Sosta e Ripresa intende offrire ai suoi lettori, oltre al lavoro di chi scrive questo giornale, contributi di altri organi di stampa che si segnalano come particolarmente significativi in questo momento. Significativi perché modi di leggere gli avvenimenti alla luce del magistero ecclesiale o anche semplicemente, perchè indicazioni di senso sulle quali riflettere.
Oggi proponiano un articolo apparso sul numero di novembre de Il Messaggero di Sant’Antonio, a firma di Giulia Cananzi, che di quello storico mensile legato alla basilica pontificia del Santo a Padova, affidata ai frati francescani minori conventuali, è da diversi anni una delle voci più attendibili e di accertata capacità professionale. Lo facciamo perché l’autrice, già apparsa su queste pagine, si affaccia sul mondo spesso caotico di internet, per una volta trovandone e sottolineandone gli aspetti positivi, rintracciabili anche in quello strano fenomeno contemporaneo al quale fa riferimento il titolo.
«Influencer» per amore
di Giulia Cananzi
Ci si può amare a tal punto, tra nonni e nipoti, da ridarsi la vita più e più volte reciprocamente? La storia di nonna Licia, l’influencer più anziana del mondo, e di suo nipote Emanuele ne è la prova.
«Ciao Instagram! C’è posto per una ragazza di 88 anni?». È il 23 marzo del 2018 e a bussare alla porta del social media all’epoca più versatile e modaiolo, è una signora in un vestito a fiori verde menta, intenta a fare la pasta in casa. Una nonna solita, in un posto insolito. La risposta a quella foto infarinata è un tripudio di like, di faccine e una pioggia di commenti in più lingue, compreso il russo e il kazaco. Una follower che scrive in inglese le fa sapere che «non solo c’è posto, anzi! C’è un grande buco da colmare».
Nonna Licia ancora non lo sa, ma ha aperto uno scrigno delle meraviglie. O, meglio, gliel’ha aperto suo nipote Emanuele, l’amore di una vita, l’unico figlio di sua figlia Marina, morta a 28 anni, quando lui ne aveva 4 e mezzo. Ma questo i follower ancora non lo sanno. Nella foto successiva, Licia è come una crisalide, chiusa nel suo maglione rosso fuoco, intenta a mangiare, mentre due becchi d’oca trattengono la sua frangia bianca. Il 25 marzo la farfalla è nata: Licia ha un coloratissimo giaccone crochet e sorride sotto un cappello stile Borsalino nero, assolutamente noncurante delle fessure tra i denti. La frase nella foto è il manifesto di una vita: «Mi piacciono i colori, gioielleria e accessori pop, vestiti originali… non mi importa che ne dice la gente, mi basta sentirmi bene». I commenti sono un boato di approvazione. Questa nonna sorprendente, che oggi ha 90 anni, si chiama Licia Fertz, è di origini istriane, ha vissuto le ristrettezze della guerra e la bruttura di due estremismi, il fascismo e il comunismo di Tito. Suo nipote Emanuele Usai, 35 anni, ha gli occhi azzurri di suo nonno Aldo, morto due anni fa, e il carattere vulcanico, positivo e indipendente di nonna Licia. Neppure la sua è una classica vita da Instagram: ha perso mamma Marina, ma anche mamma Alessandra, seconda moglie del padre. Come ha fatto tanto dolore a produrre tutti questi colori?
Finale con fuochi d’artificio
«L’amore per mio nipote, ma anche quello che provo per le persone e per la vita alla fine ha sempre vinto» chiosa Licia. Le fa eco Emanuele: «Ho avuto un’educazione che ha messo al centro il positivo, la relazione con le persone, la curiosità per la vita. Ho visto tante volte nonna Licia rialzarsi da terra, tirando fuori i suoi vestiti colorati. Tranne l’ultima, quando ha perso nonno Aldo». Una malattia lunga dieci anni, durante la quale Licia si è dedicata totalmente al marito che, giorno dopo giorno, perdeva la memoria e l’indipendenza. «Dopo la morte di nonno, per la prima volta l’ho vista in depressione – continua Emanuele –. Non era giusto. Dopo tanto amore donato agli altri, meritava un gran finale». Quel gran finale, però, a Emanuele non viene facile: nonna si sente inutile e non vuole diventare un peso per Elo, come lo chiama da quando aveva pochi mesi. Il nipote, tra l’altro, negli ultimi anni, si è trasferito dai nonni, anche con sua moglie Elisabetta, proprio per prendersi cura di loro. E questa premura, paradossalmente, ora che Aldo non c’è più, ingigantisce la sua sensazione d’inutilità. E allora Emanuele batte sull’unico tasto che ancora funziona: «Le ho detto che avevo bisogno di lei, le ho chiesto di accompagnarmi in varie occasioni e, soprattutto, che dovevo fare un esperimento in internet per lavoro». Ride, nonna Licia, pensando ai suoi esordi di influencer; ora che oltre 100 mila persone la seguono su Instagram, il suo rifiuto verso queste «diavolerie moderne» le sembra quasi maleducazione: «All’inizio non sono stata molto gentile – ammette – ma poi quando Emanuele mi ha detto che la gente era interessata a quello che pensavo, sono rimasta a bocca aperta. Allora non ero inutile, potevo ancora dare qualcosa». Emanuele ha portato in soffitta i vestiti del nonno, risparmiando a nonna Licia il dolore di svuotare gli armadi, ma ha portato giù un borsone pieno dei suoi vecchi vestiti. «Mi diceva: “Véstiti ti faccio una foto” – racconta Licia –. La pubblicava su Instagram e poi mi leggeva i commenti della gente e mi aggiornava sul numero di persone che rispondevano. E allora andavo io, di mia spontanea volontà, a farmi le foto. Mi sembrava un gioco, un concorso a punti, ma non ho mai chiesto che cosa c’era in palio». Scorrono le foto colorate sulla bacheca di Instagram: nonna Licia con le piante, con un sottovaso ottenuto da un vecchio televisore, con i cani, in vestaglia giapponese, con una parrucca rosa shocking, con un grande hamburger, con una dalia come chignon, in costume da bagno; tante le foto con Elo e quelle in bianco e nero di Aldo e della sua giovinezza. Colori e frasi in libertà, senza preoccuparsi di essere sopra le righe: «Cambiamo il mondo iniziando dalle parole. Invece di dire “i miei difetti”, proviamo a chiamarli “le mie unicità”». Accettare il proprio corpo è uno dei suoi cavalli di battaglia: «Si chiamano rughe d’espressione e sono la traccia di tutti i sorrisi, i pianti, lo stupore, la rabbia, la gioia, il dolore, il disgusto e il piacere che abbiamo vissuto. Ne vado fiera». E ancora: «Ho sempre cercato la felicità, non la perfezione, e lo consiglio a tutti. La vita sa essere molto complicata di suo, evitiamo di complicarcela da soli». E poi, i pensieri che vengono dalle difficoltà di una vita: «A fare la differenza non è quello che ci accade, ma come reagiamo. E il mare calmo non ha mai fatto un buon marinaio». La sua grande passione è il riciclo: «Sono l’unica pazza che recupera oggetti lasciati dagli incivili nell’immondizia per trasformarli in creazioni uniche e originali?». Emanuele si è sempre stupito della sua creatività: «Se si rompe una tenda, lei è comunque felice, scuce la passamaneria e ne ricava una collana». Ma non basta riciclare, avverte Licia, ci vuole arte: «Quando uno ha passato una guerra, è molto oculato, quindi cerca di riutilizzare tutto, ma deve farlo in modo allegro e soprattutto armonioso».
La scelta della felicità
Salgono i like e i follower, arrivano le campagne di promozione sociale, le tv, i giornali e persino i contratti pubblicitari. «Adoro i social – continua Licia – mi fanno compagnia. La gente mi manda dei bei messaggi da tutto il mondo e io cerco di rispondere a tutti. Non mi sento più sola. Una persona anziana ha bisogno di tanto tanto affetto». Emanuele sprizza felicità; donare un’altra vita a una delle persone che ami di più è una grande soddisfazione: «Volevo per lei qualcosa che la coinvolgesse, un mezzo interattivo e creativo. E poi è stata lei a insegnarmi a non mollare mai e a lottare per le cose in cui credo».
La morte e la malattia hanno segnato tante volte la vita di nonna Licia, ma il dolore, ne è ancora più convinta ora, non deve mai prevalere: «La felicità è una scelta – spiega nonna Licia –. Non dovremo mai permettere che la morte di qualcuno che amiamo uccida anche noi. Una parte di noi va con la persona cara, ma una parte di quella persona vive in noi e noi dobbiamo scommettere su questa parte. Felicità e tristezza possono convivere. Basta sentire che chi ci ha lasciato è ancora con noi e che vorrebbe la nostra felicità».
Un concentrato di dolore, amore, colore e positività che nonna Licia ed Emanuele hanno cercato di esprimere in un libro dal titolo eloquente: Non c’è tempo per essere tristi (ed. DeAgostini). La nonna racconta, Emanuele scrive, un altro pezzo di strada fatto insieme. «Volevo mettere per iscritto le memorie di mia nonna e gli insegnamenti che derivano dalla sua saggezza – conclude Elo –, maturata in una vita difficile, perché potessero essere d’esempio anche ad altri come lo sono stati per me. Fare a meno dei vecchi significa perdere una visione della vita e un manuale per la felicità».
© Il Messaggero di San’Antonio, novembre 2020
Giulia Cananzi
Laureata in Lingue allo Iulm, è giornalista professionista da 28 anni. È capo servizio al Messaggero di sant’Antonio, dove segue in prevalenza temi sociali ed economici.
Ha coordinato per cinque anni l’edizione italiana per l’estero della testata, seguendo i temi della nuova emigrazione italiana. È specializzata nella comunicazione per gli enti di solidarietà, curando da oltre 20 anni i resoconti dei progetti e i racconti dalla missione per la Caritas Antoniana.
È rappresentante per il Veneto dell’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo. Fa parte dell’Associazione culturale InArteE20, che si occupa di promozione dei territori attraverso l’arte, l’artigianato, la letteratura, il giornalismo, facendo parte della direzione artistica di alcuni eventi locali e nazionali (Festival del Viaggiatore di Asolo (TV) e Festival della Piccola e Media editoria di Susegana (TV).
Tra le pubblicazioni, contributi per «Comunicare nella Chiesa. Linguaggi maschili e femminili» ed. Emp, «Memoria di realtà intraviste» ed. Ogm/Edizioni del noce, «Le donne che fecero l’Impresa. Nessun pensiero è mai troppo grande», Edizioni del Loggione.

