“I tempi che viviamo sono molto simili al 1467. C’è un virus subdolo che facciamo fatica a debellare, che ha cambiato le nostre abitudini e che rende difficile anche i rapporti relazionali, a causa del sospetto del contagio”. Lo ha detto il vescovo di Viterbo Lino Fumagalli alla celebrazione, domenica 12, dell’annuale rinnovo del “Patto d’amore” che lega Viterbo a Maria, venerata come Madonna della Quercia nell’omonimo santuario, dove si conserva un’effige dipinta su una tegola rinvenuta nel XV secolo appunto su una quercia.
Il riferimento temporale è appunto al patto, per così dire “istituzionale”, che coinvolse tutta la città, in processione guidata dalle pubbliche autorità nel 1467 con la liberazione dalla peste. “Questo virus ha messo a terra la nostra economia e lascia tristissime conseguenze anche a livello psicologico. Con questo patto d’amore chiediamo a Maria di non perdere la speranza. Una speranza che ci porta ad essere responsabili, una speranza che ci dà forza nell’affrontare i tempi difficili e che ci aiuta a trovare un percorso possibile di bene”, ha detto ancora il vescovo.
Analoghe espressioni ha usato il sindaco della città, Giovanni Arena, rinnovando un impegno che da sempre è civile ed ecclesiale insieme: “Noi oggi, seguendo le orme dei nostri padri, rinnoviamo il patto d’amore e chiediamo un aiuto alla Madonna della Quercia. Preghiamo affinché la Madonna assista i sanitari, i governatori, gli anziani e tutti coloro che soffrono in questo momento di pandemia”.

Durante la cerimonia il vescovo ha benedetto il nuovo ambone, l’altare, oggi impreziosito da artistici pannelli, e la sede delle celebrazioni. Il rettore del santuario, don Massimiliano Balzi, al cui impegno prioritario si deve la realizzazione di tali opere, ha ricordato che si tratta di “… tre elementi fondamentali per la chiesa, che sono la presenza di Cristo in mezzo a noi e sono il nostro sostegno. Un sostegno quanto mai necessario, in un mondo che ha sempre più bisogno di unità e certezze”.
Sulla cerimonia di domenica pubblichiamo il link di una riflessione già apparsa su Facebook di don Gianni Carparelli, collaboratore abituale del nostro giornale:
https://www.facebook.com/100006628323033/posts/3094434290787485/?d=n
Foto di Mariella Zadro

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
