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C’è la libertà di espressione e c’è la libertà di giudizio. Ci sono gli spettacoli, più o meno di successo, e c’è un’abusata tendenza a chiamare “evento” ogni passerella più o meno sguaiata di chi cerca visibilità. Nella società convivono, non diremo come il bene e il male, che sono argomenti seri, ma come il buon gusto e la trivialità, come la tolleranza e lo scandalismo. Abbiamo pensato un po’ prima di deciderci a pubblicare qualcosa riguardo all’appena concluso Festival della canzone italiana tenuto a Sanremo la settimana scorsa. C’è sempre il rischio di fare il gioco di chi come unico scopo ha proprio quella visibilità, di chi a tutto si presta per ottenerla, con la vecchia, cinica convinzione del “bene o male purchè di me si parli”.

vescovo di Ventimiglia e Sanremo, Antonio Suetta,
vescovo di Ventimiglia e Sanremo, Antonio Suetta,

Se abbiamo deciso di farlo è perché riteniamo opportuno aggiungere la nostra voce, per flebile che sia, a quella del vescovo di Ventimiglia e Sanremo, Antonio Suetta, che si è fatto interprete di uno sdegno diffuso. «A seguito di tante segnalazioni – si legge in un comunicato del vescovo – di giusto sdegno e di proteste riguardo alle ricorrenti occasioni di mancanza di rispetto, di derisione e di manifestazioni blasfeme nei confronti della fede cristiana, della Chiesa cattolica e dei credenti, esibite in forme volgari e offensive nel corso della 71 edizione del Festival della Canzone Italiana a Sanremo, sento il dovere di condividere pubblicamente una parola di riprovazione e di dispiacere per quanto accaduto», si legge nella nota di Suetta.

«Il mio intervento a questo punto doveroso – spiega il vescovo -, è per confortare la fede “dei piccoli”, per dare voce a tutte le persone credenti e non credenti offese da simili insulsaggini e volgarità, per sostenere il coraggio di chi con dignità non si accoda alla deriva dilagante, per esortare al dovere di giusta riparazione per le offese rivolte a Nostro Signore, alla Beata Vergine Maria e ai santi, ripetutamente perpetrate mediante un servizio pubblico e nel sacro tempo di Quaresima»

Monsignor Suetta ricorda poi che «un motto originariamente pagano, poi recepito nella tradizione cristiana, ricorda opportunamente che “quos Deus perdere vult, dementat prius”», cioè che quanti Dio vuol perdere prima priva del senno. Si può obiettare, magari, a che la perdizione di un individuo o di una società possa essere nella volontà o nei disegni di Dio, ma è certo che una perdita di senno – di senso – percorre questo nostro tempo.

Il presule conclude prendendo le distanze anche dall’assegnazione di un premio attribuito a uno dei conduttori del festival, Rosario Tindaro Fiorello, conosciuto al pubblico con il solo cognome: «Quanto al premio “Città di Sanremo”, attribuito ad un personaggio, che porta nel nome un duplice prezioso riferimento alla devozione mariana della sua terra d’origine, trovo che non rappresenti gran parte di cittadinanza legata alla fede e dico semplicemente “non in mio nome”». Il riferimento è non solo al Rosario mariano, ma anche al nome Tindaro (originariamente quello di un re spartano) dato a una località siciliana della Magna Grecia, me che lungo i secoli   è diventato soprattutto un nome devozionale in quanto associato alla Madonna Nera del Tindari, la località siciliana sita sul golfo di Patti.

È abbastanza ovvio che il riferimento non sia alla persona in sé, ma alla corresponsabilità in quanto accaduto sul palcoscenico del festival e propinato a quanti, oltre al pubblico non presente in platea a motivo del civid19, non hanno avuto la fortuna, o forse il senno di guardare altro in televisione.

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