I pericoli nella cosiddetta fase 2 dell’epidemia
Il modo per ripartire dopo l’epidemia: si parla ormai praticamente solo di questo nei palazzi istituzionali, sulla stampa, sui mezzi di comunicazione di massa. Ma quel “dopo” sembra dato già per scontato e non lo è, anche se a prevalere sembra oggi la richiesta di riprendere l’attività produttiva. Di ritornare al “prima” del Covid-19. Eppure buon senso e prudenza dovrebbero spingere a muoversi secondo protocolli che come primo obiettivo, abbiano quello di scongiurare che si ripiombi nel contagio, che si vanifichino gli sforzi fatti in questi mesi da tutti noi. Peggio: che si derubrichino a “incidenti di percorso” le sofferenze e i lutti, la strage di persone soprattutto anziane, le iniziative – purtroppo tardive e certo insufficienti – per difendere le componenti sociali più deboli, i poveri, i tanti costretti al lavoro in nero, gliimmigrati, i senza tetto. Di tutte le vittime, di quella che Papa Francesco chiama la società dello scarto.
Significherebbe togliere senso al prezzo doloroso pagato dal personale sanitario, da quella “prima linea” che per settimane abbiamo definito fatta di “eroi”, forse esaltando, ma anche banalizzando qualcosa di più importante, cioè il fatto di compiere il proprio dovere. E vale per quanti al lavoro sono dovuti rimanere, per garantire i servizi essenziali, nei negozi di generi alimentari, nelle farmacie, in molti uffici, nelle file delle forze dell’ordine. Vale per la stragrande maggioranza della popolazione, di quanti non hanno cercato di aggirare le regole imposte dalla necessità, prima ancora che dalle autorità istituzionali. Vale più ancora per i volontari, per quanti non si sono dimenticati degli altri, a partire dai più deboli, dagli scartati.
In qualunque democrazia non c’è azione governativa che non possa essere criticata anche duramente. È legittimo chiedersi e chiedere se le decisioni prese, siano state sufficienti e sempre opportune. Ma la scelta di dare prioratà alla tutela della salute, sembra difficile da contestare, se non per interessi di parte, economici o politici che siano. Si può criticare il proprio governo e quelli degli altri Paesi, le istituzioni internazionali a partire dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) magari evitando di definirla filocinese, come ha fatto Trump, il che è una sciocchezza evidente a chiunque sappia qualcosa di geopolitica internazionale. Ma sembra non proprio intelligente contestare il suo monito sul fatto che la scelta di alcuni Paesi di eliminare frettolosamente le misure anti Covid-19 potrebbe portare a un ritorno a una recrudescenza della pandemia.
Si può criticare chiunque, persino il Papa, come ha fatto qualcuno sostenendo che a Pasqua bisognava riaprire le chiese (perchè c’è sempre qualcuno che blatera di rosari, santi e madonne, che si dice “veramente cattolico”, ma che il Papa lo considera tale solo se è d’accordo con lui, con le sue idee, se avalla i suoi pregiudizi).
Già, Papa Francesco, secondo il quale il virus dell’egoismo è più pericoloso, sotto ogni aspetto, del Covid-19, come ha detto domenica scorsa nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, a poche decine di metri dal Vaticano, dove ha celebrato la Messa della Domenica in Albis, festa della Divina Misericordia. Perchè se una cosa ha dimostrato la pandemia è che il pericolo è per tutti e allora “senza una visione d’insieme non ci sarà futuro per nessuno”. Tuttavia, “mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua un pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente. Si trasmette a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me”.
Triste, molto triste essere e pensare così. Triste e stupido.
