Entriamo oggi nel triduo pasquale. Ed entriamo in un mese di aprile, annunciato ancora di misure sanitarie mantenute relativamente rigide, come impone una situazione pandemica tutt’altro che sconfitta.
Sosta e Ripresa non ha voluto in questa quaresima riempire le sue pagine delle discussioni, delle polemiche che l’hanno segnata praticamente su ogni organo di informazione, per non parlare della cacofonia, delle distorsioni e spesso delle menzogne che riempiono internet, che alimentano conflitti, che spingono molti a rilanciare acriticamente notizie non verificate, opinioni non sostenute da nulla che possa essere considerato una prova sia pure lontanamente attendibile, segnata insomma da una disinformazione – e in verità anche da una comunicazione istituzionale tutt’altro che basata da quella chiarezza necessaria a rassicurare, che non significa illudere -, segnata insomma da disinformazione.
Un anno fa la frase più “gettonata” era “io resto a casa”, non come una costatazione di necessità, ma come una sorta di rivendicazione di civismo. Un anno fa le città italiane si tappezzavano di scritte “ce la faremo” avvolte da arcobaleni. Ma l’arcobaleno non accompagna i giorni del diluvio, ne annuncia la fine.
Come si legge tutto questo alla luce della fede che diciamo di professare? Cosa ci dice oggi questo Triduo pasquale? Perché scrivere di questo per riflettere su vaccini, tamponi, sostegni economici, chiusure e aperture? Per lo stesso motivo perché lo ho fatto lo scorso anno. Sono un giornalista, il mio compito, il compito di questo giornale è informare. Non ho, non abbiamo missioni canoniche, ma il mio, il nostro lavoro ha una missione di servizio al quale non intendo, non intendiamo sottrarci. E in essa c’è informare anche del dolore che attraversa la nostra società in questo tempo, quel dolore che il Triduo ci insegna a comprendere, sia pure non sempre a sopportare, in noi stessi e in quanti amiamo e ai quali ci sembra di non poter dare aiuto, sollievo. Perché il dolore ci fa sentire impotenti, scava voragini nell’anima. Accade a chiunque, anche a chi questo giornale realizza e a chi lo legge. E allora dobbiamo imparare a indagarle quelle voragini, sapendo, credendo che questi spazi possono diventare contenitori diversi, possono misteriosamente riempirsi di gioia. Sì, misteriosamente. È questo il mistero della nostra fede che proclamiamo a ogni Messa.
E allora, mi ripeto, vi ripeto quanto vi scrissi lo scorso anno alla vigilia del Triduo pasquale.
Il primo giorno è il giovedì nel quale la Chiesa fa memoria della sua nascita, dell’istituzione dell’Eucarestia, del significato del servizio. Poi viene la notte del Getsemani, con i diversi modi del cedimento al peccato, dal tradimento alla paralisi della paura, la notte che per Pietro – e con lui per la Chiesa che su lui è edificata – è prima del sonno, poi della violenza, poi del diniego, del rinnegamento, infine del pianto. Il secondo giorno è il venerdì della Passione del Signore, della croce che sembra la prova di una sconfitta, che sembra consegnare la speranza alla morte. Il terzo giorno è il sabato senza liturgia, il tempo del silenzio, perché sembra che le parole siano ormai inutili, di quel silenzio però nel quale la Parola del Signore scava in quella paralisi, prepara lo spazio per incominciare a comprendere il senso autentico di quella speranza, prepara il sepolcro vuoto, la sconfitta della morte. E allora viviamoli bene questi tre giorni, il giovedì e il venerdì all’ascolto della Chiesa e il sabato alla riflessione sul mistero del dolore e della morte, in attesa di condividere la gioia della Resurrezione.
E se possibile viviamo bene anche questo mese di aprile e questo tempo di difficoltà e di pericolo per la nostra società, ancoriamoci a quella convinzione che rende il senso della nostra fede, che ci impone solidarietà e responsabilità, che ci aiuta a fare di una società una comunità, in attesa di rincontrarci nella gioia della Pasqua.

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
