Cardinale Agostino Marchetto

La cortesia dell’arcivescovo Agostino Marchetto ha voluto far avere al direttore responsabile di questa testata un’intervista-contributo per una tesi di laurea sulla diplomazia della Santa Sede a favore dei poveri e della pace che è condizione indispensabile per combattere la miseria e le immani discriminazioni che straziano l’umanità.

La pubblichiamo per intero, invitando i nostri lettori a dedicarle il tempo necessario, nella convizione che da questa lettura possano farsi idee un po’ più chiare su cosa è l’azione della Chiesa universale nel mondo.

 

L’arcivescovo Marchetto fa una significativa premessa di sintetica presantazione dei compiti assolti al servizio della Santa sede: «Prima di rispondere alle domande qui sotto formulate, desidero premettere che è per me liberante, – per cui posso onorarle – il fatto che mi si chieda di farlo alla luce della mia esperienza. Aggiungo che essa è condizionata dai Paesi e territori dove ho rappresentato la Santa Sede e cioè: Zambia e Malawi, Cuba, Algeria, Tunisia, Libia e Marocco, Portogallo, Zimbabwe e Mozambico e poi, come Nunzio, quindi Capo-Missione, Madagascar, Mauritius, La Réunion, Isole Comore e Mayotte, Tanzania, Belarus’ e, dopo la mia grave malattia del 94, nella Segreteria di Stato come Nunzio a disposizione, e successivamente Rappresentante della S. Sede presso la F.A.O., l’I.F.A.D. e il P.A.M. Da ultimo eccomi per 10 anni Segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, comprendente missioni che bene si potevano definire diplomatiche e a difesa dei diritti umani. Rilevo comunque che tre dei Paesi sopra menzionati si trovano nella lista dei 10 più poveri del mondo. Manca un ultimo punto, la menzione al mio studio, dal ’90, sul Concilio Vaticano II, che pure tratta di questioni sollevate dalle domande, postemi».

Che cosa significa per Lei essere Nunzio Apostolico? Quale valore aggiunto rispetto a un Ambasciatore nel rapporto con gli Stati e le istituzioni governative in generale?

Per me, credente e vescovo, essere Nunzio Apostolico significa un legame
ecclesiale fortissimo poiché certo devo essere un Pastore che segue le orme del Buon Pastore, ma anche in comunione gerarchica con il Pastore della Chiesa universale (Cattolica) sulla terra, il Vescovo di Roma, e in comunione con il Collegio (= Corpo) Episcopale e perciò pure, possiamo dire, con tutto il Popolo di Dio. Pastori e gregge vanno insieme. Ed è questo il cambio introdotto, alla luce del Concilio Ecumenico Vaticano II, nel nuovo Codice di Diritto Canonico, in cui si mette in primo piano la rappresentanza del Papa, per coloro che ne hanno la funzione, presso le Chiese locali (di ciascun Paese dove sono accreditati). Al secondo posto vi è poi il compito di essere
rappresentanti nei confronti delle autorità civili nel Paese di accreditamento. Rilevo qui che quest’ultima funzione è stata retrocessa al secondo posto con una chiara sottolineatura della missione intraecclesiale del Nunzio.

È questo un valore aggiunto rispetto a un ambasciatore? 

Io lo reputo, poiché l’inserimento, quasi, del Rappresentante Pontificio nella Chiesa locale, i suoi continui contatti con i vescovi delle Chiese particolari, i quali a loro volta fanno parte delle Conferenze episcopali regionali e continentali e del Sinodo dei Vescovi, in certe occasioni, rendono il Nunzio più “interessante” e “apppetibile” altresì per la possibilità di dialogo dei Governanti stessi e degli uomini politici con la Chiesa Cattolica. Ci sono poi, specialmente nei Paesi di missione, i settori di particolare interesse comune come le scuole e le università, l’insegnamento professionale e tecnico, la sanità pubblica, lo sviluppo specialmente agricolo, gli aiuti in situazioni disastrate, ecc.

Ritiene che la Santa Sede sia un soggetto fondamentale nella Comunità internazionale per la ricerca della pace e la tutela dei diritti umani?

Il 4 ottobre 1965 Papa Paolo VI, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si presentò con queste parole: «voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d’una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo. Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non abbiamo, infatti, alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore». Così, il Pontefice delineava la particolare natura dello Stato della Città del Vaticano. “Sotto un profilo esterno, esso, pur nella sua esiguità, – affermava recentemente il card. Parolin, Segretario di Stato – può essere assimilabile agli altri Stati, ma, nello stesso tempo, è caratterizzato da una irriducibile peculiarità – che dovrà essere sempre tenuta in debito conto –, quella cioè di essere al servizio del ministero del Papa, garantendo la sovranità della Santa Sede e la libertà del Romano Pontefice. In questo senso, può essere considerato una realtà funzionale e strumentale ad un fine soprannaturale”. San Paolo VI, nel citato discorso, metteva poi in luce che la Santa Sede è portatrice «d’un messaggio per tutta l’umanità», facendosi interprete delle voci «dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso». La voce del Papa si leva forte in favore della giustizia e della pace e contro tutto ciò che mortifica la persona umana nella sua dignità e nei suoi diritti fondamentali: «Quando un sistema economico – ha affermato Papa Francesco – pone al centro solo il dio denaro, si scatenano politiche di esclusione e non c’è più posto né per l’uomo né per la donna. Allora l’essere umano crea quella cultura dello scarto che comporta sofferenza, privando tanti del diritto di vivere e di essere felici» (Messaggio per il 25° anniversario dell’istituzione della Fondazione Populorum Progressio, 20 novembre 2017). Da questi soli accenni, appare evidente come, nella
scena internazionale, la Santa Sede si ispiri a finalità differenti rispetto a quelle che perseguono ordinariamente gli altri membri della Comunità delle Nazioni e come, dall’esigenza del perseguimento di dette finalità, nasca una particolare sua collocazione nell’ambito di tale Comunità. Nel richiamato discorso di San Paolo VI egli fece riferimento a tale peculiarità sottolineando la strumentalità della presenza della Santa Sede nell’Organizzazione delle Nazioni Unite all’annuncio della buona novella: «Noi celebriamo qui l’epilogo d’un faticoso pellegrinaggio in cerca d’un colloquio con il mondo intero, da quando Ci è stato comandato: “Andate e portate la buona novella a tutte le genti” (Mc 16,15)».

È, dunque, evidente che la posizione della Santa Sede tra i membri dell’ordinamento internazionale non si fonda sulla sua “simbolica” sovranità territoriale, ma, piuttosto, sulla capacità di porre azioni e relazioni in campo sovranazionale, che siano conformi al mandato evangelico che ne determina l’esistenza. Secondo quanto disse San Giovanni Paolo II alle Nazioni Unite, nel 50° anniversario della loro fondazione, la Santa Sede – in virtù della sua missione spirituale – deve animare lo «sforzo comune per costruire la civiltà dell’amore, fondata sui valori universali della pace, della solidarietà, della giustizia e della libertà» (New York, 5 ottobre 1995). Ritengo dunque pienamente fondata l’affermazione che la Santa Sede sia un soggetto fondamentale nella Comunità internazionale per la ricerca della pace e la tutela dei diritti umani. Ciò non risulta solo dai principi enunciati, ma con base nell’esperienza che, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, abbiamo fatta e basti pensare all’opera in tal senso dei Papi conciliari e post che hanno guidato la Chiesa, testimone di Cristo nel mondo.

La Santa Sede a differenza di altri soggetti di diritto internazionale non dispone di una forza militare e/o economica, ma si serve solamente del dialogo. Possiamo sostenere che rappresenti un viatico per le altre diplomazie, o rappresenta un’eccezione attribuibile al particolare status di cui essa gode? 

La questione del dialogo è qui introdotta giustamente perché questa parola –
pure a volte inflazionata senza un fondamento effettivo nella situazione, purtroppo –  questo cammino, questa tattica e strategia è riuscita, proprio anche per la Chiesa, a sbloccare una situazione di stallo durante il Vaticano II, grazie all’ enciclica “Ecclesiam suam” di Paolo VI. Essa indicò il cammino a uno dei suoi quattro documenti fondamentali, la Costituzione pastorale “Gaudium et Spes”, sul dialogo appunto della Chiesa con il mondo contemporaneo. E Dio del resto non è Egli pure entrato in dialogo con l’uomo? È dunque la natura stessa della Chiesa – diciamo così – a condurla al dialogo anche nel consesso delle Nazioni, pur senza dimenticare che ambascerie e colloqui di pace si trovano nel corso di tutta la storia. E le origine delle Ambasciate permanenti non sono forse nate pure dal dialogo, desiderato più continuo e approfondito? Ricordiamo l’inizio con Venezia, seguita dalla stessa Santa Sede.

Forse si potrebbe aggiungere che anch’essa va oltre al dialogo, giunge all’aiuto anche economico, pur nei suoi campi limitati, ma non effimeri, e basti pensare all’opera di promozione umana oltre che cristiana di tante Congregazioni Religiose, di associazioni cattoliche e di volontariato che ne sono ispirate, senza menzionare le Pontificie Opere Missionarie e quant’altro.

Viste le sue esperienze come Nunzio Apostolico in Paesi dove i cattolici non sono maggioranza, come si costruisce il rapporto con le altre confessioni cristiane e in particolare con le altre religioni? Viene riconosciuta l’autentica missione della Santa Sede al servizio di tutti? 

Anche qui il fattore personale, la disposizione al dialogo, all’amicizia umana e
cristiana deve aprire il cammino. Naturalmente molto dipende anche dalla situazione di ciascuna realtà religiosa nazionale. Certamente pure qui il Concilio Vaticano II ha aperto il cammino al dialogo interreligioso, oltre che a quello ecumenico più frequente. Farlo conoscere e praticarlo è compito vitale. Non si può peraltro disconoscere che quando si è in minoranza si parte da una posizione… di minoranza, che bisogna riconoscere per agire con realismo. Ma sempre il cammino è quello dell’incontro, o, almeno del tentativo d’incontro, di disponibilità a parlarsi. Potrei portare non pochi esempi. Penso al pur difficile dialogo a Cuba, nel mio tempo colà – siamo nel difficile ’71-75 -, ora migliorato assai, a quello in Libia (c’era Gheddafi e si realizzò il primo incontro islamo- cristiano da lui voluto a Tripoli) e in Marocco – con l’apertura delle relazioni diplomatiche-, al Mozambico, al Madagascar, con bella situazione ecumenica, alla Tanzania, colà cosa non così facile come si sarebbe portati a pensare, e alla Bielorussia.

Ivi, al tempo del mio servizio, – fui il primo Nunzio residente a Minsk e il primo Ambasciatore a presentare le lettere credenziale al Presidente Lukaschenko -, risuscitò la Chiesa Cattolica con le sue 300 chiese, e in dialogo con i nostri fratelli ortodossi, grazie altresì alla visione amica soprattutto dell’allora simpatico Metropolita. Da rilevare a tale riguardo che la Belarus’ è il II° Paese dell’antica Unione Sovietica con la più alta percentuale di fedeli cattolici, dopo la Lituania. Può nascere anche, cammin facendo, la possibilità di illuminare le menti e vincere preconcetti reciproci fino a riconoscere poco a poco pure una missione della Chiesa Cattolica, universale, presente in un certo Paese, con i cui membri si può collaborare, specialmente in certi campi, per il benessere di tutti. Del resto ora, in alcuni Stati, anche per un certo cambio del tipo di presenza musulmana, i nostri fratelli, hanno imparato a fare un po’ come noi, dal nostro impegno in campo educativo e sanitario, che accompagna il nostro annuncio della buona novella. È ancora un lungo cammino quello che ci attende, ma qualcosa, forse più di qualcosa, si muove anche nel pur vario mondo dell’Islam.

Papa Benedetto XVI e Papa Francesco hanno scritto circa la necessità di un’Autorità politica mondiale. È plausibile pensare che la Diplomazia pontificia possa giocare un ruolo determinante nel tessere questo grande progetto? (non solo a livello intergovernativo ma anche nel dialogo con i singoli governi). 

La questione non è facile, anche se la citazione del pensiero favorevole al riguardo di due Papi fa pensare a un inclinarsi in tal senso della Dottrina sociale della Chiesa. Comunque la nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che porta il titolo “Per una riforma del sistema finanziario e monetario nella prospettiva dell’autorità pubblica a competenza universale” va nello stesso senso, con varie precisazioni, naturalmente. Nella sua prefazione possiamo leggere che “Raccogliendo l’appello del Santo Padre e, al tempo stesso, facendo proprie le preoccupazioni dei popoli — soprattutto di quelli che maggiormente soffrono il prezzo della situazione attuale — il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, nel rispetto delle competenze delle autorità civili e politiche, intende proporre e condividere la propria riflessione «Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale”. Il documento così continua: “Un lungo cammino resta però ancora da percorrere prima di arrivare alla costituzione di una tale Autorità pubblica a competenza universale. Logica vorrebbe che il processo di riforma si sviluppasse avendo come punto di riferimento l’Organizzazione delle Nazioni Unite, in ragione dell’ampiezza mondiale delle sue responsabilità, della sua capacità di riunire le Nazioni della terra e della diversità dei suoi compiti e di quelli delle sue Agenzie specializzate. Il frutto di tali riforme dovrebbe essere una maggiore capacità di adozione di politiche e scelte vincolanti poiché orientate alla realizzazione del bene comune a livello locale, regionale e mondiale. Tra le politiche appaiono più urgenti quelle relative alla giustizia sociale globale: politiche finanziarie e monetarie che non danneggino i Paesi più deboli; politiche volte alla realizzazione di mercati liberi e stabili e ad un’equa distribuzione della ricchezza mondiale mediante anche forme inedite di solidarietà fiscale globale, di cui si dirà più avanti. Nel cammino della costituzione di un’Autorità politica mondiale non si possono disgiungere le questioni della governance (ossia di un sistema di semplice coordinamento orizzontale senza un’Autorità super partes) da quelle di uno shared government (ossia di un sistema che, oltre al coordinamento orizzontale, stabilisca un’Autorità super partes) funzionale e proporzionato al graduale sviluppo di una società politica mondiale. La costituzione di un’Autorità politica mondiale non può essere raggiunta senza la previa pratica del multilateralismo, non solo a livello diplomatico, ma anche e soprattutto nell’ambito dei piani per lo sviluppo sostenibile e per la pace. A un Governo mondiale non si può pervenire se non dando espressione politica a preesistenti interdipendenze e cooperazioni.”

A questo riguardo forse la rinnovata insistenza di questi tempi dei rappresentanti della Santa Sede presso gli Organismi internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite, a favore del multilateralismo può essere un indice della direzione dell’impegno previo della Santa Sede a favore, alla fine, di un’Autorità politica mondiale. Il cammino da percorrere è ancora lungo ma sembra “compito delle generazioni presenti riconoscere e accettare consapevolmente questa nuova dinamica mondiale verso la realizzazione di un bene comune universale. Certo, questa trasformazione si farà al prezzo di un trasferimento graduale ed equilibrato di una parte delle attribuzioni nazionali a un’Autorità mondiale e alle Autorità regionali, ma questo è necessario in un momento in cui il dinamismo della società umana e dell’economia e il progresso della tecnologia trascendono le frontiere, che nel mondo globalizzato sono di fatto già erose”. È dunque legittimo pensare che la Diplomazia pontificia possa giocare un ruolo determinante a favore di questo grande progetto. In fondo questa è anche la mia grande speranza e illusione, ma i miei anni corrono via e credo che non vedrò la realizzazione del sogno di un’Autorità politica mondiale. Ma che almeno non ritorni Babele!

Nelle agende politiche troviamo sempre più spesso il termine “diritti umani” e la Chiesa cattolica è fortemente impegnata su questo versante. Nella sua esperienza in Africa avrà toccato con mano le situazioni di fragilità e talvolta di violazione dei diritti. Come, a suo parere, dovrebbe agire la Santa Sede e la Chiesa? Anche nell’essere ponte tra l’Occidente e il continente Africano? Cosa invece è già stato fatto? 

Diritti umani, sì, e non solo l’enunciazione, e con particolare attenzione al diritto alla libertà religiosa che ne è l’architrave, e anche attenzione ai cosiddetti diritti (nuovi) oggi proclamati che tali non sono e infiacchiscono invece quelli fondamentali cosiddetti di prima generazione. Al riguardo mi piace citare, come preambolo, un mio lavoro sulla tanto contestata, da alcuni, dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae. Il titolo è già significativo, pur con punto interrogativo finale che stuzzica l’appetito del lettore, così spero, ed è questo: “La dichiarazione Dignitatis Humanae, rottura o riforma e rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa?” (A. H. C. 48 (2016/17) p. 377-395). Le scansioni dello studio portano i seguenti titoli: Introduzione. La corretta ermeneutica conciliare: il Concilio come evento o avvenimento?; Evoluzione omogenea della dottrina pontificia; Nuovo status quaestionis; Elementi essenziali del diritto alla libertà religiosa; Rapporto tra libertà religiosa e poteri pubblici; Educazione all’esercizio alla libertà religiosa; Alla luce della Rivelazione; Cenni alle sequele della “Dignitatis Humanae”.
Sulla libertà religiosa all’oggidì ha parlato recentemente l’arcivescovo Gallagher (attuale segretario della Santa Sede ai Rapporti con gli Stati, n.d,r,), affermando che “essere liberi dal punto di vista religioso è importante anche dal punto di vista delle relazioni internazionali; anzi, è una conditio sine qua non per il rispetto della persona umana” ed “una delle priorita’ della Santa Sede”. Ma a mettere in pericolo questa condizione essenziale sono anche i paladini “dei cosiddetti nuovi diritti” che mostrano di non avere “comprensione o interesse nei confronti della realtà ontologica della persona umana e della dimensione essenziale della sua dignità trascendentale”. Si tratta di un “attacco contro la stessa società” che viene mosso “anche attraverso l’ideologia del politicamente corretto, nel nome della tolleranza e della non discriminazione”. Si arriva così al varo di “leggi che vanno contro la libertà di coscienza” e di pensiero nel nome di un atteggiamento sintetizzabile nella formula del “fai quello che vuoi”. È questa “la posta in gioco”, e se si parla di ruolo delle religioni per il rispetto della libertà di ognuno, si deve pensare anche alla Dichiarazione sulla Fraternità Umana firmata da Papa Francesco nel 2019 con le autorità religiose musulmane a Dubai.

E l’Africa in tutto ciò?

La “mia” Africa, è già per me lontana nel tempo. L’ho lasciata, infatti, nel ’94. Un miglioramento nell’insieme c’è stato, ma il movimento migratorio nelle sue varie espressioni dimostra un desiderio per molti, specialmente giovani, di fuga. Certo il fascino di una vita più libera per i giovani stessi rimane. Mi pare però che i Vescovi stanno prendendo coscienza del dovere di incoraggiare a restare. Credo peraltro che si trovino nella situazione di quelli cubani del mio tempo (’71-’75) che chiedevano ai loro fedeli di restare, ma comprendevano la libertà di ciascuno di poter scegliere quel che ritenevano di dover fare. Anche qui la difficoltà del discernimento! Del resto ciò tocca anche la questione dei sacerdoti africani che restano in Europa dopo i loro studi.

E la realtà della discriminazione o oppressione tribale?

Certo bisogna accettare una gradualità di soluzioni e, a volte, si capisce che si va verso il male minore. Fu questo un aspetto molto duro per me come Nunzio, inchinarmi a una opzione in tale linea. Ponte, la Chiesa, tra l’Occidente e il Continente africano? Lo è già stato nel secolo scorso, che fu un’epopea missionaria, e lo è e sarà ancora, in questo, oggi, con impegno più pronunciato magari per lo sviluppo agricolo e l’ecologismo integrale. Grandi problemi, grandi questioni, ma, tutto considerato, l’Africa dovrebbe essere il Continente, vicinissimo, alleato per eccellenza dell”Europa, con base pure nella pasta umana dell’uomo mediterraneo e africano nero, che hanno – credetemi – una significativa base comune, di sentire. Comunque i problemi non possono nascondere quanto è stato compiuto anche per onorare la dignità africana.

Rappresentare un soggetto squisitamente neutrale come la Santa Sede, permette di prendere posizioni non dettate dalle logiche dei blocchi o dalle alleanze. Questo può portare a trovarsi un po’ soli nelle sfide nel mondo di ieri e di oggi? Quale posizione assumere? 

Verissima l’affermazione contenuta nella domanda: la Santa Sede oggidì “soggetto squisitamente neutrale”. Introdurrei peraltro un nota Bene, cioè il crescente condizionamento che può venire dalle Conferenze Episcopali e dai Vescovi dei vari Paesi. Non è poi cosa nuova. In effetti, sembra che sempre più le Chiese locali avranno voce in capitolo presso la Santa Sede. E la giusta libertas Ecclesiae sarà salva? E anche da questo lato la Sede di Pietro potrebbe trovarsi un po’ sola nelle sfide del mondo. Di fatto essa stessa è nel mondo ma non è (non dovrebbe essere) del mondo. Quale posizione allora assumere? Mi pare evidente la risposta. Quella cioè del servizio alla verità, alla giustizia, alla libertà e alla solidarietà, diciamo così.

Benissimo! Sono le grandi colonne indicate nella “Pacem in Terris” da Papa Giovanni dell’edificio della pace, della cattedrale o della moschea della pace. È risolta allora la questione della solitudine? Dico un rotondo no, anche se tali valori devono continuare ad ispirare l’opera indefessa della S. Sede a favore del “totum in pace compositum”. Il soggetto squisitamente neutrale è allora salvo? Ripeterei qui il mio no. In effetti, più ci si allontana dal cuore della fede, speranza e carità, virtù teologali, in materia che esige un contesto, un discernimento, la considerazioni di altri elementi non di morale e di
fede, le difficoltà crescono e le possibili divisioni crescono anche fra cristiani. V’è certamente la storia che ci può aiutare, la tradizione e il “mestiere”
diplomatico, nel senso più nobile della parola. Ma ci sono i “grandi” di questo mondo che sono ingordi di potere, gelosi delle loro potestates, capaci di battere con il tacco della loro scarpa sul tavolo del Consiglio di Sicurezza (a quando la sua riforma annunciata?). E ci si può trovar soli, ma fa niente se restiamo dalla parte di Cristo, nella sua compagnia anche ascendendo il Calvario, fedeli però all’annuncio del Regno, anche nel mondo diplomatico. Quante volte anch’io, poveretto, mi son trovato solo a sostenere posizioni in favore della dignità di ogni persona umana, che gli Stati in genere più non sostengono. Ma alla fine della nostra vita saremo giudicati sulla carità, non è vero? Questo vale specialmente per chi serve la Santa Sede. Lo ricordino pure la Sede di Pietro e i suoi diplomatici. Quale posizione dunque assumere? Quella della carità. Anche politica.

 

 

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