Di fronte allo  strano discrimine per il culto nel nuovo Dpcm

 

C‘è qualcosa che stride nel nuovo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm)  sui modi e sui tempi della cosiddetta fase 2 delle misure per fronteggiare l’epidemia del Covid-19,  annunciato domenica 26 aprile dallo stesso Giuseppe Conte, nonostante un tentativo di rassicurazione che questi ha poi fornito in serata. Qualcosa che riguarda la libertà di culto, parte non eludibile  della tutela dei diritti umani. Lo sottolinea o meglio lo stigmatizza il comunicato diffuso subito dopo l’annuncio di Conte dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) e scandito da parole come “esige”, “arbitrariamente”,  “si richiama il dovere”, dure ad una lettura superficiale già fatta da molti che non chiedono di meglio che blaterare di scontro tra Stato e Chiesa, ma che sono solo il segno di fermezza e di verità.

Le uniche celebrazioni ecclesiali di nuovo autorizzate con la presenza dei fedeli, sia pure con limitazioni, sono i funerali, argomento, tra l’altro, dell’articolo di Laura Ciulli che oggi pubblica Sosta e Ripresa, un articolo che il direttore di questa testata giudica tra le cose migliori e più aderenti allo spirito e agli insegnamenti della sua fondatrice, Tommasa Alfieri, apparse sulle sue pagine.

Per tutto il resto, i fedeli continueranno ancora a vedersi interdetta la partecipazione in persona al culto.

In proposito, Sosta e Ripresa vuole per prima cosa portare all’attenzione dei suoi lettori l’ultimo paragrafo del comunicato dei vescovi, quello purtroppo più trascurato di commenti finora letti su altre testate, ma che davvero esprime il senso autentico dell’essere Chiesa, il primato del povero, del sofferente, dello scartato, come dice Papa Francesco, della Dottrina sociale. “I Vescovi italiani – conclude infatti il comunicato – non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.

Nè la presa di posizione della CEI viene all’improvviso, quasi fosse determinata da una stizza, che qualcuno potrebbe persino ritenere giustificata, visto che dal 4 maggio gli italiani potranno andare a fare sport e persino a giocare d’azzardo nelle tabaccherie (Conte ieri non lo ha ricordato, ma già il 23 aprile c’è stata una dirittiva in merito del responsabile dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Marcello Minenna) ma non potranno andare a Messa.

No, non è stizza di fronte allo strano e poco comprensibile discrimine  del culto rispetto ad altri aspetti della convivenza sociale. È la presa d’atto dell’atto del mancato successo di un confronto con il governo condotto con serietà e rispetto dai pastori della Chiesa che è in Italia. Come detto,  alla comunicato della CEI Palazzo Chigi ha risposto con una nota nella quale si afferma che “La presidenza del Consiglio prende atto della comunicazione della Cei e conferma quanto già anticipato in conferenza stampa dal presidente Conte. Già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”.

Ma è solo il rinnovo di una promessa già fatta e ancora non mantenuta al momento di avviare la fase 2. Non a caso il Comunicato della Cei si apre proprio con questo aspetto. Ma è il caso di di leggerlo per intero:

“Sono allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto”. Le parole del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, nell’intervista rilasciata lo scorso giovedì 23 aprile ad Avvenire arrivavano dopo un’interlocuzione continua e disponibile tra la Segreteria senerale della Cei, il Ministero e la stessa Presidenza del Consiglio.

Un’interlocuzione nella quale la Chiesa ha accettato, con sofferenza e senso di responsabilità, le limitazioni governative assunte per far fronte all’emergenza sanitaria. Un’interlocuzione nel corso della quale più volte si è sottolineato in maniera esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale.

Ora, dopo queste settimane di negoziato che hanno visto la Cei presentare Orientamenti e Protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel pieno rispetto di tutte le norme sanitarie, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri varato questa sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo.

Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia.

I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale.

Appunto fermezza e verità.

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