L‘esplosione che ha sconvolto la capitale libanese Beirut lo scorso 5 agosto, provocando 164 morti accertati, seimila feriti, compresa una donna italiana di 92 anni, e oltre trecentomila senzatetto, ha travolto anche il governo del Paese.

Il primo ministro Hassan Diab ne ha annunciato ieri le dimissioni in blocco, cedendo alla crescente pressione della piazza che incolpa la classe dirigente dell’immane disastro.

«Oggi facciamo un passo indietro per dare ascolto al popolo e alle sue richieste di identificare i responsabili di questa tragedia», ha dichiarato Hassan Diab, difendendo l’operato del suo governo e puntando il dito contro la classe politica tradizionale nella qyale a suo giudizio  sono presenti troppi soggetti contrari al cambiamento. «Hanno cercato di incolpare il governo del collasso economico e del debito – ha dichiarato in televisione -. Abbiamo combattuto con onore, ma eravamo soli contro di loro. Hanno usato tutte le armi in loro possesso, come la falsificazione della verità».

La decisione, ampiamente attesa dopo le dimissioni durante il fine settimana di quattro ministri, è arrivata nel mezzo di una massiccia ondata  d’indignazione popolare contro l’élite politica libanese dopo la devastante esplosione – per cause non ancora accertate e intorno alle quali si sono moltiplicate voci incontrollate di azioni terroristiche e persino di attacchi armati – di un magazzino con 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, stoccato da anni nel porto della capitale senza misure di sicurezza, dopo essere stato sequestrato a suo tempo da una nave intercettata.

La strage, che il patriarca  maronita, il cardinale  Béchara Boutros Raï  non ha esitato a definire crimine contro l’umanità, proprio in riferimento alla mancanza di tali misure di sicurezza,  ha segnato una nuova svolta nel movimento che da più di nove mesi chiede l’uscita di scena dell’intera élite politica per la grave crisi economica in cui versa il Paese. Si tratta del secondo governo che il movimento di protesta riesce a far cadere. Lo scorso ottobre, a lasciare la sua carica era stato l’allora primo ministro Saad Hariri.

L’azione di soccorso è imponente e continua. «Dopo la croce c’è sempre la speranza, dopo la morte c’è la resurrezione», ha dichiarato  Mounir Khairallah,  vescovo maronita  di Batroun e portavoce del patriarcato, in prima linea in quest’azione, con il sostegno della Chiesa universale e dei primi aiuti internazionali.

Lo stesso Papa Francesco, pregando durante l’Udienza generale di mercoledì scorso per le vittime eper le loro famiglie, aveva fatto appello  agli organi sociali, politici e religiosi, affinché insieme agiscano e si adoperino per sostenere il Libano in questa grave crisi.

Ma la soluzione non può essere affidata alla sola azione caritatevole.  Da mesi, del resto, le difficoltà economiche e sociali del Paese appaiono strettamente legate alla crisi politica, anche per la profonda divisione presente nel Parlamento, nella quale ha parte rilevante la presenza del gruppo sciita filoiraniano degli Hezbollah, che ha un forte coinvolgimento nelle questioni internazionali dei Paesi vicini. Già in marzo il cardinale Raï aveva ammonito che ogni azione governativa era bloccata dalla forte opposizione interna sostenendo l’opportunità di  chiedere all’Onu la dichiarazione di status di neutralità per il Libano. Questa decisione – affermò il patriarca maronita – sbloccherebbe la posizione di attesa della comunità internazionale.

Una neutralità effettiva nei conflitti che agitano lo scacchiere mediorentale toglierebbe il principale ostacolo al funzionamento dell’attuale assetto istituzionale pluriconfessionale libanese, di per sé   garanzia per la pacifica convivenza e il dialogo. Cristiani maroniti, sunniti e sciiti hanno un loro preciso ruolo nella presidenza, nel governo e nel parlamento. La condivisione del potere e delle responsabilità di governo potrebbe garantire una risposta efficace ad ogni eventuale frizione interna se non ci fossero pressioni esterne.

Del resto, una prova di tale capacità di dialogo e di convivenza in Libano la offre proprio la storia degli ultimi anni: «non sarebbe stato possibile, al contrario, per un Paese di poco più di 4 milioni di abitanti, accogliere almeno 2 milioni di profughi siriani, in fuga da una guerra decennale, oltre a migliaia di palestinesi», ricordò il cardinale Béchara Boutros Raï, sottolineando che «bisogna salvare questo Paese accogliente e lo status della neutralità è la soluzione ai gravissimi problemi che stiamo affrontando».

Foto tratta dal web

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