Ci sono molti modi che un giornalista cattolico ha per raccontare l’amore di Dio. Ci sono quelli del suo mestiere, andare nelle situazioni dove dominano il dolore e ingiustizia, la fame e la guerra e raccontare l’impegno e la fatica di chi in quelle situazioni porta un contributo, solo all’apparenza insignificante, di gioie e tutela e affermazione del diritto, porta acqua e cibo, medicine e aiuti a una difficile sopravvivenza, lavora ostinatamente perché il cantiere della pace non si fermi. E ci sono quelli che offrono, a lui come a tutti i suoi correligionari, l’essere cattolico, primi fra tutti la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio. Che il primo modo vada imparato sembrerebbe scontato (almeno per chi ritiene che etica professionale non sia solo qualcosa di secondario). Meno pacifico, invece, è forse che vada imparato anche il secondo. Ma gli strumenti ci sono. C’è la catechesi della Chiesa, c’è la liturgia, ci sono i sacramenti, per chi vuole – e sa trovare il tempo – c’è persino la preghiera quotidiana delle ore. Anche questo ovviamente vale per tutti. Ma un giornalista (sempre uno vero) ha un vantaggio evidente: il Vangelo deve saperlo leggere anche “professionalmente”: non è un romanzo o un testo filosofico, è un reportage. Non è esercizio di stile o espressione intellettiva, è cronaca. Ma la cronaca bisogna non solo saperla scrivere, ma anche leggere.
Vediamo un esempio, in questo tempo liturgico nel quale il Vangelo propone il suo fatto più importante. E vediamolo come farebbe un giornalista (sempre uno bravo e ovviamente posso solo sperare che i lettori mi possano annoverare nel numero). E vediamolo indagando e cercando di sapere chi ha compreso forse meglio l’amore di Gesù e lo ha ricambiato.
«Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe (quello d’Arimatea, che aveva fornito il sepolcro); esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento» (Lc 23). Così l’evangelista. Di maschi non si parla proprio. Dalla sepoltura all’annuncio della Resurrezione sono in scena solo le donne. Magari sarà anche per questo – è bene sottolineare anche, il che non vuol dire solo – che la Chiesa, la cui gerarchia ministeriale è solo maschile, ha voluto da sempre che il Sabato Santo sia il giorno senza liturgia.
Per la verità, dopo la sepoltura, non è citata neppure Maria, la madre del Signore, che aveva raccolto il corpo del figlio morto ai piedi della croce, nell’immagine simbolo della Pietà che sarebbe stata raccontata dall’arte di ogni secolo. Di Maria si tornerà a parlate solo negli Atti degli Apostoli, riguardo alla sua presenza nel cenacolo il giorno di Pentecoste. Ma piace pensare che l’assenza si Maria al sepolcro sia la conseguenza diretta della sua fede, della sua convinzione, che si tratti di un luogo destinato a restare vuoto. D’altronde Maria da tempo custodiva in cuore come aveva nutrito nel suo ventre il mistero dell’incarnazione di Dio e della redenzione del mondo.
Le donne, dunque, si accertano della deposizione nel sepolcro e poi tornano a casa a osservare il riposo sabatico israelitico. Poi, all’alba della domenica, si procurano unguenti e profumi e corrono al sepolcro dove già avevano usato (lo racconta il Vangelo di Giovanni) trenta libbre di mirra e aloe, un’enormità per l’epoca. Se non altro, non c’era più Giuda figlio di Simone Iscariota a contestare questo tributo di profumi a Gesù, come aveva fatto pochi giorni prima quando un’altra Maria (è sempre Giovanni a riferirne il nome, ma colloca l’episodio nella casa di Lazzaro, Marta e Maria a Betania, mentre Matteo e Marco lo fanno in quella di un lebbroso di nome Giuseppe a Gerusalemme e tralasciano l’identità della donna) ne aveva usato trecento grammi per ungere i piedi del Signore dopo averglieli lavati con le sue lacrime e asciugati con i suoi capelli. Del resto, quel profumo costava un denaro al grammo, dieci volte più del prezzo che avrebbe avuto per il tradimento. Ed è sempre Giovanni a rimarcare che dei poveri, presunti beneficiari di quei denari, a Giuda non importava un bel niente.
Ma queste sono questioni pseudo sociali delle quali le donne del Vangelo non si occupano più di tanto. Loro agiscono, prima e meglio degli uomini, secondo l’insegnamento di Gesù. Del resto, era stato Egli stesso a dire che quel profumo era per la sua sepoltura.
Le donne, dunque, attendono e poi corrono a curare il corpo del Signore. Persino racconti come i Vangeli, scritti in un’epoca che più maschilista non si poteva, lasciano filtrare una concezione che è antropologica prima che religiosa. Le donne curano e attendono. Ed è normale. Sono le donne a conoscere l’attesa della vita e a nutrirla. Sono le donne a curare il bambino, il malato, il vecchio e a tributare l’ultimo omaggio al morto. Sono le donne a conoscere meglio l’amore. E il Sabato Santo è il giorno senza liturgia, ma è il giorno dell’attesa, della speranza che supera la morte. Non è, soprattutto, un giorno senza amore.

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
