C‘è una tendenza abbastanza diffusa a parlare dei virus, compreso il Covid-19, che notoriamente non sono organismi viventi (i batteri invece si) in termini che meglio a questi si adatterebbero.
Con un po’ di quella arroganza che accompagna sempre chiunque possa ascriversi più o meno alla categoria degli intellettuali, per quanti sforzi faccia per correggersi, il direttore di Sosta e Ripresa la trova una cosa stupida e fuorviante.
Ma oggi si adegua e parla di un virus disumano. Ma non è il Covid-19.
È la ricerca ossessiva del nemico che si riscontra in tante posizioi politiche xenofobe o peggio come una specie di riflesso condizionato pavloniano (dal nome, per quel paio di lettori che lo ignorassero, del medico e fisiologo russo Ivan Petrovič Pavlov (1849-1936), che studiò appunto i riflessi condizionati – e condizionabili – nel comportamento animale e ne ricavò una teoria applicabile anche agli esseri umani). Se ne è avuto un esempio in questi giorni: una giovane viene liberata dopo un anno e mezzo di sequestro, torna a casa con indosso uno hijāb, lo scialle che in molti Paesi del mondo usano le donne per coprire la testa, dichiara di essersi convertita all’islam e subito parte il linciaggio, non solo mediatico, se un deputato leghista la definisce “neo-terrorista” alla Camera dei deputati, cioè un posto in cui la Costituzione dovrebbe avere un peso (Art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali).
Perché per chi è colpito da quel virus il musulmano “deve” essere il nemico. E così il nero, il giallo, il diverso a qualunque titolo, negli ultimi anni in particolare l’immigrato. E non vale solo per quei politici, come quel deputato leghista, che questa loro patologia usano consapevolmente per i propri scopi di consenso e quindi di potere. Vale per un sacco di gente, compresi molti cattolici praticanti o che comunque si dichiarano tali.
L’editoriale di qualche giorno fa sul decreto legislativo in discussionne per far superare all’Italia i danni della pandemia, trattava del corto respiro politico che sembrava emergere riguardo alla modesta sanatoria per i migranti irregolari già presenti in Italia.
Ora è il Segretario generale delle Nazioni Unite a chiamare in causa quei Paesi, Italia in testa ma non solo, che favoriscono sequestri, turture e uccisioni, fornendo mezzi e sostegno al governo di Tripoli perché possa intercettare in mare e riportare in Libia quei profughi dalla guerra o dalla fane costretti a passarvi per cercare di arrivare in Europa.
In un dossier presentato al Consiglio di sicurezza e già acquisito dalla Corte penale internazionale dell’Aja, Guterres mette sotto accusa quanti perseverano in questi comportamenti indegni, dai ministeri di Tripoli coinvolti nel traffico di esseriumani e che gestiscono quei lager in cui si perpetrano stupri, violenze e uccisioni, fino appunto a quei governi che con accordi palesi o segreti cooperano con Tripoli per garantirsi quei respingimenti che il diritto internazionale proibisce.
C’è un dato del lungo, particolareggiato e documentato dossier di Guterres che dovrebbe far riflettere: dal 15 gennaio al 5 maggio 2020 le motovedette del governo di Tripoli, quelle che gli ha fornito soprattutto l’Italia, hanno «intercettato in mare 3.115 tra migranti e rifugiati» e li hanno riportati in Libia. Ma ora solo «1400 sono detenuti nelle prigioni sotto il controllo del ministero dell’Interno». Su che fine abbiano fatto gli altri si possono fare solo ipotesi. E nessuna è rassicurante.
Anche Sosta e Ripresa potrebbe per una volta cambiare stile e linea e mettere tra parentisi quella “ispirazione cattolica” che dichiara nella testata e scrivere che l’Italia è colpita da un virus “invasivo”, “terribile”, “spietato”, “feroce”, “straziante”, “mortale” e chi più ne ha più ne metta. Ma il suo direttore è un po’ testardo e aggiunge che ai confini del Paese e anche dentro dilaga un altro virus disumano. Senza virgolette.

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
