La Giornata della memoria dello sterminio nazifascista degli ebrei, istituita dall’Onu nel 2005 e celebrata in tutto il mondo 27 gennaio, data anniversaria della liberazione nel 1945 da parte dell’armata sovietica del lager di Auschwitz, non ha avuto quest’anno in Italia l’abituale sede principale delle celebrazioni al Quirinale. La scelta mostra la sensibilità istituzionale del presidente Sergio Mattarella nell’evitare una propria esposizione mediatica, in concomitanza con la seduta del Parlamento per l’elezione del suo successore.  Al tempo stesso, la scelta come sede del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, coglie felicemente un aspetto essenziale dello scopo della Giornata: non solo ricordare il passato, ma educare le nuove generazioni a comprenderne e a non ripeterne gli errori.

Perché il male esiste, perché anche oggi nella nostra società – e persino nelle nostre scuole e università – esistono gruppi, certo minoritari, ma non irrilevanti che quelle ideologie nefaste, quelle pagine più vergognose dell’intera storia italiana ed europea, esaltano. Perché a esse si rifanno azioni criminali che hanno costellato la cronaca, anche degli anni dopo il 1945.

Dei superstiti di quello sterminio non rimangono in molti a portare la loro testimonianza personale. Molti di loro nella vecchiaia tornano a subire le ingiurie, le minacce, persino le aggressioni di quei criminali che senza vergogna, senza alcun senso civico, senza nessuna dignità di intelletto e di cuore infettano la convivenza civile ben più di quanto non faccia qualunque virus pandemico.

La scuola ha un compito essenziale per arginare e per guarire questa minaccia. I ricordi dei sopravvissuti sono stati e sono offerte preziose a questo scopo. Ma la memoria che hanno contribuito a formare è di più, è un patrimonio civile. Spiegarlo, insegnarlo ai nostri ragazzi, ai nostri giovani è compito non eludibile.

Foto tratta dal web

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