Per esaminare l’azione diplomatica della Santa Sede nella guerra in Ucraina non è possibile prescindere da alcune considerazioni, tanto di merito quanto di forma, che spesso i commentatori tralasciano. Il primo punto, non conosciuto da tutti, è che Santa Sede non si identifica con Vaticano. Questo è un piccolo Stato che risponde allo scopo di non sottoporre il papato ad alcuna sovranità territoriale esterna. La Santa Sede è invece una struttura istituzionale destinata a operare nel contesto internazionale e a salvaguardare la libertà della Chiesa cattolica. Non a caso, all’Onu non c’è tra gli altri membri lo Stato della Città del Vaticano, ma partecipa come Osservatore permanente la Santa Sede e presso questa sono accreditati gli ambasciatori dei diversi Paesi. Al tempo stesso, i diversi rappresentanti del Papa nel mondo, i nunzi apostolici, svolgono il loro compito tanto presso i governi quanto presso i vescovi locali.

Quanto detto aiuta a orientarsi in una vicenda che vede un po’ ovunque la radicalizzazione e la militarizzazione dello scontro. Ascrivere l’azione del Papa e della Chiesa cattolica al concetto di neutralità è non solo riduttivo, ma fuorviante, dato che neutralità si declini come estraneità o almeno come equidistanza dalle parti coinvolte. In questo caso, bisogna parlare di equivicinanza, non certo ai belligeranti, ma alle popolazioni che il loro operato travolge.

Papa Francesco
Papa Francesco

Significativamente, è stato lo stesso Papa Francesco a comunicare domenica scorsa all’Angelus sia che «la Santa Sede è disposta a fare di tutto, a mettersi a disposizione per la pace», sia l’invio in Ucraina di due cardinali, Konrad Krajewski e Michael Czerny, per portare aiuto ai profughi i rifugiati. «Questa presenza di due cardinali è la presenza non solo del Papa, ma di tutto il popolo cristiano che dice: la guerra è una pazzia, fermatevi per favore, guardate questa crudeltà». E tanto per chiarire le idee a quanti lo accusano di non distinguere la dimensione delle responsabilità, aveva premesso che in Ucraina «… non si tratta solo di un’operazione militare (il termine ufficiale usato dal presidente russo Vladimir Putin) ma di guerra che semina morte, distruzione e miseria».

L’azione diplomatica della Santa Sede è certamente disarmata. Nulla a che fare, cioè, con quel concetto, oggi purtroppo sbandierato da molti commentatori sedicenti realisti secondo i quali al tavolo delle trattative occorre sedersi con la pistola. Ma la realtà è quella che gli uomini costruiscono e se sono di buona volontà costruiscono per il bene. Una diplomazia disarmata non significa interventi impotenti. Gli esempi del successo di tale approccio – un successo basato sulla causa dell’umanità e orientato alla pace – non mancano certo. Quello più famoso è probabilmente quello all’epoca della crisi dei missili a Cuba del 1962, nel momento nel quale il mondo fu più vicino a una guerra nucleare, e l’intervento di Giovanni XXIII ottenne dai presidenti statunitense e sovietico, John Fitzgerald Kennedy e Nikita Sergeevič Chruščëv, un accordo per scongiurare la catastrofe.

Papa Francesco e Putin
Papa Francesco e Putin

Ma non è il solo caso. Per stare a tempi più recenti, basterà citare l’efficacia della lettera di Papa Francesco nel 2013 al G20 (il cui presidente era all’epoca Vladimir Putin) che fermò in Siria un intervento armato degli Stati Uniti che avrebbe portato a uno scontro diretto con la Russia.

Nell’attuale crisi ucraina, quest’azione diplomatica si è intensificata in concomitanza con lo sforzo di riallacciare il dialogo tra le confessioni cristiane coinvolte. Sul piano dei rapporti con le autorità civili, prima ancora del colloquio tra il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, e il ministro degli Sergej Viktorovič Lavrov, è da notare il gesto non protocollare del Papa di recarsi personalmente dall’ambasciatore russo presso la Santa Sede, invece di convocarlo come da prassi usuale.

Ancora più significativo è il risultato della comune condanna della guerra da parte delle tre Chiese dell’Ucraina, quella Uniate cattolica, quella ortodossa legata al Patriarcato di Mosca e quella che se ne è separata dichiarandosi autocefala con il riconoscimento del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Così come a questo riavvicinamento tra Chiese sorelle si iscrivono i contatti tra il nunzio in Russia Giovanni D’Aniello e il patriarca moscovita  Kirill.

Foto tratte dal web

 

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