Tra i mutamenti imposti ai comportamenti sociali dalla pandemia del Covid-19 hanno un particolare rilevo, forse non abbastanza indagato, quelli che hanno coinvolto e continuano a coinvolgere i bambini. In particolare, la pur necessaria chiusura delle scuole ha compromesso molti equilibri delle condizioni dell’infanzia, con evidenti ripercussioni anche su quelli domestici. Né soluzioni a misura di bambino possono venire dall’esclusivo aspetto del sostegno economico ai genitori, per esempio dalle previsioni di congedi parentali dal lavoro o di voucher per le babysitter.

Con l’imminente arrivo dell’estate si sta molto discutendo di come consentire la ripresa di tutte quelle attività legate alle vacanze, dal turismo di massa che occorre regolamentare per scongiurare riprese della diffusione del contagio, all’organizzazione degli spazi culturali e di socializzazione nelle città. In questa prospettiva si colloca anche la questione dei centri estivi per i bambini, per i quali si stanno annunciando, in verità con molta confusione comunicativa, misure che alla prima impressione appaiono almeno ardue da applicare, per usare un eufemisno. Basti pensare alle regole di distanziamento. Dire ai bambini, sic et simpliciter, che non devono giocare stando vicini e toccandosi è chiedere l’impossibile.

Più complesso, ma al tempo stesso necessario, è un lavoro culturale, adeguatamente sostenuto con tutti i mezzi, compresi quelli dei finanziamenti,  per costruire una condizione sociale atta a garantire alle generazioni più giovani il diritto  a socializzare, alla sicurezza sanitaria, ma anche a essere responsabilizzati sulla prevenzione. E occorre farlo avendo ben chiaro che per gli oltre dieci milioni di bambini in Italia, privati per mesi della vita scolastica, del gioco all’aperto – e per inciso di quell’indispensabile strumento di crescita in ogni senso offerto dal catechismo – non sarà un lavoro facile.

Per ricostruire con nuovi parametri la vita di relazione di bambini e adolescenti, o per meglio dire consentire loro di riappropriarsene, servono interventi equilibrati e mirati, definendo bene  la gerarchia dei valori culturali ai quali improntare le infrastrutture di una società chiamata comunque a mutare.

Il contributo del laicato cattolico, quello davvero intenzionato a evangelizzare la porzione di storia nella quale è collocato, non può prescindire dal primato di chi è più nel bisogno e quindi dal formulare proposte e sostenere concrete  proposte educative che contrastino la disuguaglianza. Questo comporta un duplice compito o meglio un duplice impegno. Da un lato una partecipazione più convinta nei luogi e nei modi in cui si costruiscono le scelte politiche di una comunità locale e più in generale del Paese, senza correre dietro a strumentali atteggiamenti populisti e non limitarsi a generiche denunce di inefficazia dell’azione pubblica. Dall’altro una presa in carico di effettiva appartenenzaalla Chiesa, fatta per esempio anche con la partecipazione non solo al culto, ma alle ordinarie e se del caso straordinarie attività delle parrocchie, in particolare proprio a favore dei bambini.

Buona domenica e buona estate a tutti.

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