Secondo i rapporti dell’Onu, metà della popolazione mondiale non può ancora accedere a servizi sanitari indispensabili. Mancano sette anni alla scadenza degli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e tra i fallimenti che se ne prospettano un ruolo particolarmente rilevante lo ha la tutela della salute, per principale responsabilità di politiche dissennate in materia di sanità. Un contributo significativo lo offre, in questo come in altri campi, il cedimento agli interessi della finanza privata di una materia che dovrebbe figurare tra i compiti prioritari del pubblico. Lo dimostra, tra l’altro, il fatto che ogni anno dall’inizio del terzo millennio oltre cento milioni di persone sono state ridotte in povertà assoluta a causa delle spese sanitarie private. Un fattore, quest’ultimo, determinante, perché non si può garantire un’assistenza sanitaria “universale” fino a quando i costi da sostenere rappresentano un notevole onere finanziario per le famiglie.
Questo nel mondo. E in Italia? La tendenza è sempre più la stessa, sebbene regga ancora, almeno in parte, un sistema di sanità pubblica che un tempo era d’esempio e che si va via via smantellando a vantaggio degli interessi di cui sopra. Il che è perfettamente in linea con il progressivo allargamento della forbice tra i pochi che hanno ricchezze sfacciate e i milioni che non hanno nulla o hanno redditi talmente bassi da costringerli a scegliere se mangiare o curarsi. Per non parlare dei molti ormai costretti a trascurare le cure perché l’erosione dei diritti del lavoro, soprattutto nel privato, li mette in condizioni sempre più precarie e non garantite e che assenze per malattie potrebbero sfociare persino in un licenziamento. Il che a ogni cristiano dice che visitare gli ammalati, come del resto ogni opera di misericordia, cioè essere presenti e partecipi nelle situazioni di sofferenza, offrire vicinanza e sostegno a chi è nel bisogno, non è soltanto un dovere individuale, ma anche un compito collettivo.
Il come farlo è purtroppo sempre meno facile. Infatti, dove stanno i malati che l’amore spingerebbe, per fortuna, ancora molte persone a visitare? Pochi in casa, se non per banali malanni; molti, troppi negli ospedali o negli ospizi dove il tempo per le visite è contingentato e di solito collocato in orari incompatibili con gli impegni di chi lavora. Un modo è ricordare che in quello visitiamo il Cristo e che un’ora per Lui possiamo sempre trovarla. Un altro, che al primo comunque si avvicina, è ricordare nella preghiera quel fratello malato.
VISITARE GL’INFERMI

Visitare gli infermi: è un’opera di misericordia a portata di mano …. sembra facile; facile perché di frequente occasione e facile perché pare non richieda particolari capacità e particolari sforzi. Ma non è così. Visitare un ammalato non è andarlo a vedere, a parlargli, ad ascoltarlo, ad informarsi del suo male e delle sue cure, a portargli dei fiori o delle caramelle, a commiserarlo o a spronarlo alla pazienza ed alla fiducia, a sentenziare dinnanzi a lui sulla utilità misteriosa della sofferenza e del dolore… è più di questo, è meno di questo, è tutto diverso da questo! Visitare l’infermo è vivere una Stazione della Via Crucis: quella che si vuole, qualsiasi Stazione; in tutte Cristo Signore soffre nel corpo e nell’anima. E in ogni ammalato, che esso lo sappia o no, è Cristo che continua a soffrire per la Redenzione del mondo. Andare presso l’infermo con il cuore che adora il Cristo presente ed invisibile ed ama il fratello che è chiamato a partecipare alla Croce.
Andare ad ascoltare: la parola, il lamento, il silenzio, qualche volta la ribellione …. ascoltare dal profondo, cercando di capire … la faticosa purificazione della sofferenza, le tenebre e le intuizioni di chi soffre, la natura che tribola, che istintivamente respinge il dolore, che non ne capisce il perché… Saper ascoltare, accogliere, fare proprio, compatire… patire insieme. Saper parlare … dire la parola della dolcezza e della forza, la parola che illumina senza pretesa, senza forzature, senza verbosità, con la sola potenza della Carità; la parola che dà coraggio per l’energia spirituale che racchiude e che comunica. Saper tacere: il silenzio che è preghiera, meditazione, penetrazione serena ed accorata insieme … il silenzio della delicatezza, del rispetto, del riserbo; il silenzio di chi sosta vicino alla Croce. Saper servire: un gesto, un aiuto, prestato con amore. Un interessamento fattivo e conclusivo per tutto ciò che riguarda l’ammalato ed il suo ambiente: levare un cruccio, sovvenire ad un bisogno, rasserenare una situazione … Spesse volte il male fisico si accompagna a mille circostanze che lo aggravano … Servire. “Ero infermo e mi visitaste”. Si, Signore; grazie di averci accolto.
(Uno sguardo che accarezza la memoria. Dagli scritti di Tommasa Alfieri. Ed Amici della Familia Christi 2010 Viterbo pagg 249-250).
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