La Giornata Mondiale contro la pena di morte, che da diciotto anni si celebra il 10 ottobre, offre l’occasione per riflettere su uno dei segni più persistenti di ferocia civile, purtroppo ancora presente anche in Paesi che pretendono di definirsi democratici.

Da tempo all’attenzione della comunità internazionale c’è l’impegno, finora con non adeguati riisultati, a promuovere una moratoria universale delle esecuzioni capitali, e la Giornata è un modo per ricordare l’urgenza di moltiplivare gli sforzi.

Lo stato attuale del mondo, anche sotto questo aspetto, è infatti ancora inquietante e i miglioramenti sono lenti,  come confermano i dati diffusi per questa 18ª Giornata  dalla Coalizione mondiale contro la pena di morte (World coalition against the death panalty). Nel 2019 le esecuzioni capitali sono state  657 e le condanne a morte  2.307 in 56 paesi,  rispetto alle  2.531 in 54 paesi nel 2018.

Di questo tema cocente è tornato a occuparsi Papa Francesco anche nella sua ultima encliclica, la Fratelli tutti, firmata il 3 ottobre ad Assisi, mettendone la condanna in significativo accostamento con quella della guerra. “C’è un altro modo di eliminare l’altro, non destinato ai Paesi ma alle persone. È la pena di morte. San Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera chiara e ferma che essa è inadeguata sul piano morale e non è più necessaria sul piano penale. Non è possibile pensare a fare passi indietro rispetto a questa posizione. Oggi affermiamo con chiarezza che «la pena di morte è inammissibile» e la Chiesa si impegna con determinazione a proporre che sia abolita in tutto il mondo”, scrive il Papa in un apposito paragrafo dedicato all’argomento nel settimo capitolo dell’enciclica.

Si tratta di una inequivocabile conferma della posizione cattolica, codificata e sostenuta da molti decenni e, del resto, già presente da secoli in diversi interventi del magistero ecclesiale, persino in tempi nei quali questa barbara usanza era abituale in tutto il mondo all’epoca conosciuto dai cristiani e persino nei territori sotto il controllo temporale della Chiesa, purtroppo anch’essa a lungo responsabile di tale barbarie. Lo stesso Papa Francesco, in un video messaggio inviato l’anno scorso al  settimo Congresso mondiale contro la pena di morte, tenuto dal 27 febbraio al 1° marzo 2019 a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, affermò che l’esistenza di una persona è un dono da proteggere ed è “fonte di tutti gli altri doni e di tutti gli altri diritti” e ribadì che “non può mai essere abbandonata” la convinzione di “offrire anche al colpevole la possibilità di pentimento”.

Per la completa affermazione di questo principio di rispetto assoluto della vita umana il cammino appare ancora lungo, sebbene come disse il Papa in quella occasione, non mancano fattori incoraggianti, a partire dalla considerazione  “che sempre più Paesi scommettano sulla vita e non sulla pena di morte o addirittura l’abbiano completamente eliminata dalla loro legislazione penale” (attualmente sono 142). Lo stesso sviluppo del diritto internazionale va in questa direzione. Se la pena di morte era prevista e fu applicata nei processi di Norimberga e di Tokyo seguiti alla seconda guerra mondiale – comunque espressione del giudizio dei vincitori sui vinti – da trent’anni, prima i Tribunali per l’ex Jugoslaviae per il Rwanda e poi  la Corte penale internazionale, competente a giudicare su genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nei loro statuti  non hanno previsto la pena di morte e neppure l’ergastolo.

Il che dovrebbe far riflettere anche sul significato e sullo scopo della detenzione, in troppi luoghi e in troppe legislazioni equiparata di fatto a una tortura perenne, al punto che “l’ergastolo è una pena di morte nascosta” , come scrive Papa Francesco nella Fratelli tutti, citando ampiamente il discorso che tenne all’Associazione di Diritto penale nel 2014-, ribadendo che “tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo”.

Ci sono tanti modi di misurare la civiltà di un popolo o di uno Stato, da come tratta il bambino a come tratta la donna, da come si occupa dell’anziano a come si occupa del malato. E non sono i soli:  Dostoevskij scriveva che «Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni».

E di questa ferocia, di questo accanimento, la pena di morte resta l’aspetto più disumano. A quanti si definiscono cattolici o anche soltanto persone civili è fatto obbligo di ricordare  che la vita, ogni vita, comprese quelle di chi si è macchiato di crimini orribili, non è, non può essere nella disponibilità di altri uomini. Si usa ancora il termine giustiziare per definire queste uccisioni legalizzate. Ma non si tratta di giustizia, bensì di una vendetta cieca, inutile e disumana che macchia ogni persona, ogni società che l’approvi e la pratichi.

Giornata Mondiale contro la pena di morte

Foto tratte dal web

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