L‘assegnazione quest’anno del premio Nobel per la pace al Programma alimentare mondiale (Pam) dell’Onu (WFP, nell’acronimo in inglese per World Food Programme) suggerisce alcune considerazioni alle quali non è estranea quella lettura attenta – per quanto è nelle capacità di chi scrive queste righe –  della recente enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, come promesso ai lettori di Sosta e Ripresa.

WFP, Programma alimentare mondiale

La scelta di cinque membri del comitato di Oslo – che assegna il Nobel per la pace, mentre quelli per le discipline scientifiche sono decisi a Stoccolma –  è motivata “Per i suoi sforzi per combattere la fame, usata come arma di guerra. Per il suo contributo al miglioramento delle condizioni per la pace in aree colpite da conflitti e per il suo agire come forza trainante per evitare l’uso della fame come arma di guerra e di conflitto”.

Fratelli tutti, Enciclica Papa Francesco

Il tema dell’uso disinvolto della guerra – e in essa della fame – determinato da evidenti interessi economici e delle sue ricadute è trattato diffusamente nella Fratelli tutti da Papa Francesco,  che sottolinea in particolare il progressivo arretramento attuale dei principi di cooperazione nei rapporti internazionali. In proposito, il quinto capitolo dell’enciclica, quello dedicato a “La migliore  politica”, si apre con l’affernazione che “Il disprezzo per i deboli può nascondersi in forme populistiche, che li usano demagogicamente per i loro fini, o in forme liberali al servizio degli interessi economici dei potenti. In entrambi i casi si riscontra la difficoltà a pensare un mondo aperto dove ci sia posto per tutti, che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture”. Da parte sua, nel commentare la scelta del Nobel di quest’anno, la presidente del comitato norvegese, Berit Reiss-Andersen, ha ricordato  che «oggi le istituzioni internazionali come il Pam sono in affanno a causa di populismi e nazionalismi che screditano le agenzie di cooperazione. È difficile per loro ricevere il supporto finanziario. Adesso, più di vent’anni anni fa».

Il peggioramento della situazione negli ultimi anni è reso evidente dai dati: «Nel 2019 – ha detto ancora Berit Reiss-Andersen – il Pam ha fornito assistenza a quasi cento milioni di persone in 88 Paesi vittime dell’insicurezza alimentare acuta e della fame. Nel 2015, l’eliminazione della fame è stata adottata come uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. Il Pam è lo strumento principale dell’Onu per realizzare questo obiettivo. Negli ultimi anni la situazione ha preso una piega negativa. Nel 2019, 135 milioni di persone soffrivano di fame acuta, il numero più alto da molti anni a questa parte. La maggior parte dell’aumento è stata causata dalla guerra e dai conflitti armati».

Quest’anno la pandemia del Covid-19  ha ulteriormente stressato l’azione internazionale di sostegno e di assistenza, contribuito a un forte aumento del numero di vittime della fame nel mondo, sebbene  il comitato di Oslo abbia  rimarcato  che anche “In tempi di pandemia il World Food Programme ha dimostrato incredibili capacità nella lotta contro la fame nel mondo”.

La questione, peraltro, non è riconducibile a questa o quella emergenza contingente. Papa Francesco nell’enciclica riafferna chiaramente che l’intera convivenza internazionale va ripensata e,   in particolare per quanto riguarda l’Onu, “Occorre evitare che questa Organizzazione sia delegittimata, perché i suoi problemi e le sue carenze possono essere affrontati e risolti congiuntamente”. E in merito chiarisce che tra gli strumenti normativi dei rapporti internazionali “vanno favoriti gli accordi multilaterali tra gli Stati, perché garantiscono meglio degli accordi bilaterali la cura di un bene comune realmente universale e la tutela degli Stati più deboli”.

Il che non è esattamente quanto sta accadendo in questi anni. La speranza che con la fine della guerra fredda si potesse consolidare un nuovo ordine internazionale, fondato sul primato del diritto e su modalità consensuali  di gestione e risoluzione delle crisi, si era affievolita già negli anni Novanta del ventesimo secolo. Si parlava ancora con convinzione, però, della necessità di riformare le organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, di ampliare il raggio d’azione del diritto internazionale e di percorrere la via  del dialogo. Dopo il 2000 anche questo linguaggio è stato progressivamente abbandonato, mentre ovunque nel mondo si consumava quella terza guerra mondiale a pezzi della quale ha parlato più volte Papa Francesco.

Vi sono alcune condizioni indispensabili, ormai in gran parte ignorate, affinché sia garantito un efficace funzionamento delle grandi organizzazioni internazionali. La prima di tale condizioni è il riconoscimento della loro legittimità e più in generale  del sistema internazionale al cui servizio esse sono poste. A questo scopo è indispensabile che gli Stati, a partire dai più potenti, accettino di operare attraverso tali  organizzazioni, accettino cioè un contenimento del loro  peso relativo in un contesto globale che almeno in teoria dovrebbe non tener conto delle gerarchie di potenza che caratterizzano i rapporti internazionali. Altrettanto rilevante è la trasparenza dell’operato e della governance di tali istituzioni, indispensabile perché nell’opione pubblica internazionale ci sia la convinzione che operino effettivamente per il bene collettivo. Non è un caso – anche tralasciando teorie complottistiche più o meno fondate –  se proprio la mancanza di questi due aspetti abbia  finora compromesso un reale sforzo globale e coordinato contro la pandemia, di fronte alla quale il mondo si è mosso in ordine sparso, condizionato da interessi incuranti degli esseri umani.

Premio Nobel

Foto tratte dal web

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