Da molti mesi la condizione delle popolazioni africane, soprattutto subsahariane, è in drammatico peggioramento, anche senza tener conto della pandemia del Covid 19, che in quella parte del continente non vede risposte paragonabili a quelle delle principali potenze, dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina all’Unione europea. Tuttavia, anche per questa vicenda, l’ostacolo peggiore per quelle popolazioni non è tanto la condizione di miseria e di sottosviluppo nella quale versano, né forse la cosiddetta guerra dei vaccini, in atto tra tali potenze e neppure la questione dei brevetti e delle capacità di produrli a esse connessa. A negare loro speranza, nonostante gli sforzi del volontariato internazionale, a partire da quello cattolico con l’azione delle diocesi e dei missionari, sono soprattutto i conflitti pluridecennali dei quali non si prospetta la fine e quelli riaccesisi di recente.

Grandi Laghi Africa

L’esempio più macroscopico, ma non certo il solo, si ha nella regione dei Grandi Laghi.  Nella Repubblica Democratica del Congo si esaspera ulteriormente l’incancrenito conflitto nelle regioni orientali, riportato a una spesso distratta opinione pubblica occidentale in questo 2021 da episodi come l’uccisione in febbraio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio e quella un mese dopo di William Assani, il magistrato che indagava su quella vicenda.

Così come l’attenzione sui perduranti conflitti In Sudan e Sud Sudan, anch’essi usciti da tempo dalle cronache internazionali, è stata di nuovo suscitata dal ferimento in un’aggressione del vescovo eletto di Rumbek, il missionario comboniano italiano Christian Carlassare.

Ma il punto cruciale resta quello degli interessi internazionali – con la complicità dei governi locali coinvolti (non solo quelli di Kinshasa e di Juba) – sulle materie prime strategiche congolesi, ma anche sulla rilevanza strategica sudsudanese. Sulla ricchezza del sottosuolo altrettanto si può dire, in misura certo minore, ma non irrilevante, in altre zone del continente. Ne è un esempio il Mozambico, dove l’ennesima insurrezione di un gruppo jiadista nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, ricca di gas naturale e al centro di forti interessi stranieri, con la conquista in aprile della città di Palma, ha confermato le persistenti difficoltà del Paese a consolidare con politiche di vero sviluppo l’accordo di pace firmato a Roma quasi trent’anni fa.

Altrettanto drammatica resta la situazione nel Corno d’Africa, dove si protrae da decenni il conflitto in Somalia, mentre in Etiopia le speranze di pacificazione a suo tempo suscitate dal presidente Abiy Ahamed, premio Nobel per la pace nel 2019, sono state bruscamente vanificate dalla riesplosione del conflitto nel Tigrai.

Evidenti sono anche le responsabilità pluridecennali dei governi e della comunità internazionale – in questo caso a partire dalla Francia, ex potenza coloniale – nei cinque Paesi del Sahel ((Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger e Ciad), dove la situazione negli ultimi mesi si è aggravata in modo inquietante peggioramento. Attacchi contro la popolazione e le forze di sicurezza, locali e internazionali, tensioni comunitarie e lotta per le risorse sono alla base della perdurante instabilità dell’area, la più povera – o meglio impoverita – tra le macroregioni africane.

Foto tratte dal web

Condividi