L’attacco armato nel quale questa mattina nella Repubblica Democratica del Congo sono stati uccisi l’ambasciatore italiano nel Paese, Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista congolese del quale al momento in cui scrivo non si conosce ancora il nome, ha riportato dolorosamente e bruscamente all’attenzione degli italiani una delle maggiori, pluridecennali e irrisolte tragedie del mondo.

I tre viaggiavano in un convoglio della MONUSCO, la missione dell’Onu per la stabilizzazione del Paese africano, dove a cavallo del passaggio del millennio un conflitto talmente spaventoso da meritarsi il nome di prima guerra mondiale africana causò oltre tre milioni di morti, per metà bambini, tra il 1998 e il 2002. Un conflitto mai davvero finito, se è vero che i rapporti dell’Onu hanno più che raddoppiato questa cifra nell’ultimo ventennio. Soprattutto nell’est, intere regioni, Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri, non hanno mai smesso di essere devastate da gruppi armati che la maggiore forza dell’Onu al mondo – la Monusco schiera quindicimila caschi blu – non riesce a frenare. E lo stesso accade nel sud, nel Kasai e nel Katanga.

L’attacco è stato sferrato proprio nel Nord Kivu, nel percorso tra Goma e Bukavu, da uomini che secondo le prime informazioni hanno usato armi leggere. All’origine della violenza che devasta il Paese e della quale l’attentato di oggi è solo l’ultimo di un’infinita serie di episodi non ci sono, se non in minima parte, fattori locali. Perché se i congolesi sono in maggioranza poveri, il Paese è straordinariamente ricco di materie prime che alimentano le economie dei “grandi della Terra”, a partire dal coltan, la lega naturale di columbite e tantalite, due minerali che si trovano molto raramente allo stato puro e che sono indispensabili per la moderna industria, soprattutto nel settore elettronico e informatico.

Immensi interessi internazionali spiegano le complicità – evidenti a chiunque, come chi scrive, conosca un po’ la storia e la situazione attuale del Paese e più in generale della regione Africana dei Grandi Laghi – con quei gruppi armati che consentono l’acquisizione a basso prezzo di quelle materie prime. Una complicità nella quale trova posto anche proprio il traffico illegale di armi, in questo caso leggere, delle quali per inciso l’Italia è tra i maggiori produttori.

Del resto, la ricchezza – fossero schiavi, avorio, legname prezioso o da ultimo appunto materie prime – è sempre stata una maledizione per quel popolo dall’arrivo degli occidentali in poi. Ai quali occidentali fa ormai concorrenza la Cina che, per fare solo un esempio, ha acquisito tre anni fa con la China Molybdenum il controllo della miniera di cobalto di Teke, dove si ricava il 65 per cento mondiale del costoso minerale.

E intanto nel ricco Paese che continua a far gola alle multinazionali la vita infernale produce centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati, almeno otto, secondo stime al ribasso, il che lo pone al primo posto nel fenomeno, davanti a Siria, Iraq e Somalia.

A questo si aggiungono le ricorrenti epidemie, ben più mortali di quella del Covid-19, e nuove minacce per l’agricoltura. I contadini congolesi non scappano solo dai miliziani, ma anche dalle loro terre. Un terzo delle province è colpito dall’infestazione della spodoptera exempta e della Spodoptera frugiperda, due insetti che si nutrono di mais, riso, sorgo e grano.

Il primo è indigeno dell’Africa, l’altro, più devastante, è arrivato dall’America circa tre anni fa e ha già distrutto in più di una trentina di Paesi oltre un milione acri coltivati a mais, il cibo principale per oltre duecento milioni di africani.

Foto tratta dal web

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