Questo Avvento del 2020 trova il mondo angosciato non solo dalle sue piaghe sempre presenti, la fame, la guerra, l’incuria devastante dell’ambiente, le discriminazioni feroci tra popoli e persone, ma anche una pandemia, forse meno mortale di altre nel passato, ma certo globale come mai prima.

Si parla da mesi quasi solo di questo virus che si è diffuso ovunque. Informazione e disinformazione si accavallano in una cacofonia nella quale tutti veniamo trascinati, tutti ci interroghiamo. E come spesso accade molti cercano un colpevole – o peggio lo indicano senza  prove – o al contrario lo negano, in un delirio di becero complottismo. E ne deriva una narrazione,  in qualche caso strumentale a fini di interessi di parte di corto respiro (chiamarli interessi politici significa dare loro una dignità che non meritano), spesso frutto di una superficialità al tempo stesso patetica e inquietante. E tutto concorre ad alimentare scoramento e paura.

Non è la prima volta che accade. In questi anni con la stessa enfasi e con la stessa superficialità si è parlato di una crisi economica senza precedenti in Occidente. Si sono orecchiate e ripetute  parole e concetti un tempo riservati agli specialisti, termini borsistici e finanziari, fondi d’investimento, fondi derivati, e così via. Ma si sono disimparate o almeno si sono accantonate – ed è inaccettabile soprattutto in chi ha un mandato popolare a occuparsi del bene comune – le parole della realtà, quelle per definire la violenza con le armi e più ancora  con lo sfruttamento, con l’ingiustizia, con la durezza di comportamenti economici e politici di evidente incuria per il più debole, di scelte spesso assolte, se non addirittura mitizzate, dalle presunte “leggi” del mercato.

Mentre, i poveri, i derubati della speranza, gli uccisi, restavano un conteggio, una statistica, una voce poco rilevante di bilancio.

Questi stessi atteggiamenti accompagnano ora le disposizioni prese per le prossime settimane e segnatamente per le festività natalizie. Chi scrive non si è mai sottratto a una polemica quando l’ha ritenuta opportuna, ma sente in questa occasione un obbligo morale e deontologico nei confronti dei suoi lettori, tanti o pochi che siano, di tralasciare quanto non è essenziale e fissare sulla carta solo i  propri convincimenti su cosa sia e cosa non sia il Natale.

Di certo non è il consumismo che da molti decenni lo accompagna, non è la festa di un panzone vestito di rosso  che sponsorizza una bevanda analcolica di largo consumo a bordo di una slitta trascinata da improbabili renne volanti.

Natale è un fatto storico, è l’Incarnazione. Natale è la festa della speranza ricompensata. Natale è si la festa del dono, ma quel dono è la pace.  “Pace in terra agli uomini amati dal Signore” è la promessa più grande, ma anche il monito maggiore per ogni generazione e più ancora per la nostra.

E se di storia di oggi bisogna parlare, se sulla speranza di sempre bisogna oggi interrogarsi, allora il Dio che si fa Bambino vuole nascere povero tra i poveri.

Tutto questo bussa anche alle nostre porte. Subiamo l’impatto di contrapposizioni che chiamano in causa – spesso strumentalmente, ma talora no – il senso della nostra identità, anche nel suo aspetto più propriamente religioso. Non è certo una novità: il Signore della storia giunge sempre in una storia di dolore. Ma pure a questo dolore dà un senso, dà gli strumenti per fronteggiarlo, primo tra tutti quello della condivisione, del primato della scelta del povero. In politica questo si chiama solidarietà e condivisione. Soprattutto si chiama primato dell’interesse collettivo, a partire da quello delle fasce più deboli, si chiama sviluppo solidale.

La paura, l’incertezza di oggi hanno sempre la stessa risposta di sempre: ci è stato dato un Bambino. Dio si è fatto come noi per farci come Lui.  Di fronte a quella che Benedetto XVI  chiamava  “l’ambiguità del progresso” è necessario che la ragione – “grande dono di Dio all’uomo”, al punto che “la vittoria della ragione sull’irrazionale è anche uno scopo della fede cristiana” – si apra alla fede. A sostenere questa apertura – e a sostenere la fede e la carità – è la speranza, ci dice la Chiesa. Più ancora: è certezza, ci dice la fede. Cosa agita il cuore dell’uomo, se non la paura? Cosa lo serra, se non la paura? : “Siamo stati salvati nella speranza”: l’annuncio che venti secoli fa Paolo faceva nella lettera ai Romani (Rm 8, 24) a tutte le genti ha senso solo come risposta alle parole del Cristo ai suoi amici stremati  dalla fatica del remo e dalla furia del vento nella notte sul lago di Tiberiade “Coraggio, sono io, non temete!”.

L’affermazione finale delle sacre Scritture, nel libro dell’Apocalisse, è “Marana tha”, vieni Signore, in quel caso declinata come preghiera. Ma la stessa espressione, traslitterara in “Maran atha”, più volte presente nelle Scritture stesse, è declinata al presente: il Signore viene. Questa venuta, in latino adventum, la liturgia ce la propone nelle settimane che precedono Il Natale, che per i cristiani è la nascita del Signore.

Natale è la festa della rinascita dell’amicizia con Dio. E a renderla possibile è una donna, è Maria. Non è solo una considerazione teologica o antropologica. È e deve essere, per noi cattolici e per tutti, un progetto politico. Il servizio alla persona, alla sua crescita umana e quindi, in qualche modo, alla giustizia, alla pace, dovrebbe costituire il primo compito della politica, nella sua accezione letterale di governo della città, di gestione delle realtà locali, così come in quella più vasta dei rapporti internazionali. Sappiamo tutti che non è così, che la prassi è diversa, che solo in parte, minima per quanto lodevole, per l’applicazione dei grandi enunciati di principio sono disponibili chiari strumenti di intervento. Tra questi strumenti può esserci, deve esserci, quello che Giovanni Paolo II chiamava  il “genio femminile”. Il punto di vista della donna, lo stile della donna, il contributo della donna, l’insegnamento della donna, risultano indispensabili per far davvero maturare nelle coscienze individuali e collettive il riferimento a valori etici comuni all’umanità e  capaci di inventare, in un passaggio epocale come il nostro, un modo diverso di vivere insieme.

Anche in questo abbiamo bisogno di speranza, di quell’ostinata speranza che è insieme virtù teologale, dono di Dio, e impegno pastorale e sociale, scelta degli uomini.

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