Visitare i carcerati, nel senso letterale dell’espressione, è la più difficile da praticare tra le opere di misericordia. Leggi e regolamenti pongono infatti limiti e ostacoli ingenti a famiglie, legali e anche a quelle associazioni di volontari che nelle carceri operano. Tuttavia, anche una presa di coscienza della condizione di queste persone può aiutare a vivere il precetto evangelico su di loro. Senza spingersi a fare riferimento a situazioni veramente spaventose esistenti in tante parti del mondo, comprese quelle di chi in carcere finisce per reati d’opinione o anche perché ha dato testimonianza di fede, non si può ignorare che tra le situazioni critiche in Italia da troppo tempo c’è anche quella delle carceri. Sovraffollamento, privazione non solo della libertà personale, ma anche del rispetto della dignità e dell’umanità dei detenuti, personale sotto organico è costretto a lavorare in condizioni di pesante disagio e tensione, danno una somma tragica che sfocia in conseguenze drammatiche. Gli esempi certo più evidenti vengono dalle rivolte che si ripetono e purtroppo dalle violenze, dalle torture e persino dalle uccisioni che in qualche caso hanno macchiato i comportamenti di chi quei detenuti aveva in custodia. Ma bisogna ricordare anche il numero dei suicidi in carcere. Nel 2022, ultimo anno del quali si hanno i dati, sono stati 85 su una popolazione carceraria di in media 55.000 persone, cioè circa 15 ogni diecimila detenuti. Nello stesso periodo in Italia i suicidi erano stati 0,7 ogni diecimila persone.
L’articolo 27 della Costituzione afferma che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In materia di colpa e di castigo, ma anche di sicurezza, costituisce forse l’affermazione più avanzata del mondo. E prima, nell’articolo 13, si legge che “É punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Ma come altri valori costituzionali, anche questo vede non solo uno scarso impegno della politica a rispettarlo, ma purtroppo anche una diffusa mancata comprensione, quando non una pregiudiziale opposizione, in larghi e all’apparenza maggioritari settori dell’opinione pubblica. Il che è l’ennesima dimostrazione di come l’odio si affermi anche in alleanza con la stupidità. Si pensi come di fronte a qualunque delitto un po’ pubblicizzato si moltiplichino le gli appelli sconsiderati al ripristino della pena di morte (espressamente vietata nel detto articolo 27). Perché è stupido pensare che inasprendo le pene diminuiscano i reati. Ed è ancora più stupido ritenere che quanti escono da una detenzione senza prospettive di una vita civile non ricadano nel crimine, non costituiscano un pericolo potenzialmente maggiore per la vita degli altri.
Affidare a intelligenza e cuore la riflessione su questa realtà è segno di coscienza civile. Interessarsi a quanti sono in carcere, pregare per loro è un dovere cristiano.
VISITARE I CARCERATI
C’è carcere e carcere; c’è il carcere dove si finisce per il vizio e quello dove si finisce per la virtù. Basta pensare ai nostri fratelli perseguitati per la Fede ed alle prigioni dove si sconta il proprio coraggio e la propria fedeltà a Cristo: ma in queste prigioni non si può entrare a visitare! Visitare i carcerati, oggi, è un’opera di misericordia complicata e non facilmente accessibile. A parte poi che non tutti sono tagliati per degli utili incontri dove occorre avere particolare intuito, prudenza, saggezza. Visitare il carcerato non è un episodio emozionante, attraente per la sua singolarità: non è andare a commiserare, a credere inconsideratamente ad una protesta d’innocenza o ad inorridire per un crimine. È, con l’anima in ginocchio davanti al mistero del Cristo nascosto dietro il volto del male, aiutare il carcerato se colpevole a capire cosa è colpa, pentimento, espiazione in senso cristiano; è aiutarlo a recuperarsi, a rifarsi, a ritrovare una dignità interiore che spesso ignora del tutto. Se innocente, è aiutarlo a capire cosa è speranza in Dio, cosa è difesa senza odio e senza vendetta. Tutto questo è tremendamente difficile.

Ma vi sono altri modi, più facili, per entrare nell’ambito di questa opera di misericordia che Cristo Signore non ha riservato per degli specializzati e che quindi impegna ognuno di noi. Una colpa con i suoi effetti arriva lontano, spesso VISITARE I CARCERATI devasta lontano. C’è chi è colpito direttamente, chi indirettamente; chi va in carcere lascia spesso qualcuno a piangere da opposte rive e per opposte ragioni. Accostarsi e tutte le volte che il Signore ce ne presenta la possibilità entrare in questi dolori. Non si tratta di esclamare, parlare, considerare: si tratta di aiutare chi è stato colpito o chi sente la vergogna di avere lo stesso cognome di chi ha colpito. Aiutare spiritualmente, materialmente; aiutare in momenti che spesso sono veri terremoti che sconvolgono e cambiano il corso di una intera vita. Per far questo non occorre pensare solo ai grandi crimini: anche qui le miserie più nascoste hanno le spine più aguzze, anche se piccole, e le vittime più gravi, anche se silenziose. Poche miserie, poi, come quella che si risolve nel carcere, hanno tanto bisogno dell’aiuto della preghiera. Dove non può arrivare o non può agire la parola, il consiglio, l’ammonimento, agisce la preghiera. Essa si insinua nelle crepe aride del male e vivifica e rinverdisce possibilità impensate di ritorno. Con la preghiera si visita il carcere, qualunque, dovunque, in ogni momento! Pregare; offrire; è più che una visita: è un dono, è il dono. Quando poi pensiamo alle carceri dove soffrono i nostri fratelli perché affermano la loro e nostra Santa Fede, allora preghiamo, in ginocchio davanti al volto di Cristo trionfante dietro i loro patimenti e cantiamo il “Vexilla Regis…” per loro, perché resistano, perché vincano, perché conquistino; per noi che, liberi, possiamo essere e spesso siamo vili, dimentichi, schiavi, carcerati dal nostro egoismo, piccoli traditori quotidiani degli impegni del nostro Battesimo e della nostra Cresima. Non dobbiamo dimenticare neppure un giorno di pregare per questi fratelli, liberi e splendidi “carcerati” del loro amore a Cristo ed alla Chiesa.
(Uno sguardo che accarezza la memoria. Dagli scritti di Tommasa Alfieri. Ed Amici della Familia Christi 2010 Viterbo pagg 253-255).
