Papa Francesco concistoro

Tal risonò moltiplice/ la voce dello Spiro:/ l’Arabo, il parto, il siro/ in suo sermon l’udì. Sono versi de La Pentecoste di Alessandro Manzoni, l’ultimo degli Inni sacri, certo non la migliore delle opere dello scrittore, me che pure coglie questo aspetto essenziale del racconto della Pentecoste, riportato negli Atti degli apostoli. E proprio quel passo delle Scritture (Atti 2, 1-11),  quello stupore delle genti che fu allora e che ancora oggi definisce l’evangelizzazione, Papa Francesco ha scelto di far proclamare – da una donna – e ha commentato durante il Concistoro pubblico per la creazione (si dice così) di ventuno nuovi cardinali, tenuto sabato mattina 30 settembre, sul sacrato della Basilica di San Pietro, di fronte a una folla di oltre dodicimila persone. Tra i nuovi cardinali figura, come già scritto su queste pagine, l’arcivescovo Agostino Marchetto, i cui interventi hanno spesso arricchito il nostro giornale.

Card. Marchetto Papa Francesco Il Papa ha detto che gli apostoli erano tutti della Galilea, non mentre «la gente che si era radunata era “di ogni nazione che è sotto il cielo”, proprio come sono i vescovi e i cardinali nel nostro tempo». Questo il motivo della scelta del brano. Ma «… meditando poi su di esso – ha spiegato -, mi sono accorto di una specie di ‘sorpresa’ che era nascosta in questa associazione d’idee, una sorpresa nella quale, con gioia, mi è sembrato di riconoscere, per così dire, l’umorismo dello Spirito Santo, scusatemi l’espressione».

Perché i vescovi sono successori degli apostoli e «normalmente noi pastori, quando leggiamo il racconto della Pentecoste, ci identifichiamo con loro. È naturale che sia così. Invece quei parti, medi, elamiti eccetera, che nella mia mente avevo associato ai cardinali, non appartengono al gruppo dei discepoli, sono fuori dal cenacolo, sono parte di quella folla che si radunò sentendo il rumore provocato dal vento impetuoso». E allora «… si tratta di applicare a noi – mi ci metto anch’io per primo – l’esperienza di quei giudei che per un dono di Dio si trovarono ad essere protagonisti dell’evento della Pentecoste, cioè del “battesimo” dello Spirito Santo che fece nascere la Chiesa (…) e questo dovrebbe risvegliare in noi lo stupore e la riconoscenza per aver ricevuto la grazia del Vangelo nei nostri rispettivi popoli di origine In sintesi, tra quelli dello Spirito, nel dono delle lingue l’accento va posto l’accento non tanto su chi porta, ma su chi riceve il Kerygma, l’annuncio della salvezza. «Ed è arrivato a noi ha ribadito Papa Francesco – “nelle nostre lingue”, sulle labbra e nei gesti dei nostri nonni e dei nostri genitori, dei catechisti, dei sacerdoti, dei religiosi… Ognuno di noi può ricordare voci e volti concreti. La fede viene trasmessa “in dialetto”. Non dimenticatevi questo: la fede viene trasmessa in dialetto, dalle mamme e dalle nonne». Si tratta di riscoprire quello «stupore» originario perché la Chiesa «Non vive di rendita, no, e tanto meno di un patrimonio archeologico, per quanto prezioso e nobile: la Chiesa, e ogni battezzato, vive dell’oggi di Dio, per l’azione dello Spirito Santo».

Papa Francesco, Card. Marchetto
Papa Francesco, Card. Marchetto

Ai nuovi cardinali e alla Chiesa tutta, il Papa ha indicato questa prospettiva anche in vista del Sinodo sulla sinodalità, che non è un gioco di parole, ma una riflessione seria su come davvero camminare insieme, che si aprirà mercoledì 4 ottobre, memoria liturgica di san Francesco d’Assisi. Troppi – quasi la totalità della stampa – parlano di questo Sinodo come dell’ennesima occasione di scontro tra i cosiddetti “progressisti” e i cosiddetti “conservatori”, scambiando l’ecclesialità per una partita tra ideologie, quando non sfocia in una cacofonia da tifosi di squadre di pallone. Del resto da decenni la cosa va avanti anche sulla “interpretazione” del Concilio Vaticano II. Basterebbe leggere anche una parte infinitesimale dell’opera di Marchetto – che non a caso Papa Francesco ha definito il massimo esegeta di tale Concilio – per capire che è un atteggiamento fuorviante. Realizzare la lezione del Concilio non è una affermazione di aut aut, ma la comprensione degli et et. La tradizione non è qualcosa di ingessato, né il progresso significa liberarsene come di un peso inutile.

Papa Francesco concistoro Il Sinodo «non è un parlamento né un programma televisivo» e «non c’è spazio per l’ideologia», aveva spiegato il Papa ai giornalisti di ritorno dalla visita pastorale Mongolia. Durante il Concistoro, ai presenti e forse più ancora ai 365 «membri» con diritto di voto al Sinodo, sacerdoti e laici –  non si dice più “padri sinodali” perché per la prima volta ci saranno 54 donne votanti – ha scelto l’allegoria di un’orchestra sinfonica. Sinfonica.

«Una sinfonia – ha detto – vive della sapiente composizione dei timbri dei diversi strumenti: ognuno dà il suo apporto, a volte da solo, a volte unito a qualcun altro, a volte con tutto l’insieme. La diversità è necessaria, è indispensabile. Ma ogni suono deve concorrere al disegno comune. E per questo è fondamentale l’ascolto reciproco: ogni musicista deve ascoltare gli altri. Se uno ascoltasse solo sé stesso, per quanto sublime possa essere il suo suono, non gioverà alla sinfonia; e lo stesso avverrebbe se una sezione dell’orchestra non ascoltasse le altre, ma suonasse come se fosse da sola, come se fosse il tutto. E il direttore dell’orchestra è al servizio di questa specie di miracolo che ogni volta è l’esecuzione di una sinfonia. Egli deve ascoltare più di tutti gli altri, e nello stesso tempo il suo compito è aiutare ciascuno e tutta l’orchestra a sviluppare al massimo la fedeltà creativa, fedeltà all’opera che si sta eseguendo, ma creativa, capace di dare un’anima a quello spartito, di farlo risuonare nel qui e ora in maniera unica».

Qui e ora, nell’oggi di Dio, nell’oggi della Chiesa, nell’oggi dell’umanità tutta.

Foto Osservatore Romano

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