trascorso da quando vennero pronunciate.

Domenica prossima sarà la prima delle quattro domeniche di Avvento e Sosta e Ripresa si affiderà, per questo servizio ai suoi lettori, a quattro sacerdoti della diocesi di Viterbo, in attesa di pubblicare a Natale l’omelia del vescono Lino Fumagalli.
Il cardinale Antonetti incominciò la sua omelia ricordando che «… termina questa settimana l’anno liturgico che ci ha visto celebrare insieme l’Eucarestia quasi in ogni domenica e in molte altre feste e solennità – . E termina con uno dei passi più conosciuti e più meditati del Vangelo di Matteo (Mt 25, 31-46).
Questo brano che abbiamo ascoltato oggi segue direttamente e in un certo senso riassume quelli sui quali abbiamo riflettuto nelle ultime domeniche. In questo 25° capitolo del Vangelo secondo Matteo, prima con parabole e poi con l’allegoria del gregge il Signore ci guida verso la comprensione del passaggio dal tempo all’eternità, dalla storia delle esperienze umane alla visione del Regno di Dio, quell’universo del quale Cristo è re, come affermiamo nella liturgia di oggi».
«C’è un termine greco, parusìa, con il quale i cristiani indicano da sempre questo passaggio, la venuta di Gesù nella gloria alla fine dei tempie con essa il giudizio finale sulla storia così come l’umanità l’ha vissuta per millenni. Quello che siamo abituati a chiamare giudizio universale ha sempre interrogato il pensiero umano, l’arte, la letteratura. spesso con terrore, spesso con rifiuto e negazione, spesso con un’ostinata speranza che nutre la nostra fiducia nel mantenimento delle promesse del Signore. Qualche domenica fa abbiamo riflettutto su quelli che il catechismo chiama che il catechismo chiama i Novissimi, cioè quanto segue alla nostra vita terrena: giudizio, inferno o paradiso. E di questo ci parlano le letture di oggi. Avrete spesso sentito l’espressione “secondo Avvento” per definire tutto questo. Del resto l’Apocalisse, l’ultimo libro del nuovo Testamento, si conclude con l’espressione Maràna tha (in aramaico “Signore vieni”) che ricorre più volte in tutta la Bibbia. Ma i nostri linguaggi sono imperfetti. anche quando traducono per noi quanto il Signore ci dice. Parusìa letterarlmente significa presenza immanente, di solito riferita dagli autori greci al divino o a qualcosa che al divino sostituiscono, come fa ad esempio Platone con le idee».
«Tutto questo non è una sorta di sfoggio di conoscenze teologiche che io o altri possiamo fare – precisò il cardinale -. Né servirebbero più di tanto a spiegare il Vangelo e la realtà della Chiesa. Tuttavia alle parole degli uomini dobbiamo ricorrere per riflettere sulla Parola di Dio. Presenza, dunque. Ma noi sappiamo che il Signore è presente sempre tra noi. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo” ci ha detto. E proprio Matteo, all’inizio del sua Vangelo ci presenta Gesù come l’Emanuele, che significa “Dio con noi”. Allora leggiamole con questa convinzione, con questa gioia ,e allegorie del gregge con il quale la Chiesa s’identifica. Leggiamole con il prefeta Ezechiele nella prima lettura (Ez 34, 11-12. 15-17.) con il salmista (Sal.22) che ci mostrano l’immigane di Dio come pastore premuroso,, quell’immagine alla quale Gesù stesso farà ricorso. Leggiamole con san Paolo nella prima letterra ai Corinzi (1Co 15 , 20-26.28) che ci dice come “l’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte”. Perché il Signore la morte l’ha vinta. Tra poco reciteremo il Credo. È la professione di fede che ci identifica come appartenti alla Chiesa. Recitiamola oggi con particolare convinzione. Tutta e specialmente la frase “aspetto la resurrezioni dei morti e la vita del mondo che verrà”. Perché questa la gloria nella quale Gesù verrà a giudicare i vivi e i morti. Allora comprenderemo, vedremo con chiarezza ciò che la condizione umana nel tempo ci lascia solo immaginare e credere. La vita del mondo che verrà, l’eternità che attende ciascuno di noi».
«Temere il giudizio di Dio è cosa giusta. Ma per comprendere come presentarci a questo giudizio con fiducia, quando sarà il momento per ciascuno di noi e per l’umanità tutta e per tutti i tempi, per ogni vicenda, dobbiamo imparare a riconscere il Signore nella nostra vita. Perché il Signore è sempre presente e sempre viene. Perché saremo giudicati sull’amore. Come farlo ce lo dice il Vangelo di oggi: il Signore ha fame, ha sete, è nudo, è straniero, è malato, è carcerato. Pensiamoci sempre quando incontriamo la povertà, il bisogno. la discriminazioni. Riflettiamo, dunque, preghiamo di essere aiutati a vivere questo riconoscimento nell’incontro con i fratelli, soprattutto con quelli nel bsogno. Perché non sappiamo cosa siano paradiso o inferno, né chi vi si trova o vi si troverà. Ma certo sono abbraccio o lontananza. Perchè il Regno dei cieli è già qui, è il regno dell’Emanuele, è Dio con noi. E l’inferno, il castigo, è noi lontani da Dio. E se in nostro terreno inferno scopriamo di trovarci, impariamo come uscirne».
Buona domenica a tutti
