La carità nel linguaggio comune è intesa forse troppo spesso come elemosina, un’azione certo santa e importante di per sé, ma che si esprime in modo pieno e forse si meglio comprende ricordando come la parola latina caritas significhi amore. Proprio amore afferma e testimonia dunque la scelta ecclesiale di chiamare Caritas le strutture nelle quali meglio si esprime la vicinanza e il sostegno a quanti più sono nel bisogno. Perché «non è tanto il “pacco” che conta quanto gli occhi che lo accompagnano: il bene lascia a bocca aperta ed è contagioso». Lo ha detto il vescovo di Viterbo Orazio Francesco Piazza durante la Messa celebrata martedì 13 dicembre, per e con gli operatori della Caritas diocesana e delle Caritas parrocchiali, che gremivano la stupenda chiesa romanica di San Sisto (il nuovo vescovo di Viterbo ha confessato di essere rimasto senza fiato nell’entrare).
Nella sua breve, appassionata omelia pronunciata a braccio, trasportato da un calore che rivela la sua origine meridionale, don Franco (come ama essere chiamato da quanti gli sono vicini, tra i quali intende ascriversi Sosta e Ripresa) ha dichiarato la gioia di condividere la Parola ricordandosi degli ultimi e dei più bisognosi, perché «celebrare la carità del Signore è un atto di amore», ricordando che «il vangelo ci dice come Gesù passando di villaggio in villaggio bene-diceva e bene-faceva: quasi come per una “predisposizione genetica”». La scelta di servizio, dunque, nasce e si rafforza se è sostenuta dalla convinzione che «l’educazione alla carità è impensabile senza di un cuore caldo e che l’amore si incarna in una cura amorevole».
Concludendo ha ringraziato la Caritas della diocesi per le molteplici iniziative ricordando che «operiamo per Lui, vivo in ognuno dei suoi fratelli più piccoli».
Al termine della cerimonia il vescovo ha voluto condividere con operatori e volontari gli auguri natalizi nei locali della mensa Caritas. Particolarmente apprezzata è stata la distribuzione a tutti i presenti di una bottiglia di olio extravergine di oliva prodotto dall’iniziativa “Nonni e Nipoti” negli Orti Solidali di Caritas e ACLI.
Galleria fotografica a cura di Mariella Zadro

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.


