Nota del direttore responsabile Pierluigi Natalia: In questo 21 aprile, data d tradizionale attribuzione della fondazione di Roma, si è aperto, purtroppo in forma solo di comunicazione a distanza attraverso un apposito sito internet del Consiglio Nazionale delle Ricerche, data la perdurante situazione pandemica, il XLI Seminario Internazionale di Studi Storici “da Roma alla III Roma”,  su “Libertas et disciplina” in riferimento al tema “Religione, volontà del sovrano, legge”, con un in intervento dell’arcivescovo Agostino Marchetto. Questi ha avuto la abituale cortesia di anticiparmene il testo che Sosta e Ripresa è grata di poter condividere con i propri lettori. Con l’avvertenza che si tratta di un intervento lungo e approfondito e con la convinzione che la sua lettura costituisca un arricchimento. Pubblichiamo comunque oggi solo la prima dell’intervento, quella sulle questioni generali, con l’intenzione di pubblicarne domani la seconda parte, quella sulla libertà religiosa, considerabile anche come una trattazione a sé stante.

Non appena conobbi il tema e la trama di questi giorni virtuali – aggettivo che ben richiama, per assonanza, le virtù – fu per me evidente che tutte le componenti del programma proposto girano attorno alla virtù della Giustizia, così è infatti per la “volontà del Signore”, la “legge”, la “libertà”, la “disciplina” e la “pena”, finanche quella di morte, in cammino, questa, a essere ritenuta “inammissibile”. E certo lo è per Papa Francesco.

Per tutto questo non desterà sorpresa se richiamo d’inizio, a conferma, un versetto di un salmo dell’Antico Testamento che stabilisce un legame d’amore con la pace (un bacio!) che trova riscontro nel Nuovo Testamento, nella lettera agli Ebrei. Canta di fatto il salmista “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno (Sal. 85 [84], 11), a cui fa eco Melchisedek, re di Salem, sacerdote di Dio altissimo.Questi andò incontro ad Abramo, mentre egli ritornava dall’aver sconfitto i re, e lo benedisse; a lui Abramo diede la decima di ogni cosa. Anzitutto il suo nome significa ‘re di giustizia’; poi è anche re di Salem, cioè ‘re di pace’. Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre. Gli è resa infatti questa testimonianza: “Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Mechisedek” (Eb. 7, 1-3;14-17).

A partire da questa premessa teologica, da questo fondamento in Dio, (“volontà del Signore” – come è detto nel programma- ) tale nostro procedere per il cammino della Giustizia, che porta all’agognata Pace, stimo di averlo posto su base sicura, non senza stabilire un legame – come già feci a Norcia nel 2018 al Festival de due Mondi (v. Renato Boccardo -a cura-, Le virtù cristiane, Padova 2019, p. 43-65)-  tra la virtù della giustizia e quella teologale della carità, al fine di aiutare ciascuno a comprendere la sua importanza.

Giustizia e carità

Mi rifaccio così a una espressione latina che appare nel messaggio pontificio del 30 Settembre 2017 per il centenario della promulgazione del primo Codice di Diritto Canonico, e cioè Nulla est charitas sine iustitia, Non c’è carità senza giustizia. «Guardando al secolo che ci separa da quell’atto di promulgazione – scrive Papa Francesco – non si può negare che il Codice pio-benedettino abbia reso un grande servizio alla Chiesa, nonostante i limiti di ogni opera umana e le distorsioni che, nella teoria e nella pratica, le disposizioni codiciali possono aver conosciuto, ivi compresa qualche tentazione positivistica. In sostanza, la codificazione attrezzò la Chiesa per affrontare la navigazione nelle acque agitate dell’età contemporanea, mantenendo unito e solidale il popolo di Dio e sostenendo il grande sforzo di evangelizzazione, che con l’ultima espansione missionaria ha reso la Chiesa davvero presente in ogni parte del mondo. Da non sottovalutare poi è il ruolo svolto dalla codificazione nella emancipazione dell’istituzione ecclesiastica dal potere secolare, in coerenza col principio evangelico che impone di “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (cfr. Mt 22, 15-22). Sotto questo profilo, il Codice ha avuto un doppio effetto: incrementare e garantire l’autonomia che della Chiesa è propria, e al tempo stesso – indirettamente – contribuire all’affermarsi di una sana laicità negli ordinamenti statali. Tuttavia, la ricorrenza centenaria che si celebra dev’essere anche occasione per guardare all’oggi e al domani, per riacquisire e approfondire il senso autentico del diritto nella Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, dove il dominio è della Parola e dei Sacramenti, mentre la norma giuridica ha un ruolo necessario, sì, ma di servizio. Così come è occasione propizia per riflettere su una genuina formazione giuridica nella Chiesa, che faccia comprendere, appunto, la pastoralità del diritto canonico, la sua strumentalità in ordine alla salus animarum (can. 1752 del Codice del 1983), la sua necessità per ossequio alla virtù della giustizia, che anche in Ecclesia deve essere affermata e garantita».

«Sotto questo punto di vista – aggiunge Papa Francesco – ritorna impellente l’invito di Benedetto XVI nella Lettera ai seminaristi, ma valido per tutti i fedeli: “Imparate anche a comprendere e – oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore” (18 ottobre 2010), infatti nulla est charitas sine iustitia”. Un’altra considerazione preme rilevare – continua Papa Francesco – in questa ricorrenza che induce a guardare il futuro. Ha scritto san Giovanni Paolo II nella Costituzione apostolica Sacrae disciplinae leges, del 25 gennaio 1983, con cui è stato promulgato il nuovo Codice per la Chiesa latina, che questo rappresenta il “grande sforzo di tradurre in linguaggio canonistico […] l’ecclesiologia conciliare”. […] Come ogni Concilio, anche il Vaticano II è destinato ad esercitare in tutta la Chiesa un’influenza lunga nella storia. Dunque, il diritto canonico può essere uno strumento privilegiato per favorirne la recezione nel corso del tempo e nel susseguirsi delle generazioni. Collegialità, sinodalità nel governo della Chiesa, valorizzazione della Chiesa particolare, responsabilità di tutti i christifideles nella missione, ecumenismo, misericordia e prossimità come principio pastorale primario, libertà religiosa personale, collettiva e istituzionale, laicità aperta e positiva, sana collaborazione fra la comunità ecclesiale e quella civile nelle sue diverse espressioni: sono alcuni tra i grandi temi in cui il diritto canonico può svolgere anche una funzione educativa, facilitando nel popolo cristiano la crescita di un sentire e di una cultura rispondenti agli insegnamenti conciliari».

Giustizia e misericordia

Mi fermo qui, ma non senza aver stabilito, nella linea della carità, un altro legame, in continuità, tra misericordia e giustizia, «due virtù che zoppicano se non camminano a braccetto», due parole che non sono fra loro alternative e non indicano prospettive tra loro opposte. In fondo non si ristabiliscono l’ordine e l’armonia infranti – testimone la storia – se non coniugando tra loro giustizia e misericordia. “La misericordia senza giustizia è madre della dissoluzione” dirà S. Tommaso, aggiungendo che “la giustizia senza misericordia è crudeltà”, mentre per Paolo (1 Co 13, 6) “Chi ama, rifiuta l’ingiustizia e la verità è la sua gioia”.

Dovremmo qui riferirci anche a S. Agostino e a quella che fu la monumentale De Civitate Dei, dove il vescovo africano – specie nel cap. XIX sulla «Vera giustizia» – mostra con straordinaria efficacia la profondità del rapporto tra giustizia e misericordia che nella visione cristiana allude al mistero di quello tra la città dell’uomo e la città di Dio. A questo punto un accenno almeno devo farlo alla pena di morte, dichiarata “inammissibile” da Papa Francesco, che ha mutato il testo del Catechismo della Chiesa Cattolica a questo riguardo (v. “Fratelli tutti”, su La guerra e la pena di morte (NN. 255-270). In una mia dichiarazione a Vatican Insider del 17 agosto 2018 esprimevo il giudizio che le reazioni registrate per l’occasione “confermano che non siamo ancora riusciti, dopo più di 50 anni, a ricevere in pace, del Concilio Vaticano II, la sua corretta ermeneutica, quella cioè della “riforma e del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa”. Intendo dire che una evoluzione omogenea, e mi rifaccio al pensiero del Newman, si può dare anche in materia dottrinale, ma rimanendo unico il soggetto Chiesa, che proprio lo stesso cardinale riconobbe, nel tempo, quello del IV secolo, a cui andava la sua particolare attenzione di ricerca. E da ciò il suo passaggio al Cattolicesimo.

È questo un punto che non possiamo qui sviscerare a dovere, ma che il richiamo al cammino di Newman aiuta a comprendere, così come alcune affermazione del cardinale  Ratzinger, su termini pre e post conciliari, quali “l’unica maniera di rendere credibile il Vaticano II è presentarlo chiaramente com’è: una parte dell’unica e dell’intera tradizione della Chiesa e della sua Fede”, affermazioni che confermò una volta divenuto Benedetto XVI affinché il Vaticano II sia recepito alla luce di tutto il bagaglio dottrinale della Chiesa. E qui va detto che il concetto ratzingeriano della riforma si deve vedere specialmente nel rapporto della Chiesa con la storia, con attenzione a declinare la dottrina nella storia all’interno della fondamentale dinamica cattolica di tradizione-incarnazione nell’oggi senza prostituirsi. Vi è di più. C’è valorizzazione dell’omogeneo e legittimo “sviluppo del dogma” nell’orizzonte della riforma, aldilà dello schematismo tradizionalismo-progressismo. Certo il presente ecclesiologico non può essere separato dalla tradizione poiché la vera Cattolicità si esprime nel et…et, nella coniugazione di nova et vetera, cioè nella ragionevole “comunicazione” dell’esperienza di tradizione di fronte alle sfide e comprensibili esigenze dell’oggi.

Giustizia nella cura della creazione

Non è solo attuale ma anche rinnovato continuamente il Messaggio del Vescovo della prima Roma circa “la cura della casa comune”, come egli identifica l’ambiente, il creato, nella sua enciclica Laudato si’. Con essa, giustamente, la dimensione “tutela e valorizzazione dell’ambiente” entra di pieno diritto anche nei grandi impegni del cristiano, oltre che degli uomini e delle donne di buona volontà, diventa cioè materia di giustizia. Senza riproporre qui una teologia della creazione, rimando ai grandi racconti biblici sul rapporto dell’essere umano con il mondo, alla Genesi, da cui emerge l’immensa dignità, in “libertà e disciplina”, di ogni persona umana, che «non è soltanto qualcosa, ma qualcuno». “Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario” (Benedetto XVI).

I racconti della creazione nel libro della Genesi, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, con il prossimo e con la terra. Qualcuno aggiunge, e io lo faccio, la relazione con se stesso. Ma, con il peccato, il rapporto, originariamente armonico, tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto (Gn 3, 17-19), una rottura. Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco viveva con tutte le creature sia stata interpretata come un superamento di una rottura.

Ricordiamoci che non siamo Dio! La terra ci precede e ci è stata data. I testi biblici ci invitano a “coltivare e custodire il giardino del mondo” (cfr. Gn 2, 15). Custodire vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare, tutelare e garantire la continuità della fertilità della terra per le generazioni future. Nel terzo coagulo del suo pensiero, dopo la presentazione dei Profeti biblici, Papa Francesco cerca di balbettare, sgranando gli occhi dello spirito davanti al mistero dell’universo. Se è così, il verbo balbettare non è fuori luogo, e qui molti anche non credenti ci raggiungono nel cammino. L’aggancio è ancora la creazione, ma più che natura, perché ha da vedere con un progetto dell’amor di Dio, un dono “dell’amor che muove il sole e l’altre stelle” (Dante Alighieri). Ma il pensiero ebraico-cristiano ha demitizzato la natura, non le ha più attribuito un carattere divino, essa è lo scenario, il luogo dell’appassionante e drammatica storia umana. E vi è la giusta, legittima, autonomia delle realtà terrene (Gaudium et Spes, 36), pur essendo chiamato, l’essere umano, a ricondurre tutte le cose al loro Creatore. È ancora questione di giustizia.

La destinazione comune dei beni

Tralasciando, ahimé!, altre scansioni, ricordo – è d’obbligo per la Dottrina sociale della Chiesa –  che il tema è universale, poiché «la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti… Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza ogni approccio ecologico di giustizia, deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati». Su ogni proprietà privata grava sempre “un’ipoteca sociale” (Papa Giovanni Paolo II).

Come può dunque “un venti per cento della popolazione mondiale consumare risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno o avranno bisogno per sopravvivere”?

Per l’ultimo coagulo del II° capitolo dell’Enciclica, su Lo sguardo di Gesù, colgo soltanto una affermazione basilare, la seguente: «Secondo la comprensione cristiana della realtà, il destino dell’intera creazione passa attraverso il mistero di Cristo, che è presente fin dall’origine: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1, 16) proclama san Paolo.

Giustizia sociale

Ma non possiamo dimenticare in tutto questo, specificamente, la giustizia sociale, aiutati magari da una sintesi di Papa Francesco stesso, all’inizio del volume “Potere e denaro. La giustizia sociale secondo Bergoglio”, curato da Michele Zanzucchi. Scrive il vescovo di Roma nella prefazione: «L’economia è una componente vitale per ogni società, determina in buona parte la qualità del vivere e persino del morire, contribuisce a rendere degna o indegna l’esistenza umana. Perciò occupa un posto importante nella riflessione della Chiesa, che guarda all’uomo e alla donna come a persone chiamate a collaborare col piano di Dio anche attraverso il lavoro, la produzione, la distribuzione e il consumo di beni e servizi. Per questo, sin dalle prime settimane del pontificato, ho avuto modo di trattare questioni riguardanti la povertà e la ricchezza, la giustizia e l’ingiustizia, la finanza sana e quella perversa.

Se oggi guardiamo alla economia e ai mercati globali, un dato che emerge è la loro ambivalenza. Da una parte, mai come in questi anni l’economia ha consentito a miliardi di persone di affacciarsi al benessere, ai diritti, a una migliore salute e a molto altro. Al contempo, l’economia e i mercati hanno avuto un ruolo nello sfruttamento eccessivo delle risorse comuni, nell’aumento delle disuguaglianze e nel deterioramento del pianeta. Quindi una sua valutazione etica e spirituale deve sapersi muovere in questa ambivalenza, che emerge in contesti sempre più complessi. Il nostro mondo è capace del meglio e del peggio. Lo è sempre stato, ma oggi i mezzi tecnici e finanziari hanno amplificato le potenzialità di bene e di male. Mentre in certe parti del pianeta si annega nella opulenza, in altre non si ha il minimo per sopravvivere. Nei miei viaggi ho potuto vedere questi contrasti più di quanto mi sia stato possibile in Argentina. Ho visto il paradosso di un’economia globalizzata che potrebbe sfamare, curare e alloggiare tutti gli abitanti che popolano la nostra casa comune, ma che — come indicano alcune statistiche preoccupanti — concentra nelle mani di pochissime persone la stessa ricchezza che è appannaggio di circa metà della popolazione mondiale.

Ho constatato che il capitalismo sfrenato degli ultimi decenni ha ulteriormente dilatato il fossato che separa i più ricchi dai più poveri, generando nuove precarietà e schiavitù. L’attuale concentrazione delle ricchezze è frutto, in buona parte, dei meccanismi del sistema finanziario. Guardando alla finanza, vediamo inoltre che un sistema economico basato sulla prossimità, nell’ epoca della globalizzazione, incontra non poche difficoltà: le istituzioni finanziarie e le imprese multinazionali raggiungono dimensioni tali da condizionare le economie locali, mettendo gli Stati sempre più in difficoltà nel ben operare per lo sviluppo delle popolazioni. D’altro lato, la mancanza di regolamentazione e di controlli adeguati favorisce la crescita di capitale. Come qui testimonio – conclude il Papa – il mio pensiero si situa nel cammino tracciato dal ricchissimo patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa. Chiunque può farlo proprio, anche solo accedendo a quel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa che tante volte ho citato perché in poche parole offre una panoramica del pensiero ecclesiale in materia sociale».

Possiamo fermarci qui perché credo siamo giunti in tema di giustizia e diritti umani.

Giustizia, migrazioni e itineranza

Inizio con questo ramo specifico dei diritti dell’uomo, perché legato strettamente alla mia vita episcopale nella Curia romana per ben due lustri, come appunto Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti nei primi 10 anni di questo secolo e millennio, e desidero poi concludere l’argomento della legislazione umanitaria, diciamo così, con il tema della libertà religiosa. Esso infatti corona per noi tutti gli altri. Mi è qui impossibile, comunque, nemmeno per sommi capi, condensare pensiero ecclesiale ed azione pastorale per la realizzazione della giustizia in rapporto alla mobilità umana. Rimando dunque al sito della Santa Sede, nella Curia Romana, alla voce riferentesi ad essa e al sito cronologia.leonardo.it/pastoral.htm, per l’aspetto più personale, oltre che al piccolo volume-intervista con Marco Roncalli “Chiesa e Migranti. La mia battaglia per una sola famiglia umana”.

Non posso peraltro non ricordare l’Istruzione Erga Migrantes Caritas Christi del 3 maggio 2004, approvata da Giovanni Paolo II, testo “ricevuto” poi nell’enciclica benedettina Caritas in Veritate al numero 62, e gli Orientamenti pastorali Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate del 2013, lungamente preparaio negli anni precedenti. Richiamo inoltre, almeno, il messaggio pontificio per la giornata mondiale dedicata a migranti e rifugiati dal significativo titolo Uomini e donne in cerca di pace, nonché il discorso di Papa Francesco al Corpo Diplomatico, in parte ad essi consacrato. Aggiungerei che si sta passando finalmente, negli approfondimenti degli aspetti culturali dell’integrazione degli immigrati, dal multiculturalismo alla interculturalità.

Comunque, se guardiamo come vanno le cose, nel concreto, chi ha combattuto per i non respingimenti in mare, specialmente dei rifugiati e dei richiedenti asilo, o soggetti al traffico di essere umani o alla schiavitù o dei minori non accompagnati, tenendo presente particolarmente la Libia, non ha motivi per rallegrarsi, costatando come ci siano ancora qui, nel mondo d’oggi, vere tragedie e morte.

Fonte di speranza è invece l’importante Global Compact sui rifugiati, delle Nazioni Unite, fermamente centrato sulla persona umana, con spinta affinché la dignità di ciascuno e ognuno, e i loro diritti fondamentali, guidino tutti gli aspetti del relativo piano d’azione già delineato nell’apposito Draft ispirato, com’ è, a un approccio olistico e integrato.

La stessa speranza – dopo quella per la guida di Papa Francesco – sorge dai negoziati in corso, sempre sotto l’egida delle Nazioni Unite, per un simile Global Compact per Migrazioni sicure, ordinate e regolari. La finalità è la creazione di una “cornice” che ne migliori il governo e assicuri che tale segno dei tempi sia veramente benefico per tutti.

È incoraggiante infine che Papa Francesco nella Sua esortazione Apostolica Gaudete et exultate, sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, nel suo impegno di delinearla come frutto del Concilio Vaticano II, – già si ebbe una santità tridentina, ispirata cioè da quel Concilio – ritorni a parlarne negli importanti e significativi NN. 100-101 e specialmente 103 e 104 della Fratelli tutti. Abbiamo così ora, vicino alla croce anche un’altra bandiera, tale enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale, con presenza, subito all’inizio, di un capitoletto dal titolo “senza dignità umana sulle frontiere” NN. 37-41 e 84-86 (“L’appello del forestiero”). “Il limite delle frontiere” riappare più avanti (NN. 129-132) con il tema della “Gratuità che accoglie” (NN.139-141). (continua)

 

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