Si avvia a conclusione questo mese di maggio che l’italia ha vissuto con i primi passi per uscire dalla fase più dura più dura della pandemia del Covid-19, passi  a volte incerti, a volte insufficienti, a volte persino sciocchi, come in certi assembramenti inutili e pericolosi o come in certe polemiche che ben poco  hanno a che fare con il bene comune.

Per i cattolici il mese di maggio è dedicato a Maria e Sosta e Ripresa ha avuto caro seguire questa tradizionale scelta della Chiesa. Lo ha fatto soprattutto proponendo ogni giorno ai suoi lettori le meditazioni mariane di Tommasa Alfieri, che di questo giornale fu fondatrice e al cui insegnamento chi vi scrive si sforza ancora oggi di rifarsi.

Ma pure, chi questo giornale dirige sente l’obbligo di ricordare, sul piano politico e sociale, che Maria non è solo un’icona devozionale, ma una presenza che ci aiuta ogni giorno a mantenere viva l’attenzione e determinato il rispetto per la donna, per tutte le donne, in qualunque condizione si trovino, nelle nostre case e nel mondo, qui e ora. E se è il caso a denunciarne la fatica che vivono e i pericoli ai quali troppo spesso sono esposte.

Metà del mondo – anzi un po’ di più –  è donna. Metà del mondo non fa quasi mai la guerra e quasi sempre la subisce. Metà del mondo è di fatto emarginata dai luoghi dove si prendono le decisioni, dove si impongono le strategie, dove si condiziona il futuro. Questa metà del mondo letteralmente sfama – o prova a farlo – le famiglie, i bambini, i vecchi. In Africa, in gran parte dell’Asia e dell’America Latina, l’agricoltura si coniuga al femminile. Nello sterminato subcontinente indiano, ma il discorso è valido per tutta l’Asia,  un dato accomuna le diverse culture che vi si sono sedimentate nei secoli: la casa si costruisce intorno alla donna. Ma anche nel Nord ricco del mondo, il tessuto connettivo della società, famiglia, scuola, persino comunità ecclesiale è  fatto soprattutto di donne. Ma non a misura – o meglio con la misura – delle donne.

È  questo il dato fondamentale non sottolineato a sufficienza nelle analisi politiche, e al più relegato nelle ricorrenze celebrative, oltretutto senza sfruttarle davvero come l’occasione più propizia per proporre – per sostenere – una possibile svolta culturale. Anche in questi mesi la crisi provocata dalla pandemia sta avendo  le sue ripercussioni più pesanti –  sotto forma di rincari dei prezzi agricoli e di diminuzione degli aiuti allo sviluppo – soprattutto nei Paesi del sud del mondo, la cui stessa sopravvivenza è legata allo sviluppo rurale. Anche in questo contesto, la promozione della donna può essere scopo di civiltà e al tempo stesso strumento per mutare meccanismi che si sono rivelati nefasti. Difendere, tutelare, promuovere il ruolo della donna, nelle culture agricole come in tutte le altre, significherebbe sostenere i fondamenti della convivenza e di conseguenza dare un futuro all’umanità.

Da quasi trent’anni,  da quando al primo Vertice della Terra, quello a Rio de Janeiro del 1992, venne stilata  sotto una grande tenda chiamata “Planeta Fémea” (pianeta donna) la cosiddetta “Agenda delle donne per il XXI secolo”, non c’è stato incontro internazionale, conferenza, vertice in cui non si sia ribadita la necessità di “investire sulle donne”, di coinvolgere maggiormente le donne nei processi di sviluppo. Ma si è quasi sempre trattato di una specie di nota a margine, espressa quasi protocollarmene, senza autentica convinzione. Ancora minori sono stati gli impegni – e i finanziamenti – profusi per realizzare concretamente quelle affermazioni. Di certo, le politiche istituzionali, dei vari governi o anche delle organizzazioni sopranazionali, da quella agenda non hanno depennato molte cose perché già fatte.

Questa  pandemia ha portato minacce dalle quali dobbiamo tutti imparare a difenderci, ma anche opportunità che possiamo e dobbiamo cogliere, per una scelta di convivenza sociale diversa che non è solo delle donne, ma nella quale le donne sembrano mettere un “supplemento d’anima”: quella della solidarietà da sostituire alla competizione, quella di una “sorellanza” estesa alla natura, alla tutela dell’ambiente, al rispetto dei ritmi biologici, della qualità del vivere.

Metà del mondo è donna. Eppure, da sempre, quasi in ogni cultura, la donna trova diritto di cittadinanza solo attraverso l’idea che se ne fa il maschio. Sbattuta nuda sulle copertine di una rivista patinata oppure   ricoperta dal più fitto dei veli,  sfoggiata o nascosta che sia, la donna sottostà allo sguardo del maschio, al punto di vista del maschio, all’interesse, persino alla violenza del maschio. Fatte le debite differenze, ciò vale nell’Occidente opulento del terziario come nella gran parte del mondo legata ancora sostanzialmente alla terra. Vale nel tribalismo africano come nell’urbanesimo europeo. Se c’è una vera, indiscutibile globalizzazione accanto a quella predatoria di una finanza rapace  è quella dell’emarginazione della donna dai processi decisionali, dalla definizione degli stili culturali e dei modi di sviluppo.

Per i cristiani accettare una simile impostazione significa, tra l’altro, rinnegare  l’aspetto più nuovo e sconvolgente dell’Incarnazione. Maria non è solo lo strumento perfetto che Dio sceglie per assumere la natura umana. Se l’espressione è lecita, Maria è quella per la quale Dio si converte, quella – potremmo dire – di cui s’innamora. In Maria e per Maria il Dio degli eserciti si fa Dio povero. La somma potenza si fa sommo amore.

Si è detto che l’unica vera rivoluzione vincente del dopoguerra, in Occidente, è stata la rivoluzione femminista. C’è del vero, ma non è del tutto vero. Le donne hanno certo conquistato spazi pubblici, sociali (e oltretutto fino a un certo punto), ma di questo pubblico, di questo sociale, non hanno modificato né struttura, né prospettive. Anzi, a una sorta di competitività “al femminile” sempre esistita, sembra che le donne abbiano sommato – o siano state costrette a sommare – un’aggressività tradizionalmente maschile. Di fatto, lo schema imposto è sempre quello della corsa al successo “contro”, al successo “a costo di”, al successo “pagato con”. Basterebbe ricordare, in questo senso, l’estrema difficoltà di contemperare professione e famiglia, realizzazione di aspettative pubbliche e private, compreso  il ritardo della maternità imposto – e da alcune aziende esplicitamente richiesto – alle donne presenti sul mondo del lavoro, con conseguente dilatazione, tra gli altri effetti nefandi,  del divario generazionale con i figli.

Le risposte devono essere cercate in ogni campo, ciascuno  secondo le proprie competenze. Ma è indubbio che la risposta fondamentale è quella della politica. Il servizio alla persona, alla sua crescita umana e quindi, in qualche modo, alla giustizia, alla pace, dovrebbe costituire il primo compito della politica, nella sua accezione letterale di governo della città, di gestione delle realtà locali, così come in quella più vasta dei rapporti internazionali. Sappiamo tutti che non è così, che la realtà  è diversa, che solo in parte, minima per quanto lodevole, per l’applicazione dei grandi enunciati di principio sono disponibili chiari strumenti di intervento.

Forse è tempo di invertire la tendenza. Forse è tempo di conversione. Forse è tempo di ascoltare Maria e di comprendere suo figlio: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5).

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