Quanto accaduto ieri alla Camera dei deputati, con la seduta sospesa per le proteste scomposte dell’opposizione durante l’intervento di un deputato di maggioranza concentrato sulla presunta cattiva gestione da parte dell’emergenza del Covid-19 in Lombrardia, non è solo l’ennesimo esempio di “spettacolarizzazione” di un certo modo di fare politica (scontri verbali pesantissimi e tafferugli nei Parlamenti ci sono sempre stati  da quando esiste, ma ormai è diventato abituale ogni volta che c’è la ripresa televisiva di una seduta organizzare sceneggiature con  cartelli sbandierati in aula e offese agli avvarsari scandite con cori da stadio).

Indipendentemente dai toni usati dal deputato in questione, Riccardo Ricciardi   del Movimento 5 stelle, la formazione di maggioranza relativa che sostiene il governo, e da una sua palese inesattezza a proposito dei finanziamenti della contestata struttura sanitaria realizzata alla Fiera di Milano – ha parlato di sperpero di soldi pubblici mentre i fondi sono arrivati da donazioni private – la questione sollevata nell’aula di Montecitorio è non solo seria, ma fondamentale per le scelte dell’immediato futuro in campo sanitario,  in Italia e non solo.

Addossare, come ha fatto Ricciardi,  all’attuale amministrazione della Regione Lombardia la responsabilità principale del fatto che le conseguenze in termini di vite umane della pandemia siano state e siano tuttora molto più alte che in tutto il resto d’Italia non è piaciuto granché neppure a chi scrive queste righe. Né basta ad avallare tale accusa l’apertura di inchieste della magistratura su quanto accaduto in quella regione, compresa un’indagine conoscitiva della procura della quale si è avuta ieri notizia, dopo un esposto presentato da un sindacato locale,  l’Associazione per i diritti dei lavoratori (Ald Cobas Lombardia) che chiede di  verificare se “la tutela degli interessi privati abbia avuto prevalenza rispetto alla prioritaria tutela della salute pubblica” nella costruzione della struttura alla Fiera di Milano.

Né che  rappresentanti legali di alcuni dei donatori dei  21 milioni di euro usati per realizzarla  abbiano fatto richiesta di accesso  agli atti della Fondazione di Comunità Milano, che gestisce  il fondo sul quale sono affluiti i soldi, della Fondazione Fiera, che il fondo aveva avviato, e della prefettura di Milano, per capire che tipo di sorveglianza ha effettuato sugli atti delle due fondazioni.

E neppure i dubbi sull’opera in sé, definita “un’astronave” dal suo ideatore, quel Guido Bortolaso che all’epoca del terremoto dell’Aquila era alla testa della  Protezione civile italiana che non fu esempio di efficenza e di limpidezza. Dubbi legati non tanto al suo utilizzo – per fortuna grazie al rallentamento dell’epidemia  i duecento letti di rianimazione allestitivi non sono in pratica serviti – quanto alle notizie insistenti che stia per essere smantellata, cosa comunque non confermata dal presidente della Regione, Attilio Fontana.

Il punto è che quando si parla di modello lombardo di sanità, definito da molti e per decenni un’eccellenza italiana, si parla di qualcosa in cui gli interessi privati hanno una rilevanza almeno pari, per essere prudenti, di quelli pubblici. Si parla cioè di incompatibilità tra il principio di tutela della salute come diritto umano  e gestione della sanità come affare economico.

Sosta e Ripresa ha già affrontato più volte negli ultimi mesi tale questione e continuerà a farlo. Perché la pandemia del coronavirus è un monito che non consente di essere banalizzato da battibbecchi su astronavi costosissime e mai decollate e nppure dal fruscio delle carte bollate.

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