La morte di Henry Kissinger, questo giovedì 30 novembre nella sua casa in Connecticut, suscita sentimenti contrastanti, come quasi sempre accade per uomini famosi e tali soprattutto per l’uso che hanno fatto del potere. Kissinger, che in realtà si chiamava Heinz, era tedesco di famiglia ebraica con la quale era scappato quindicenne negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale, lo scorso maggio aveva compiuto cento anni.

Di potere ne ha avuto molto, soprattutto nel periodo in cui fu Segretario di Stato dal 1973 al 1977, prima con il presidente Richard Nixon e poi, dopo che questi fu costretto a dimettersi per lo scandalo Watergate, con Gerald Ford. In quegli anni Kissinger, che presidente non sarebbe potuto diventare perché non era nato negli Stati Uniti, fu una sorta di presidente ombra, determinando tutta l’azione interazionale di Washington e assumendo una rilevanza fino ad allora mai raggiunta da alcuno nella diplomazia mondiale. La sconfitta di Ford e l’elezione del democratico Jimmy Carter segnarono la fine della sua carriera pubblica, ma non della sua influenza sui “decisori del mondo” mantenuta fino ai giorni nostri.

Henry Kissinger Di certo del potere aveva bramosia, come dimostra la frase spesso ripetuta che contribuì alla sua fama: “il potere è il massimo afrodisiaco“. Sul come e a che scopo lo abbia usato i pareri discordano e forse sarebbe meglio imitare la scelta di Manzoni per Napoleone di lasciare ai posteri, agli storici, una sentenza che appare ardua. Né i messaggi di cordoglio e al tempo stesso di esaltazione che stanno attivando da quasi tutte le capitali del mondo bastano ad anticipare tale sentenza.

Restano i fatti, tra quelli sostanzialmente positivi soprattutto l’inizio del “disgelo” con Russia e Cina e, secondo alcuni, gli accordi di Parigi per il cessate il fuoco in Viêt Nam – dopo quasi 60.000 morti statunitensi e un numero variabile a seconda delle fonti da cinquecentomila a quattro milioni di vietnamiti – che gli valsero un premio Nobel per la Pace. Un premio, comunque, controverso al punto che due giurati si dimisero per protesta. Se non per altro, perché quando di Nixon era ancora solo consigliere per la sicurezza, era stato ideatore del bombardamento e dell’invasione della Cambogia con la cosiddetta operazione Freedom Deal (patto di libertà, una parola che negli Stati Uniti non è insolito usare per definire le mattanze).

Né la scontata “giustificazione” della lotta al comunismo “nel giardino di casa” serve a cancellare le conseguenze delle politiche di Kissinger in America latina, con l’organizzazione del colpo di Stato che uccise il presidente Salvator Allende e che portò alla sanguinosa e feroce dittatura di Augusto Pinochet e a crimini contro l’umanità che si protrassero per quasi un ventennio. Così come ci sono ormai abbastanza indiscutibili prove della “presa” dei servizi statunitensi – che a Kissinger rispondevano – in favore della dittatura militare in Argentina e dei suoi analoghi crimini.

Tra i meriti – ma per alcuni tra i demeriti – andrebbe inscritto probabilmente l’avvio di quel multilateralismo che favorirà la fine della guerra fredda e prospetterà una possibilità di maggiore giustizia internazionale. Ma è purtroppo un fatto che sembra svanito in quest’epoca che della “cultura del nemico” è tornata a fare una bandiera che sventola al comando di interessi inconfessabili.

Foto tratte dal web

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