Non è il titolo al contrario di uno dei celebri racconti mensili del libro Cuore di Edmondo De Amicis, ma è lo stesso quello di un viaggio sulla spinta dell’amore compiuto da ragazzi. Nel caso letterario era quello di un ragazzo che si reca dall’Italia in Argentina in cerca della madre emigrata per lavorare.
In questo caso si tratta di una trentina di ragazzi e ragazze peruviani di 15 o sedici anni, accompagnati da alcuni sacerdoti, che sono passati a Viterbo nel loro pellegrinaggio a piedi lungo la Via Francigena diretti a Roma.
La meta sono le tombe degli apostoli venerate in questa città, specialmente quella di san Pietro nell’omonima basilica vaticana dove riceveranno il “Testimonium”, il documento che certifica il compimento del pellegrinaggio.
Si sono messi in cammino con un autentico spirito penitenziale. Insieme con i sacerdoti che li accompagnano, viaggiano affidandosi all’ospitalità e alla generosità di chi incontrano lungo il percorso. A Viterbo hanno trovato… pane per i loro denti. L’associazione Amici della Via Francigena ha messo a disposizione dei giovani pellegrini la struttura per l’ospitalità della notte e le credenziali dove raccogliere i timbri da presentare alla mèta, e tramite la consigliera comunale delegata alla Francigena, Alessandra Croci, i pasti del giorno. La stessa Croci, a nome dell’amministrazione comunale, ha dato un caloroso saluto al gruppo nella medievale Piazza San Pellegrino, consegnando i simboli del pellegrino medievale: il Bordone e la Conchiglia, mentre il diacono don Vincenzo Mirto, anima dell’associazione ospitaliera, ha dato la benedizione del Pellegrino nella Chiesa di Santa Maria Nuova dove sono stati accolti dal parroco don Mario Brizi.
Lungo la strada un’altra tappa fondamentale è stata per il cippo, presso la chiesetta rurale di Santa Maria Mater Amabilis a Castel d’Asso, che segnala gli ultimi cento chilometri all’agognata Città Eterna. Sono infatti proprio quei cento chilometri la distanza minima per ottenere il “Testimonium”.

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
