Genitori e figli” questo il titolo che è stato dato all’evento andato in scena venerdì 10 febbraio nel teatro della “Casa Circondariale di Viterbo” (Mammagialla). Il messaggio scritto sull’invito rivela, meglio di ogni altra cosa, la ragione della serata:

“Il legame con i componenti della propria famiglia rappresenta spesso il principale motivo di speranza nel futuro ma è anche la causa di maggiore sofferenza quando non è possibile essere presenti fisicamente nella quotidianità, nella crescita e nell’accudimento dei propri figli, spesso si aggiungono comprensibili sensi di colpa anche nei confronti di chi è costretto ad adempiere da solo/a tutte le funzioni affettive ed educative.

I partecipanti al progetto hanno potuto sperimentare e promuovere nuove forme relazionali e nuove dimensioni affettive attraverso una migliore conoscenza di sé stessi e del proprio vissuto, dei dolori sofferti e procurati, delle scelte e delle responsabilità.

Non sarà il giudizio a cambiare il nostro passato ma una presa di coscienza e una nuova consapevolezza potrà illuminare il nostro futuro”.

Erano presenti il vescovo Orazio Francesco Piazza, il prefetto Antonio Cananà e la sindaca Chiara Frontini. Ha introdotto la serata, in un teatro gremito di operatori, volontari, parenti e “ospiti”, la direttrice del carcere dot.sa Teresa Mascolo mettendo in evidenza la natura del progetto di sostegno alla genitorialità portato avanti dal Gruppo Assistenti Volontari Animatori Carcerari (GAVAC) ispirato dal direttore Claudio Mariani e condotto da Emiliana Feroli e Marina Carlini.

Il direttore Dello Preite ha sottolineato che questo progetto fa parte delle iniziative che la direzione del carcere mette in campo per alimentare la speranza che favorisce il percorso rieducativo-riabilitativo dei carcerati. Ha poi mostrato i disegni a matita fatti dai ragazzi, in uno stile spontaneamente naif drammaticamente evocativo del loro intimo vissuto. I carcerati hanno poi letto ognuno la propria condotta di vita, ripensata come un esame di coscienza, che li ha portati in questa condizione di restrizione. Si è trattato di 14 esperienze dichiarate spesso con la voce rotta che hanno fortemente emozionato la platea; alcuni non ce l’hanno fatta ed il testo da loro preparato è stato letto da Claudio.

Le testimonianze sono state intervallate da brani di musica leggera splendidamente eseguiti alle chitarre da Giampiero e Daniele Lattanzi che hanno sdrammatizzato il patos crescente del racconto di queste vite spezzate. Due momenti sono stati particolarmente toccanti, quando tre bambini sono saliti sul palco per abbracciare i propri genitori reclusi e quando uno dei carcerati al termine della sua testimonianza ha chiesto la mano della sua fedele compagna.

Al termine la direttrice ha voluto ringraziare il vescovo per il dono da lui fatto di 8 “calciobalilla”. Mons. Piazza ha voluto inaugurare uno dei biliardini invitando alle manopole il prefetto per una piccola sfida contro i detenuti. Dalla cronaca non si sa chi abbia segnato.

Tommasa Alfieri
Tommasa Alfieri

Come discepoli della Signorina Masa ricordiamo quanto ella scriveva sull’Opera di Misericordia: “Visitare i carcerati”:…………………..

Visitare i carcerati, oggi, è un’opera di misericordia complicata e non facilmente accessibile. A parte poi che non tutti sono tagliati per degli utili incontri dove occorre avere particolare intuito, prudenza, saggezza. Visitare un carcerato non è un episodio emozionante, attraente per la sua singolarità: non è andare a commiserare, a credere inconsideratamente ad una protesta d’innocenza o ad inorridire per un crimine.

È con l’anima in ginocchio davanti al mistero del Cristo nascosto dietro il volto del male, aiutare il carcerato, se colpevole, a capire cosa è colpa, pentimento, espiazione in senso cristiano; è aiutarlo a recuperarsi, a ritrovare una dignità interiore che spesso ignora del tutto. Se innocente, è aiutarlo a capire cosa è speranza in Dio, cosa è difesa senza odio e senza vendetta.

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Una colpa con i suoi effetti arriva lontano, spesso devasta lontano. C’è chi è colpito direttamente, chi indirettamente; chi va in carcere lascia spesso qualcuno a piangere da opposte rive e per opposte ragioni.

Accostarsi e tutte le volte che il Signore ce ne presenta la possibilità entrare in questi dolori. Non si tratta di esclamare, parlare, considerare: si tratta di aiutare chi è stato colpito o chi sente la vergogna di avere lo stesso cognome di chi ha colpito. Aiutare spiritualmente, materialmente; aiutare in momenti che spesso sono veri terremoti e cambiano il corso di una intiera vita.

Per far questo non occorre pensare solo ai grandi crimini: anche qui le miserie più nascoste hanno le spine più aguzze, anche se piccole; e le vittime più gravi, anche se silenziose.

 Poche miserie, poi, come quella che si risolve nel carcere, hanno tanto bisogno dell’aiuto della preghiera. Essa si insinua nelle crepe aride del male e vivifica e rinverdisce possibilità impensate di ritorno”.

Con la preghiera si visita il carcere, qualunque, dovunque, in ogni momento!

Pregare; offrire; è più che una visita: è un dono, è il dono”

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(dagli Scritti di Tommasa Alfieri: Uno sguardo che accarezza la memoria. Pag 253 ed.: Amici della Familia Christi. Viterbo 2010)

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