Nota del direttore responsabile

Per riflettere sul significato dell’accostamento voluto dalla liturgia della solennità di Ognissanti e della celebrazione dei fedeli defunti Sosta e Ripresa si affida quest’anno alla sapienza teologica e al solido ancoraggio dottrinale dell’attenta ed autentica premura pastorale dell’arcivescovo Agostino Marchetto, condividendo con i propri lettori un messaggi da questi inviato a un gruppo di interlocutori che considera amici e al quale chi scrive queste righe è grato e onorato di partecipare. Lo fa nella convinzione che condividere questo gesto di amicizia personale con i lettori sia parte del compito di informazione e informazione dal quale nel quale questo giornale trova la sua prima ragion d’essere (Pierluigi Natalia).

Cimitero del Verano, Roma
Cimitero del Verano, Roma

Carissimi, eccoci qui nel nostro principale Cimitero cittadino a riflettere, ancora una volta, e a compiere un’opera di suffragio, pregando, con l’aiuto del ricordo vivo e doloroso, ma anche cristiano, dei “nostri morti” su un aspetto di quello che chiamiamo aldilà, potremmo anche dire sui “cieli nuovi e la terra nuova” che ci aspetta.
E così siamo indirizzati, quest’anno, nel discorso cristiano tutto intorno all’aspetto specifico, quello di risurrezione. Del resto l’iscrizione che campeggia a grandi caratteri su questo luogo di pace e di silenzio e di preghiera e di dolore e di riconoscenza e di perdono e di misericordia, oltre che di giustizia, è “RESURRECTURIS”: a coloro che risorgeranno.
In effetti centro della fede, della morale e soprattutto della santa liturgia, sommità della vita cristiana e sua fonte, la risurrezione connette un avvenimento – noi diciamo oggi mistero, con tutta la profondità di questa parola – che riguarda il Signore Gesù, con il “regno” futuro e la vita cristiana del presente. La risurrezione, quotidianamente rievocata, riproposta, ripresentata, è centrale nell’annuncio cristiano, dunque, che trova peraltro molto scetticismo di accettazione e difficoltà di espressione. Ne parliamo poco anche noi preti e con difficoltà. Ne vogliamo invece balbettare oggi con meditato procedere? Tentiamo di balbettare.
Il punto iniziale già ha le sue difficoltà poiché immediatamente risurrezione non è da confondere con immortalità. Anche se i due concetti si richiamano – badate bene- e si attirano reciprocamente, occorre distinguere attentamente, pena la riduzione del cristianesimo a uno spiritualismo magari greco antico che lo appiattirebbe. Nella visione cristiana tale spiritualismo è invece messo in sordina. Gesù stesso infatti trema e grida di fronte alla morte, in un umanissimo (Lui vero Dio e vero uomo) moto di ripulsa, mentre Socrate la accetta sorridendo. “Per questa consapevolezza della tragicità della morte il cristianesimo, anche se ‘buona novella’ (come no!), pure se annuncio profetico di salvezza totale e radicale, conserva tutta la sua umana drammaticità, più vicina alla tragedia greca che a Platone.
Non tralascio un altro, ultimo elemento, che distingue la risurrezione cristiana dall’immortalità greco-spiritualista, una certa qual incertezza misteriosa, cioè, del panorama della prima, sul quale noi proiettiamo il nostro vivere di oggi, la vita che continua, il tempo e lo spazio, che possiamo “accettare” fino a un certo punto, come faceva Gesù, però coscienti dello stacco di piani e di realtà.
Ma a quali fonti attingere per conoscere il discorso cristiano sull’aldilà e quindi sulla risurrezione? La prima risposta all’interrogativo che ho posto -confidando nella vostra comprensione della delicatezza necessaria per parlare di queste realtà “ultime” – rinvia ovviamente alle pagine della Bibbia, Antico a Nuovo Testamento. Ma su tale cammino, vedrete, non sarà facile addentrarsi pur aiutati da buoni commentari. Perché? Ne è ragione, in parte, il fatto che la Bibbia parla un linguaggio poetico, diciamo così, pieno di simboli: si pensi a quello centrale del “Regno”. Mi fermo qui incoraggiandovi a permettere allo Spirito di guidarvi, aiutati dal magistero della Chiesa e dai buoni commentari. Coraggio, tentate almeno di non lasciare intonsa, prima di andare da Colui che regge l’universo, Redentore e Signore, tutta questa ricchezza e bellezza della Parola di Dio.
Solo un richiamo permettetemi di fare, a conclusione, alla grande visione del cap. 25 del vangelo di Matteo. Ricordate? “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, sete e mi avete dato da bere…”.
Ma un’altra citazione voi mi perdonerete, presa da un libro, nato nel 1992, perché risuona in essa il mio incessante, accorato, richiamare che il cattolicesimo è “et…et” [e…e], così: ” I Testi [biblici] – e la Tradizione – parlano, nel quadro del regno finale, di una seconda venuta del Signore: lo stesso Gesù del Golgota, però ormai Signore assoluto e non servo sofferente, giudice ‘dei vivi e dei morti’ e non più giudicato. Non che tale regno finale renda inutili gli sforzi per migliorare la storia presente: il discorso cattolico insiste molto su questo aspetto, temendo il rischio, tutt’altro che ipotetico, di un allontanamento dei fedeli dalle vicende turbinose del mondo di quaggiù. Soprattutto ai nostri tempi questa insistenza si è rafforzata, al punto che talvolta lo sguardo della Chiesa sul regno finale sembra annebbiato. Non un “aut…aut” [o…o], dunque fra l’oggi e il domani, fra la storia e il Regno, ma un “et…et”. In maniera misteriosa la storia di oggi prepara il regno di domani; o, se si preferisce, i semi – parabola evangelica – del regno sono nella nostra storia. Questa sottolineatura, comunque, rende più difficile l’interpretazione che sembra più vicina ai testi biblici, quella che insiste sulla frattura fra il regno e la storia”.

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