«Chi ha pianto oggi nel mondo» per i migranti? Quanti di noi riescono ancora a trovare senso e consistenza senza essere «bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza»»? Quanti s’interrogano su un benessere che rende insensibili alla tragedia dell’altro? Qualcuno forse ricorda queste parole. Molti probabilmente no. Sono di dieci anni fa: le disse Papa Francesco l’8 luglio del 2013 all’omelia della Messa penitenziale celebrata a Lampedusa in suffragio delle decine di migliaia di migranti morti nel tentativo di toccare le coste italiane ed europee in generale. Lo disse a tutti, soprattutto a chi si si professa cristiano.

Tra i segni propri della ricerca di senso della fede e della stessa devozione popolare c’è il pellegrinaggio. Alloggiare i pellegrini è una delle opere di misericordia. Ero straniero e mi avete o non mi avete accolto, ci dice il Signore. Nel nostro tempo il fenomeno più vasto e più doloroso della mobilità umana sono le migrazioni obbligate dalla fame o dalla guerra. È anche questo un pellegrinaggio che ci interpella.

Opere di misericordia Ma non si tratta solo di identità religiosa. «Ipse ignotus egens Libyae deserta peragro, Europa atque Asia pulsus» (“Ignoto, derelitto, percorro i deserti della Libia, respinto dall’Europa e dall’Asia“). E ancora: «Che genere d’uomini è questo? Che barbara patria permette quest’uso? (…) Se spregiate il genere umano e le armi dei mortali, almeno temete gli dei, memori del bene e del male». È l’Eneide. Così come protettore dello straniero, dell’ospite, è uno degli attributi di Zeus più ricorrente nell’Iliade e nell’Odissea. Prima ancora delle parole inequivocabili del Vangelo — ero straniero e mi avete accolto — la cultura occidentale affermava il diritto d’asilo come segno irrinunciabile di civiltà. Questo diritto, con ancora più forza, affermano duemila anni di cristianesimo. Questo riaffermano tutti – tutti! – i documenti di dottrina sociale della Chiesa.

Nessuna presunta emergenza immigrazione consente a un cattolico di dimenticare che non esistono clandestini nell’umanità. A maggior ragione non è lecito farlo a quei politici che l’appartenenza cristiana rivendicano, magari sbandierando coroncine del rosario e crocefissi, e poi del rifiuto dello straniero, del migrante, del profugo fanno una priorità incurante del diritto   e soprattutto di senso di umanità.

ALLOGGIARE I PELLEGRINI

Ospitare: è accogliere con onore, aprire la casa, dividere la mensa, far partecipe del meglio che si ha. Non è un gesto di convenienza, di opportunità, spesso più forzato dalle circostanze che voluto. Deve essere una affermazione profonda di cordialità, di interesse, di generosità. Si arricchisce spesso, in alcuni luoghi (ancora, ma fino a quando?) di tradizioni piene di significato e di gentilezza. Ma sta sparendo, soffocata e sostituita dalle convenienze o difficoltà di questa vita tumultuosa e spesso grossolanamente semplificante. È come per il dono: il denaro offerto perché uno scelga da sé ciò che vuole… è più svelto, lascia più liberi di prendere ciò che si gradisce… ma quanta finezza di pensiero, di interpretazione, di preparazione muore così!

Tommasa Alfieri pH Laura Ciulli
Tommasa Alfieri

Ospitare è più che offrire quello di cui si ha bisogno o risolvere un problema del momento: è dichiarare una fraternità, una stima, la convinzione sentita di un dovere di cointeressenza, il desiderio di essere utili e graditi. È avere e mostrare una abituale disposizione a vedere nell’altro un atteso e non un importuno. Per questo vale. Ma l’ospitalità assurge alla sua grandezza vera quando dietro l’ospite c’è per noi Qualcuno, quando in colui che viene riconosciamo una nuova presenza del Cristo che bussa alla nostra porta; quando ricordiamo che, per lo splendido mistero del Corpo Mistico, qualunque cosa che tocca le membra attinge il Capo e qualunque situazione delle membra è assunta dal Capo. “Fui pellegrino…” e ci siamo accorti che era Lui a passare e a venire da noi …. tanto più quanto più l’ospite ci ha fatto pensare a Chi “non aveva una pietra ove posare il capo”. Allora l’ospitalità è un atto di Fede, di Amore, di riconoscenza.

(Uno sguardo che accarezza la memoria. Dagli scritti di Tommasa Alfieri. Ed Amici della Familia Christi 2010 Viterbo pagg 245-246).

Condividi