I valori investono l’uomo dal di dentro. Valore! E’ una parola-chiave della cultura moderna; fa parte del linguaggio corrente. Ricorre nei discorsi dello studioso, dell’uomo colto, dell’artista, dello scienziato; la si coglie sulla bocca dell’impiegato, dell’operaio, della massaia e del contadino. Poche altre parole come questa hanno larga accoglienza nei media. Viene usata e…abusata! Ed è così ampio lo spettro dei significati che si riscontra in settori sociali tanto diversi tra loro da risultare perfino conflittuali. E così la categoria stessa di valori ne resta sfocata e finisce col perdere il significato nativo con tutta la sua ricchezza e la sua carica di verità. Bisogna riscoprirne l’autentica valenza nella pienezza del suo significato.
Nella ricca costellazione d’uso del termine si parla di valori specificati da un aggettivo, come: valori umani, tradizionali, essenziali, etici, evangelici, spirituali; valori reali, illusori, fittizi, falsi ecc. Inoltre nel mercato della cultura e dell’informazione si parla anche di valori al genitivo: scelta di valori, gerarchia di valori, sistema di valori, crisi di valori, perdita di valori ecc. Si distinguono infine dei verbi che hanno “i valori” (al plurale) come complemento oggetto, così: vivere i valori, comunicare i valori, interiorizzare, assimilare, garantire, sostituire i valori…
I valori investono l’uomo dal di dentro (nella coscienza, nel cuore, nella mente, nelle scelte…) ed è a partire da essi che ognuno organizza la propria vita, attingendovi motivi che attivano le energie personali, necessarie a sostenere il cammino verso la piena realizzazione della personalità. Ma, ahimè, oggi non sono pochi coloro che ritengono di poter fare a meno di questi punti di riferimento, della bussola di orientamento, del faro che illumina il proprio destino; presumono di navigare a…vista e, purtroppo, sovente il naufragio è il loro unico approdo! “E’ tragico non far tesoro della storia, del passato, della memoria, del sapere dei genitori e dell’esperienza bimillenaria della Chiesa!” (W. Collini).
È valore ciò che vale! E’ lapalisiano ma… non troppo! Ci si chiede infatti in base a quale criterio si riesce a distinguere ciò che vale da ciò che è solo apparenza e quindi privo di valore? A mio avviso è in base a un triplice postulato: primo, che la realtà-valore duri nel tempo, cioè che resista alla moda e ai gusti del momento; secondo, che contribuisca al reale progresso umano e spirituale della persona; terzo, che risponda alle sue esigenze più profonde ed essenziali.
Quando si delineano oggettivamente questi tre elementi, si dispone anche della giusta misura per discernere i veri dai falsi valori, quelli assoluti dai relativi, i valori reali da quelli solo apparenti. L’esperienza: perenne, insostituibile maestra di vita, ci insegna che senza un adeguato discernimento si subisce facilmente il fascino delle cose illusorie e si confonde l’apparenza con la sostanza.
La persona dunque deve saper valutare e scegliere, senza rimanere nel generico e nella indecisione perpetua. I valori infatti implicano una scelta fatta con obiettività e con sano realismo; costituiscono un punto di riferimento costante, un sicuro binario sul quale muoversi, una verità da accogliere per articolare e costruire su di essa tutta la propria vita e il proprio destino. La vita è sostenuta e resa efficiente dai valori, i quali risultano indispensabili nel processo di maturazione personale. “Il valore non può essere soggetto ai capricci della fortuna – ammonisce lo scrittore e drammaturgo irlandese Cormac McCarthy -, deve essere una qualità che non cambia mai”.
I valori essenziali
Tuttavia la storia insegna che in ogni svolta epocale si riapre il discorso sui valori, mettendo in crisi principi, scelte, comportamenti, ideologie e strutture fino allora seguite. E c’è il sollecito a riprendere il discorso su tutto, adeguando ogni cosa a nuove scelte e a nuove indicazioni di rotta. Ora i segni di una svolta epocale sono sotto gli occhi di tutti e si evidenzia largamente la grave crisi culturale e morale in cui si dibatte la nostra società. In questo preoccupante scenario, gli spiriti più attenti avvertono un diffuso atteggiamento di “indifferenza” o di “scelte parziali” anche a proposito di valori e avvertono l’urgenza di precisare il quadro dei valori in quanto risultano necessari, indispensabili.
I valori essenziali investono tutto l’uomo e lo coinvolgono fin nelle radici più profonde: nella sfera conoscitiva, in quella spirituale, fisica, emotiva, affettiva. “E’ necessario che vengano interiorizzati e amati come qualcosa che risponde alle nostre aspirazioni – scrive il francescano Bruno Giordani -, e che costituisce un bene-per-noi e un aiuto per la nostra personale realizzazione. I valori così vissuti costituiscono il fattore centrale nel processo di maturazione personale nella linea dell’ideale che la persona intende raggiungere”.
I valori essenziali non cambiano mai, sono perenni; non cadono sotto la logica del mutamento. Senza i valori non si vive; sono indispensabili più del pane, perché la vita è valida e importante a condizione che vi siano valori a sorreggerla e a guidarla. Rendere reali e incarnare i valori vuol dire vivere la vita in pienezza e nella gioia. Lo scrittore e drammaturgo americano Oscar Wilde nel suo saggio Il ritratto di Dorian Gray, afferma con una punta di amara ironia: “al giorno d’oggi si conosce il prezzo di tutto e il valore di niente”. Ciò vuol dire che l’uomo può essere vittima di un madornale inganno: subire il fascino delle cose effimere e smarrire la misura delle cose che valgono.
Resta confermato che la fedeltà ai valori essenziali è garanzia di stabilità e di alta qualità di vita. Si riesce anche a distinguere i valori dai…disvalori e si incarnano valori che risultano fondamentali nella vita del singolo e della comunità, quali: il senso del dovere e della responsabilità, il rispetto, la lealtà, la sincerità, l’impegno, il sacrificio, la fedeltà… E ne consegue che si è meno esposti all’inganno dei falsi miraggi e si subisce di meno il fascino di ciò che non vale.
I DESIDERI: UNA SPINTA AD ANDARE OLTRE
Coltivare i desideri
La vita dell’uomo è un perenne attendere caldeggiando desideri: attendere un domani migliore, più bello e più ricco; attendere una promozione, il ritorno di una persona cara, una vita più comoda e più felice, più piena di episodi piacevoli e meno appesantita da preoccupazioni; “il padre” del Vangelo di Luca, attende di poter riabbracciare il figlio “prodigo” dopo lunghi mesi di lontananza.
L’attesa talvolta può determinare un’agitazione non sempre controllabile, ma è pur sempre un’attesa. Al contrario, una persona che non desidera e non attende più nulla e nessuno, che non coltiva qualche desiderio nei suoi sogni, fa l’amara e solitaria esperienza di una morte anticipata. “La solitudine peggiore – scrive G. Colombero – non sta nel non avere nessuno vicino, ma nel non avere nessuno che si aspetta”.
L’attesa dice azione, dinamismo, vitalità, slancio interiore; è tensione come precisa l’etimo latino: attendo, ossia ad-tendo, cioè “mi protendo verso qualcuno o qualcosa, mi dispongo in tensione, mi slancio verso un preciso obiettivo”; mi muovo, non aspetto in modo inerte, non sono passivo, statico, fermo. Il desiderio sollecita alla ricerca di ciò che si caldeggia nel cuore, si fa protagonista del possesso anticipato di ciò che vivamente si desidera.
Il desiderio spinge ad andare sempre oltre: oltre ciò che si è conquistato e che si possiede, oltre il breve orizzonte, oltre ciò che delimita il mio occhio e il mio cuore. L’uomo è un essere fatto per guardare avanti; è un essere che, con tutte le potenzialità interiori di cui dispone, riesce a ritagliarsi spazio per elaborare mete e quote sempre più alte. L’esperienza interiore lo attesta largamente: noi ci sentiamo veramente in forma quando mettiamo ali ai nostri desideri e facciamo appello ai nostri sentimenti più elevati per concretizzare i desideri.
Dunque, il desiderio imprime nell’animo un dinamismo che lo sospinge in avanti; in questa tensione, tutto acquista un senso. E, a differenza dell’animale, l’uomo porta dentro di sé uno slancio misterioso a fare, a programmare, ad agire, a realizzare, a comporre… E dopo che ha attuato quanto si era prefissato, riprende a prefigurarsi un nuovo traguardo, a slanciarsi per altri desideri più alti, più coinvolgenti, più appassionanti…
Anche il termine desiderio risale all’etimo latino: de–sìderis, “dalle stelle”, cioè ha la provenienza o l’origine dall’alto, dalle stelle appunto, dove gli antichi ritenevano che fosse la sede della divinità. Il vivere con precise aspirazioni e desideri risulta determinante per la configurazione della propria identità: “per il proprio destino, il posto che si occupa nel mondo, la relazione con gli altri, il ruolo in quanto insieme di attese da parte degli altri e di risposte da dare; determinante soprattutto nello stimolare le energie interiori e nello stabilire il proprio rapporto con il compito e la gioia di vivere” (G. Colombero).
Il desiderio verso…Dio!
Il desiderio ci porta a scoprire che le aspirazioni della mente e del cuore dell’uomo sono protese verso…l’infinito, verso Dio. Il desiderio di intrecciare il dialogo con Dio riveste carattere di necessità da parte dell’uomo; è un desiderio insopprimibile; l’uomo è un ricercatore di Dio; è sospinto di continuo a ricercare oltre ciò che ha e ciò che è: ricercare risposte all’inestinguibile desiderio di felicità. Questa è l’inquietudine del cuore umano dichiarata apertamente da sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, o Signore, ed è inquieto il nostro cuore finché non riposa in te”.
Ma già in modo squisitamente plastico ce lo conferma anche il santo Curato d’Ars: “Il pesce cerca forse l’albero? No! Si lancia nell’acqua. L’uccello sta forse in terra? No! Si libra nell’aria. E l’uomo? L’uomo è creato per amore e sarà inquieto finché non trova Dio”. Sussiste dunque il serio impegno di dare un senso e un fine all’ardente desiderio della ricerca: il felice e definitivo approdo è il riposo tra le braccia del Padre!
Anche i salmisti biblici avevano avvertito in modo bruciante il desiderio, l’aspirazione al divino: “Solo in Dio riposa l’anima mia; lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare” (Sal 61,1-3); “o Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco; di te ha sete l’anima mia; a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua” (Sal 62,2-3); “come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Questo io ricordo e il mio cuore si strugge…” (Sal 41,2-5).
“Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo – afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica -, perché l’uomo è stato creato da Dio per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa”. E, quasi ricapitolando, il Concilio Vaticano II dichiara che “dai tempi più antichi fino a oggi presso i vari popoli si ritrova una certa sensibilità di quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimento della vita umana, e anzi talvolta si riconosce la divinità suprema o anche il Padre. Sensibilità e conoscenza che compenetrano la loro vita di un senso religioso” (NAE, 2).
In realtà, l’uomo è essenzialmente un essere “in ricerca”, avverte un vivissimo desiderio di Dio; ha sete di lui. In tutta la sua vita, dall’alba al tramonto, dall’infanzia fino a tarda età, è sospinto in modo irresistibile a desiderare di andare sempre oltre. E tuttavia dobbiamo fare i conti con i nostri limiti, come ammonisce Gabriele Adani: “La terra offre all’uomo tutto il necessario per la vita del corpo, ma non gli offre ciò che lo può fare felice. Ogni bene terreno lascia insoddisfatti, porta il germe dell’insufficienza e non soddisfa la sete e la fame di vera felicità e di vita dell’uomo”.

Licenza in Scienze Bibliche conseguita presso il Pontificio Istituto Biblico.
Dottorato in Teologia Dogmatica conseguito presso la Pontificia Università Gregoriana.
Docente presso l’Istituto di Scienze religiose di Viterbo.Docente presso il Centro Nazionale USMI.
Maestro degli studenti teologi cappuccini dell’Italia Centrale (1967-1976).
Superiore Provinciale dei Cappuccini della Provincia Romana (1982-1988).
Presidente dei Superiori Provinciali Cappuccini d’Italia (1982-1985).
Consultore teologo della Congregazione per le Cause dei Santi (1989- ).
Visitatore apostolico di un Istituto religioso per incarico della Congregazione dei religiosi.
Docente presso l’Istituto Teologico San Pietro dal 1997.
Autore notissimo, conduttore a Radio Maria, direttore spirituale e predicatore per numerosi istituti religiosi femminili.
