Presepe Piazza SanPietro

È la gioia comunque profonda e autentica del Natale, è la speranza in un futuro  il più possibile sereno che queste righe vorrebbero trasmettere in questa strana stagione di feste senza allegria chiassosa. Non è facile dare senso e sostanza in questi giorni al tradizionale augurio di buon Natale e felice anno nuovo che tutti siamo soliti scambiarci. Eppure gioia  e speranza non sono parole rese vuote dal peso di questi mesi trascorsi per tutti nella difficoltà, per molti nel lutto. Non perde senso, valore, il canto angelico di gloria nei cieli a Dio e di pace  agli uomini in quella terra che Dio è sceso a percorrere, sulla quale si è incarnato per condividere la nostra vicenda, per sostenere il nostro destino, per aprirci i cieli e l’eternità.

Conserva e anzi aumenta il valore ecclesiale e sociale di aprire l’anno, in quel 1° gennaio che la Chiesa ha voluto Giornata mondiale della pace, nel segno di Maria, gran madre di Dio, di colei che l’incarnazione e la salvezza ha reso possibile con il suo assenso, con la sua fiducia nel disegno providenziale che l’ha voluta figlia del suo Figlio, come la chiama Dante in un verso famoso.

Ancora una volta in chi scrive, si fanno preghiera e speranza le parole di un antico canto natalizio: luce alle menti, pace nei cuori. L’una sostiene l’altra. E allora l’augurio più importante è di cercare dentro ciascuno di noi quella luce della mente, di non permettere che la offuschi l’orgia di immagini (e di parole, polemiche, persino disinformazione) di cupezza, di angoscia che vecchi e nuovi mezzi di comunicazione ci riversano addosso ogni ora. Non è un augurio senza fondamento, ci sono i fatti a sostenerlo.

Vaccino anti-Covid-19

Nella pandemia che sta stremando noi tutti non c’è solo dolore, non c’è speranza solo nella scienza, nell’attesa che i vaccini ormai pronti sconfiggano il virus. Ci sono anticorpi sociali che mantengono e anzi intensificano la loro preziosa difesa della vita e della dignità umana,  con il volontariato che moltiplica le iniziative di sostegno ai più deboli, ai più esposti. Con la rinascente coscienza di un comune destino che ci affratella, con la speranza che questa crisi ci insegni a invertire le rotte dell’egoismo che da troppo tempo il mondo percorre.

Natale, solitudine poveri

Il pensiero, in queste ore, va soprattutto a quei giovani che per me, come per tanti di voi, sono la concretezza di quella speranza. Come si può costruire speranza per loro in questo terzo  decennio del millennio, che si apre nel pieno di una pandemia, che sembra l’ennesimo monito a un mondo malato? Quali risposte si possono dare ai giovani? Non sono certo interrogativi facili. In tutto il mondo, anche e forse specialmente nei Paesi ricchi, proprio i giovani hanno sempre più forte la percezione di essere derubati del futuro, di vivere in un’epoca dalle prospettive anguste, di pagare errori dei quali non sono responsabili, di essere sacrificati all’impotenza – o forse all’incuria miope e autoassolutoria – di classi dirigenti che non sanno dare loro  ascolto e attenzione. Da almeno un decennio tutte le classi dirigenti invocano, a giustificazione di fallimenti e di promesse non mantenute, l’alibi della cosiddetta crisi globale, creata proprio da quel mercato al quale si continua ad attribuire la presunta esclusiva capacità di produrre ricchezza. Ma globale significa di tutti. E non è così. All’impoverimento dei più, continua a corrispondere la crescita sfacciata della ricchezza depredatoria di pochi. E questa depredazione non distrugge solo le risorse di oggi, ma anche quelle di domani, basti pensare alle devastazioni dell’ambiente.

Senzatetto, San Pietro

In tutto questo, un ruolo rilevante ha proprio la questione dei giovani. Stiamo rubando la loro eredità, stiamo assassinando il futuro. Sì, noi adulti sembriamo spesso ignorare il grido dei nostri figli, così come noi nord ricco del mondo ignoriamo con pervicacia il grido dei poveri, forse per vergogna di aver apparecchiato loro una mensa più misera e più devastata di quella toccata a noi. Negli incartamenti degli ergastolani c’è scritta una frase atroce: “fine pena mai”. La nostra epoca ha fatto della disoccupazione una minaccia di ergastolo per milioni di nostri figli. E lo sanno. Così come sanno che le loro famiglie sono sempre meno in condizione di proteggerli.

Alla mia età e con la mia storia professionale il pubblico si lega al privato in modo stretto, talora sofferto. E non posso sottrarmi alle considerazioni che impone un’identità, sociale ed ecclesiale, che è personale e professionale insieme e che il nostro tempo mi rende sempre più difficile testimoniare. Prego ogni giorno di trovare la forza – e soprattutto la misura – per sostenere le difficoltà di quanti amo senza far pesare le mie. Perché è una misura di speranza – ostinata certo, ma non cieca, non pregiudiziale – quella che vorrei provare a trasmettere, anche a quanti mi conoscono solo attraverso ciò che scrivo.

 

Presepe Piazza San Pietro

Farlo oggi è ancora più impellente. Perchè Natale ha una forza simbolica evidente, capace  di consolare e di offrire speranza. Per chi è cristiano è l’evento cerniera della storia, il Dio con noi, il Dio che si fa come noi. Ma anche per chi ha una fede diversa, sia pure solo nell’uomo, Natale è un bel simbolo. Al centro c’è un bambino. E un bambino è speranza. A costruire questa speranza c’è la donna, la madre che offre vita e nutrimento.  C’è un uomo, un padre – non importa se per la carne o per la scelta – che offre a entrambi sostegno e amore. Ci sono gli umili e i sapienti che offrono doni. E doni offre la natura, con il calore degli animali, con lo splendore nel cielo della stella più luminosa. Si: è un bel simbolo.  Nelle ore in cui prevalgono incertezza e timore, rifletterci un po’ sopra può essere utile. E vorrei aggiungere, che lo ritengo un modo di pregare.

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