Sul protratto divieto di partecipare alla Messa
Torniamo oggi, con un approccio che riteniamo dover coniugare la contrarietà alla pacatezza, sulla decisione governativa di escludere la riapertura delle chiese al culto dalle misure di ripresa nella cosiddetta fase 2 del contrasto dell’epidemia del Covid-19 così come previste nel nuovo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) annunciato domenica dallo stesso Giuseppe Conte.
I punti essenziali della questione sono stati già esaurientemente posti nell’immediata nota dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) seguita alle decisioni illustrate da Conte, argomento dell’editoriale di ieri di Sosta e Ripresa. E forse non sarebbe necessario aggiungere altro, se non fosse che in ventiquattro ore si sono scatenate reazioni che con la posizione dei vescovi italiani hanno poco a che fare, ma che anzi la stanno strumentalizzando per basso e misero calcolo politico, sulla scia di quella perversione nazionalista, o come si dice oggi sovranista, determinata a mistificare la religione per consolidare il consenso tra quanti, e non sono purtroppo pochi, hanno sotto questo aspetto una fragile identità.
È questo un fenomeno che ha attraversato gran parte della storia e che ha sempre portato a tragedie immani, che si è fatto strumento di odio e di guerre d’aggressione. Non c’è, ovviamente, un simile pericolo nella situazione italiana attuale, ma questo comportamento resta pericoloso lo stesso, per la convivenza civile e per la stessa comunità ecclesiale. E diciamo subito, che non può esistere un cattolicesimo nazionale, una contraddizione in termini, dato che cattolico significa universale, ed è una vera e propria bestemmia pensare di aderire a una simile idea.
Così come è forsennato ripescare dai bassifondi della storia espressioni come scontro tra Stato e Chiesa, o conflitto tra scienza e fede.
Ciò detto, c’è una premessa d’obbligo da fare, nel proseguire il discorso: l’articolo 7 della Costituzione afferma che “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. È su questa base che vanno valutate le decisioni governative. Ed è proprio la Costituzione che dà un avallo indiscutibile a quanto si legge nella nota dei vescovi: “Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia”.
Il riferimento al Comitato tecnico-scientifico non è ovviamente casuale. È infatti noto che la scelta di Conte – che peraltro ha garantito la definizione di protocolli per riaprire le chiese al culto già nei prossimi giorni – è stata determinata dal parere del comitato, secondo il quale “la partecipazione dei fedeli alle funzioni religiose comporta allo stato attuale alcune criticità ineliminabile, che includono lo spostamento di un numero rilevante di persone e i contatti ravvicinati durante l’eucarestia”. Tuttavia, come ha argutamente sostenuto il presidente della Cei, il cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, Gualtiero Bassetti, gli scienziati “… in questo caso si sono messi a fare i liturgisti…”.
Nei contatti tenuti costantemente con il governo, i responsabili della Cei avevano presentato piani che vanificavano una simile superficiale sciocchezza, prevedendo per esempio che l’accesso in chiesa sia contingentato a un numero massimo di persone, parametrato alle dimensioni della struttura, che i fedeli siano distanziati, che lo scambio del gesto di pace avvenga senza contatto fisico, che l’Eucarestia sia distribuita tra i banchi e nelle mani. E nel caso di chiese troppo anguste è ipotizzabile tenere celebrazioni all’aperto.
Quello che si contesta, non è certo il diritto dello Stato a indicare misure di sicurezza vincolanti: i vescovi nel loro complesso non sono stupidi e non lo sono neppure i fedeli cattolici (con l’eccezione ovviamente di quelli che “abboccano” alle esche delle strumentalizzazioni su citate). Ma è sempre la Costituzione a stabilire che l’organizzazione del culto spetta alla Chiesa, nell’ovvio rispetto delle regole della convivenza sociale, onde non sia violata la libertà di professare la propria fede, libertà che costituisce parte irrinunciabile dei diritti umani.
Di qui la contrarietà per quanto accaduto. Quanto alla pacatezza, basta considerare quanto accaduto questa mattina. Durante la Messa quotidiana nella cappella di Casa Santa Marta in Vaticano, Papa Francesco ha ricordato che “serve obbienza e prudenza perché la pandemia non torni”.
Ai soliti mestatori che tirano il Papa per la tonaca e che hanno subito parlato di “bacchettata ai vescovi” dà risposta la nota della Cei sempre di questa mattina nella quale si conferma che “non c’è alcuno scontro con il governo con il quale il dialogo continua”. Perché la Chiesa dialoga, non fa barricate. E chi invita i cattolici a farne, chi istiga a proteste da strumentalizzare, con la Chiesa, con il Cattolicesimo, con l’adesione al Vangelo ha poco o niente a che fare.

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
