Papa Francesco, Card. Marchetto

Il cardinale Marchetto sull’ “et et” del cammino sinodale

di Agostino Marchetto

Nota della Direzione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il testo di un’intervista rilasciata dal cardinale Agostino Marchetto a Marcelo Musa Cavallari di ACI Didigital, in una traduzione dal testo originale in lingua portoghese. Marchetto, i cui interventi sono da anni ospitati anche su Sosta e Ripresa, è stato creato cardinale lo scorso 30 settembre da Papa Francesco, che lo ritiene, a nostro avviso più che giustamente, il miglior ermeneuta del Concilio Vaticano II, ancora una volta precisa i termini del cammino sinodale al quale è chiamata la Chiesa.

Cardinale Agostino Marchetto Pierluigi NNatalia
Cardinale Agostino Marchetto e Pierluigi Natalia

Questa è troppo spesso raccontata con categorie più politiche che ecclesiali basate sull’aut aut tra “conservatori” e “progressisti” e non sull’et et di un’autentica identità cattolica. In merito, a proposito del Sinodo in corso, che su molta stampa sembra la cronaca di una battaglia tra accuse di manipolazione in nome di un’agenda mondana, e pressioni su questioni morali, dottrinali e istituzionali sensibile fa riflettere una Frase di Marchetto nell’intervista che segue: “Non possiamo certo ignorare il mondo – e per questo è sbagliato trincerarsi nel passato – ma non dobbiamo mai dimenticare che siamo nel mondo e non del mondo”.

Papa Francesco, Card. Marchetto
Papa Francesco, Card. Marchetto

Di seguito l’intervista al cardinale.

ACI Digital: Alcuni vedono il Sinodo della sinodalità come un’opportunità per applicare finalmente le decisioni del Concilio Vaticano II, soprattutto sulla collegialità nella Chiesa, che sarebbe stata sospesa durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Come vede il ruolo del Sinodo alla luce dell’ermeneutica del Concilio Vaticano II in continuità con la tradizione della Chiesa?

Marchetto: Il giudizio iniziale sulla sospensione dell’esercizio del ministero collegiale nella Chiesa è facilmente squalificabile se pensiamo a tutti i sinodi dei vescovi celebrati durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Nel suo famoso discorso del 22 dicembre 2005 alla Curia romana, Papa Benedetto XVI ha detto che in realtà il Concilio Vaticano II ha rappresentato la continuità e non la discontinuità con la tradizione cattolica. E tutti i papi conciliari e post-conciliari gli hanno fatto eco. Per quanto riguarda i due poli della continuità e della discontinuità, preferisco partire ulteriormente osservando che la prima alternativa, posta da Papa Benedetto XVI, è la rottura, nella discontinuità, o la riforma-rinnovamento, nella continuità della Chiesa come soggetto unico.

È proprio in questa combinazione di continuità e discontinuità, ma non di rottura, a diversi livelli che consiste la vera natura di un’autentica riforma. La continuità si riferisce allora alla Tradizione con la maiuscola che, con la Sacra Scrittura e il Magistero, costituisce il “genio” del cattolicesimo, come ha detto il [teologo Oscar] Cullmann, un’idea che non ha bisogno di essere messa in discussione.

La fedeltà in questo senso è fonte di rinnovata fecondità, tenendo conto dei segni dei tempi, dell’oggi di Dio, del tempo in cui viviamo, del “Sitz im Leben” (luogo nella vita)  che non è una nuova Rivelazione. Vedo quindi l’attuale sinodo in questa prospettiva.

ACI Digital: Importanti figure della Chiesa che partecipano al Sinodo hanno difeso l’idea di una morale meno legata alle leggi e alla verità e più pastorale, con accompagnamento e discernimento di ogni singolo caso. È anche comune sentire l’idea che le scienze umane abbiano un contributo più importante da dare alla comprensione della sessualità umana rispetto, ad esempio, alla teologia classica o alla semplice teologia. Queste idee riecheggiano un’interpretazione del Vaticano II secondo cui esso ha superato “l’egemonia della “teologia”, intesa come isolamento dalla dimensione della dottrina e della sua concettualizzazione astratta, e quella del “giuridicismo” nella morale”. Questa posizione è forte tra i partecipanti al Sinodo?

Marchetto: Credo che chi mi legge sia convinto dell’importanza e del valore dottrinale, spirituale e pastorale del Concilio Vaticano II, tanto da poter dire che è un'”icona” della Chiesa cattolica stessa, cioè di ciò che il cattolicesimo in particolare è costituzionalmente: la comunione. Anche con il passato, con le sue origini, l’identità nell’evoluzione, la fedeltà nel rinnovamento. Quella che al Concilio Vaticano II era una posizione estrema, con la cosiddetta “maggioranza” sempre più desiderosa di imporre il proprio punto di vista, sorda ai “richiami” e all’opera di “cucitura” di Paolo VI, è riuscita, dopo il Concilio, a monopolizzare, almeno per un certo periodo, l’interpretazione dell'”evento”, respingendo come anticonciliare ogni procedura diversa.

Ma per rispondere correttamente, torniamo al pensiero iniziale, quello che considera la Chiesa, come un qualsiasi organismo vivente, in continua crescita, interna ed esterna, pur rimanendo se stessa. Ora, questo sviluppo implica certamente molteplici problemi, che riguardano la dottrina, il culto, la morale, la disciplina e l’apostolato. Generalmente – come sappiamo – la loro soluzione è fornita dal magistero ordinario (insegnamento) dei Pastori, assistiti da teologi uniti a tutto il Popolo di Dio, in comunione con esso. A volte, però, la complessità del tema o la gravità delle circostanze storiche suggeriscono interventi straordinari. Si tratta dei concili, che promuovono, nella fedeltà alla tradizione, lo sviluppo dottrinale, le riforme liturgiche e disciplinari e le scelte apostoliche, tenendo conto anche delle esigenze dei tempi (i famosi “segni dei tempi”, che non costituiscono una nuova Rivelazione).

In questa prospettiva, i sinodi appaiono come tappe fondamentali del cammino della Chiesa nella storia. Ebbene, ora sta emergendo l’idea che la sinodalità non sia solo l’espressione di un evento episodico nella vita della Chiesa, ma la permei tutta, trasformandola in sinodalità, chiedendo al Popolo di Dio di “camminare insieme”, nel consenso sinodale, come espressione della “cattolicità”, per noi “incarnazione” del binomio Tradizione e rinnovamento come fu nel Grande Sinodo Vaticano.

Resta l’anima della verità dell’opportunità e dell’importanza del consenso, come corretto modo di procedere conciliare e sinodale. La sua assenza o carenza è, infatti, qualcosa che va poi “pagata” a caro prezzo, come la storia insegna. Infatti, l’esempio di molti importanti concili – da quello di Calcedonia al Vaticano II, passando per il Concilio di Trento – che hanno faticato per raggiungere il consenso –  è una testimonianza della sua grande importanza e del suo carattere di segno, soprattutto nel senso che la verità non viene “decisa” attraverso il voto, ma “attestata” attraverso il consenso”. Non credo che in questo Sinodo ci siano molti che aderiscono consapevolmente a una visione così distorta del Grande Sinodo, come ho sempre chiamato il Concilio Vaticano II, o anche di quello in corso. Se lo Spirito Santo parlerà, sarò rassicurato, anche perché è Papa Francesco, il successore di Pietro, che  “detiene le chiavi…”.

ACI Digital: E qual è la strada per raggiungere il consenso cattolico?

Marchetto: Conoscendo la ricchezza e le contraddizioni della cultura moderna, le aspirazioni, le speranze, le gioie e i dolori, le delusioni e le difficoltà dell’uomo contemporaneo, Paolo VI, seguendo l’impulso interiore della carità, cercò di immergersi in esse. Fu un assiduo evangelizzatore e promotore del dialogo con tutti gli uomini di buona volontà: con i cristiani separati, con i non cristiani, con i non credenti. “La Chiesa deve dialogare con il mondo in cui vive; la Chiesa diventa una parola, la Chiesa diventa un messaggio, la Chiesa diventa una conversazione”, ha testimoniato. In seguito, ha dichiarato espressamente: “Spetta soprattutto a noi, pastori della Chiesa, cercare con coraggio e saggezza, nella piena fedeltà al suo contenuto, i modi più appropriati ed efficaci per comunicare il messaggio evangelico agli uomini del nostro tempo”.

Questo è il dialogo della salvezza, che trova la sua origine trascendente nell’intenzione stessa di Dio e le cui caratteristiche sono la chiarezza, la dolcezza, la fiducia e la prudenza. “Nel dialogo così condotto si realizza l’unione della verità con la carità, dell’intelligenza con l’amore”. Paolo VI affermò con forza che il dialogo deve rimanere immune dal relativismo, che mina la dottrina immutabile della fede e della morale: “La preoccupazione di avvicinarci ai nostri fratelli non deve tradursi in un’attenuazione, in una diminuzione della verità”; “Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto al nostro impegno nella fede”; “Non possiamo compromettere i principi teorici e pratici della nostra professione cristiana”.

Chi ci legge si rende conto di tutti i legami che esistono qui, parlando di sinodalità, con il Vaticano II, con il suo svolgimento, con il primato, con la collegialità, con la ricerca del dialogo all’interno della Chiesa cattolica, con ciò che porta a un consenso costante e fervente, con il desiderio sempre rinnovato e realizzato che il rinnovamento e la Tradizione dialoghino tra loro e che ci sia un legame tra il vecchio e il nuovo? Tra sinodalità, procedere insieme, collegialità e primato. Il Vaticano II si è visto sancire lo sviluppo teologico avvenuto e tradurlo in azione pastorale, in risposta alle esigenze dei tempi, nella continuità della dottrina. E ora arriviamo a questo sforzo sinodale che ho cercato di presentare qui, nel suo contesto.

ACI Digital: Cosa possiamo aspettarci dal Sinodo sulla “via del consenso e del dialogo per coniugare tradizione e rinnovamento”, come già definito dal Concilio Vaticano II?

Marchetto: Il Concilio non è stato una rottura nella storia, ma un rinnovamento nella continuità dell’unica Chiesa cattolica. Tutti i papi hanno accettato questa interpretazione. Noi cattolici, però, come spesso sembra, ci armiamo facilmente gli uni contro gli altri a questo proposito, e questo non è giusto, non è cristiano. Dobbiamo invece rafforzare il dialogo interno alla Chiesa tra le diverse posizioni, tra chi esalta la fedeltà esclusiva alla Tradizione e chi, al contrario, vuole adattarsi al mondo. Non possiamo certo ignorare il mondo – e per questo è sbagliato trincerarsi nel passato – ma non dobbiamo mai dimenticare che siamo nel mondo e non del mondo. Non possiamo certo sovvertire la Tradizione dottrinale e morale della Chiesa per piacere al mondo. Guardiamo alla Croce di Cristo, gloriosa sì, ma pur sempre una croce.

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