Donne e mondo del lavoro è purtroppo da sempre un binomio che racconta difficoltà, ingiustizie, ritardi legislativi. E questi mesi di lotta al Covid-19 hanno aggravato ulteriormente una situazione già più che preoccupante. La pandemia morde ancora con forza in tutto il mondo e l’Italia non fa eccezione.

Come noto, accanto ai dati più svonvolgenti, quelli dei morti e della diffusione del contagio, destano allarme le conseguenze sociali, il che significa soprattutto il lavoro.

Non sarebbe giusto negare che le misure di protezione adottate in questi mesi difficili dal governo – sostegni ai redditi più bassi, cassa integrazione straordinaria, blocco dei licenziamenti (ma ovviamente non per i contratti a termine) e i cosiddetti ristori – sono riuscite in parte a mitigare le le ricadute della chiusura forzata di numerose attività e che sotto questo aspetto, per una volta, i risultati italiani sono al di sopra dela media europea.

Ma la situazione è comunque critica. I dati diffusi dall’Istat e relativi al dicembre scorso, registrano una diminuzione dell’occupazione di poco più di 101.000 a unità rispetto a novembre, cioè dello 0,4%. Sembra dunque essersi esurito il recupero parziale registrato nel terzo e in parte del quarto trimestre del 2020.
Complessivamente il  tasso di occupazione su base annua scende al 58%  dal 58,9% di dicembre 2019.Quellocertificato della disoccupazione sale  sale al 9%, ossia +0,2 punti, quello dei giovani  passa al 29,7%, +0,3. altre 34.000 persone si sono aggiunte al numero di quanti cercano lavoro, con un aumento dell’1,5%. Ma non ci sono solo questi numeri, tutto sommato contenuti: ci sono anche i cosiddetti inoccupati, 482.000 in più, nei quali vanno compresi quei disoccupati che formalmente non  svolto ricerca attiva di lavoro, per cause da attribuire, oltre che al purtroppo ben noto “effetto scoraggiamento”, alle restrizioni alla mobilità. Perchè la tragedia dell’occupazione in Italia va molto aldilà di quel 9% riportato dalle tabelle Istat.
E in ogni caso i dati  bisogna imparare a saperli leggere e questo non è un compito riservato agli esperti di statistica, ma interpella la politica, mette in discussione la visione della società. In Italia, nostante gli stanziamenti di 130 miliardi di euro appunto per i “ristori” ai lavoratori automi, la crisi colpisce soprattutto costoro, ovviamente parlando solo in termini di lavoro legale, senza cioè tener conto del lavoro in nero, sommerso e non tutelato che da almeno trent’anni  è stato ingigantito dallo scivolamento del Paese in politiche di liberismo sempre più rapace e dissennato.

E bisogna aggiungere che ad essere colpite sono soprattutto le donne, di tutte le età, con una significativa eccezione per le ultracinquantenni, quelle cioè che nel mondo del lavoro sono entrate quando le leggi di tutela ancora funzionavano e non ci si era abbandonati supinamente alle cosiddette leggi del mercato. Di quelle 101.000 persone che hanno perso il lavoro a dicembre 99.000 sono donne, 79.000 lavoratrici autonome, almeno per modo di dire: si tratta infatti di de che svolgono sotto ogni aspetto lavoro dipendente, ma sono obbligate ad aprire quelle finte partite Iva tanto care a chi le può così assumere senza dover pagare per i loro diritti, a partire dalle ferie e dalle assenze per malattia, per arrivare ai congedi parentali e a quelli per maternità.

Né certo, sono le donne a tirarsi indietro di fronte a un’emergenza. Durante il lockdown primaverile  il 74% delle donne hanno continuato a lavorare rispetto al 66% degli uomini, per garantire il servizio in quei  settori a forte vocazione femminile: scuola, sanità, pubblica amministrazione. E, tra l’altro, con la chiusura delle scuole, quasi tre milioni di lavoratrici con un figlio a carico con meno di 15 anni, il 30% delle occupate, si sono trovate a dover seguire i figli  impegnati nella didattica a distanza. Ma questo riguarda il lavoro garantito. Ben diverso è il discorso sul lavoro autonomo, che da tempo, con poche eccezioni, significa lavoro non tutelato e dove, in settori con un tradizionale bacino di presenza femminile, c’è stata una strage. È il caso del sistema ricettivo e ristorativo e del turismo,  dove le donne rappresentano circa  il 50,6% dell’occupazione, e più ancora nei servizi di assistenza domestica, dove il lavoro femminile arriva all’88,1%. Si sono persi il 44,2%  posti di lavoro, e ben il 51% con riferimento proprio a quelli femminili.

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