La cronaca di queste settimane ha riproposto, sia con fatti efferati sia con eventi certo meno drammatici, ma comunque significativi, un tema forse mai abbastanza discusso e certo mai seriamente affrontato tanto a livello della nostra nazione quanto, con dimensioni mastodontiche, a livello internazionale, cioè la condizione delle donne. In estrema sintesi, una condizione senza giustizia.

Nell’ultimo editoriale di questo giornale, lo scorso 2 febbraio, questo aspetto era stato affrontato, per quanto riguarda l’Italia, riguardo alla massiccia discriminazione nella perdita di posti di lavoro che ha accompagnato la pandemia del Covid 19.

Più volte negli ultimi mesi Sosta e Ripresa era intervenuta, soprattutto con articoli di Laura Ciulli, vicedirettore di questa testata, su una questione drammatica come quella dei femminicidi.

Ora è una polemica su un aspetto certo meno serio che ha accompagnato la formazione del nostro governo, composto solo per un terzo da ministri donna, a suggerire qualche considerazione di respiro auspicabilmente più ampio. Prima di farlo, è opportuna una premessa. L’attenzione, il riconoscimento e più ancora la riconoscenza per il contributo del genio femminile alla propria esistenza per Sosta e Ripresa è una condizione naturale.

Tommasa Alfieri
Tommasa Alfieri

Questo giornale fu fondato da una donna, Tommasa Alfieri, e ha la sua ragion d’essere nel cercare di perpetuarne la lezione o meglio il magistero nel confronto quotidiano con gli avvenimenti. Avvenimenti che, tra l’altro, mostrano con chiarezza che proprio le donne portano il maggiore impegno di cura della tenuta sociale, a partire dalla famiglia, sua componente principale.

Ciò detto, è utile sottolineare che non stiamo parlando di questioni formali, tipo quante donne debbano esserci in un governo o in un parlamento. La questione è sostanziale. Se nella politica italiana c’è da sempre una forte resistenza a dare spazio alle competenze femminili non è solo espressione di eventi storici e neppure di chiusure maschiliste. È una resistenza, una negazione di fatto dei principi costituzionali. Dell’articolo 3 della Costituzione si sente e si legge spesso citare il primo comma (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”). Un po’ meno il secondo (“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”).

È l’inosservanza di questo dettato che perpetua in Italia le discriminazioni di ogni tipo e che tra queste rende delle donne un’ingiustizia sostanziale. Né certo può essere considerata una circostanza attenuante il fatto che in gran parte del mondo la situazione sia anche peggiore. Oltre settant’anni dopo la Dichiarazione universale del 1948, la discriminazione delle donne non si misura a milioni, ma a miliardi. E questo non vale solo per i molti Paesi nel quale sono le stesse leggi a determinarla, ma in tutto il mondo. Nei Paesi che si autodefiniscono democratici, a partire da quelli occidentali, oggi le donne sono in numero maggiore tra gli iscritti all’università, tra i laureati e nei dottorati di ricerca, ma laureate e specializzate entrano con più difficoltà degli uomini nel mondo del lavoro e, soprattutto, accedono di meno ai livelli di vertice nelle professioni. Da tutti i rapporti internazionali emerge un duplice tipo di discriminazione di genere, quello orizzontale e quello verticale. Il primo tipo è la tendenza a occupare donne e uomini in settori lavorativi diversi, in una sorta di segregazione strisciante nel mondo del lavoro. L’altro mostra l’assoluta condizione minoritaria delle donne nei più alti livelli occupazionali. Entrambi contribuiscono alla discriminazione per reddito, stabilità e non da ultimo prestigio.

Foto tratta dal web

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