Sosta e Ripresa intende offrire ai suoi lettori, oltre al lavoro di chi scrive questo giornale, contributi di altri organi di stampa che si segnalano come particolarmente significativi in questo momento. Significativi perché modi di leggere gli avvenimenti alla luce del magistero ecclesiale o anche semplicemente, perchè indicazioni di senso sulle quali riflettere.

L’articolo che ospitiamo oggi è di Giulia Cananzi, pubblicato il 21 aprile su Il Messaggero di Sant’Antonio, lo storico mensile legato alla basilica pontificia del Santo a Padova, affidata ai frati francescani minori conventuali. Di questa testata Sosta e Ripresa ebbe modo di occuparsi lo scorso dicembre, quando sembrò farsi largo la strana idea che si possano fare i giornali senza giornalisti, cedendo a un tipo di “informazione” determinata solo dai costi e sottratta al suo significato ontologico. Un significato valido sempre e a maggior ragione per la stampa cattolica, che serve a far pensare davvero, non a far voltare  la testa di fronte a un sempre più pervasivo degrado sociale e valoriale. Serve a testimoniare, a raccontare e a promuovere quel primato di attenzione fraterna agli ultimi, ai poveri, ai malati che impronta l’essere Chiesa. Serve a denunciare e a contrastare quella che Papa Francesco chiama cultura dello scarto.

Quel pericolo riguardo al più diffuso mensile cattolico del mondo sembra almeno per il momento rientrato. E proprio l’articolo che abbiamo scelto, firmato da una  delle penne più sensibili e più professionalmente valide del giornalismo cattolico e della stampa italiana in genere, costituisce una prova del modo in cui l’informazione può e deve operare anche in periodi inusuali come questo, condizionato dalla pandemia. Perché c’è bisogno di chi sappia raccontare e dare senso a quella nostalgia di libertà che le parole di Giulia Cananzi ci spiegano e ci restituiscono.

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