La saggia misura in tutto

L’uomo dei nostri giorni è figlio e schiavo della diffusa mentalità dell’usa e getta, è schiavo e creatore di “bisogni” sempre nuovi; si consuma nel consumismo! Da alcuni decenni si è tutto proteso in un’appassionata adorazione del dio della ricchezza che, purtroppo, è stato da sempre all’origine di violenze e di delitti di ogni genere. Il contagiante materialismo del benessere e dell’egoismo minaccia seriamente la vita. Per molti risulta addirittura irresistibile il fascino invischiante della ricchezza.

L’uomo che è impegnato a inseguire un benessere senza limiti e a possedere sempre più cose, corre il rischio di essere posseduto dalle cose. Perciò è saggio riappropriarsi di uno stile di vita sobrio attraverso un continuo e diligente esercizio di saper fare a meno di molte cose.

Immanuel Kant
Immanuel Kant

E’ proprio questo l’impegno col quale volle misurarsi anche Socrate, il grande genio greco, come racconta il filosofo tedesco Emmanuel Kant: “Era convinto Socrate che il saggio fosse portato istintivamente a condurre una vita frugale, sobria. Da parte sua egli non portava nemmeno i calzari, eppure non riusciva a sottrarsi al fascino del mercato e vi si recava spesso a guardare la merce in esposizione. Quando un amico gli domandò perché lo facesse, Socrate rispose: “Mi piace andarci per scoprire di quante cose posso benissimo fare a meno”.

Sobrius è un termine di origine latina, si riferisce a colui che si lascia condurre da una saggia misura in tutto; è guidato da un sano equilibrio e sa presiedere bene al dominio di sé. Quindi sobria è la persona moderata, misurata, parca nel mangiare, nel bere e nel parlare e, in generale, nel soddisfare gli appetiti e le esigenze naturali. Nella letteratura neotestamentaria si ha il termine greco enkràteia col significato di “temperanza, moderazione, ascesi, austerità” in quanto mira ad affermare nella persona il primato dello spirito sugli istinti primitivi; si estende quindi al controllo della sfera affettiva, psichica, fisica e spirituale.

Nonostante la corsa al benessere, si rileva con piacere che sta riemergendo nella coscienza di molti il bisogno di uno stile di vita frugale, semplice, genuino. “Si sviluppa una propensione al “consumo critico” in cui confluiscono diverse scelte e atteggiamenti. L’attitudine alla sobrietà, cioè a stili di vita basati sulla riduzione dei consumi, il recupero e il riciclaggio dei materiali, il ricorso a fonti energetiche rinnovabili”. “La sobrietà – aggiunge A. Zarri – non è pochezza: anzi c’insegna a non fermarci, ma ad andare al di là delle apparenze e delle gioie epidermiche per cogliere la profondità e la vastità del reale (…). La sobrietà limita il limite e si protende verso l’Infinito, verso Dio”.

Possedere solo l’essenziale

Colui che si dispone di buon animo alla pratica della sobrietà non solo acquista la capacità di controllo di sé e impara a ridimensionarsi nei limiti di una saggia misura nell’uso delle cose, ma consegue pian piano anche il gusto del distacco dai beni materiali. Si tratta però di un impegno che non si esaurisce in qualche gesto plateale, ma esige un esercizio paziente, lungo, intelligente, generoso, nascosto, che parte dal cuore per esplicitarsi poi in numerosi gesti concreti di distacco da beni terreni, dalle cose, luoghi, persone, lavoro, progetti, aspirazioni…

Ci si libera da tutto ciò che è superfluo e utile per rimanere con ciò che è solo essenziale. E’ proprio su questa linea il monito che sant’Agostino affida alla sua Regola nel capitolo terzo, dove tratta in particolare della frugalità e della mortificazione: “E’ meglio avere meno bisogni che possedere più cose”. Ed è questa la lezione di vita che un rabbino chassidico diede a un giovane visitatore. Questi si recò dal famoso rabbino polacco Hofez Chaim e rimase stupito nel vedere che la casa del rabbino era solo una semplice stanza con un po’ di libri, e gli unici mobili erano un tavolo e una panca:

“Rabbi, dove sono i tuoi mobili?” – chiese il visitatore.
“E i tuoi dove sono?” – replicò il rabbino.
“I miei? Ma io sono solo di passaggio qui!” rispose il giovane.
“Anch’io sono di passaggio!” concluse il maestro.

Sono in molti oggi a lanciarsi verso il mondo per cercare l’appagamento della sete di felicità (possesso crescente, benessere, denaro, gloria, potere, piacere, prestigio…) che peraltro appartiene alle aspirazioni più profonde del cuore umano. Ma si sappia o no, lo si creda o meno, la certezza assoluta è che il pianeta “uomo” gravita attorno a Dio. E’ inutile il tentativo di sottrarsi ai suoi richiami, di accampare scuse, di dirottare su altre strade i suoi appelli. Per ogni uomo, Dio riserva una “seduzione” personalissima; e quanto più l’uomo si accosta al “roveto ardente” (Es 3,2) tanto più prova il brivido della sua povertà e insignificanza.

Mons. Enrico Masseroni
Mons. Enrico Masseroni

Se egli “decide di scegliere le cose – scrive Enrico Masseroni – il bisogno di possesso, le emozioni immediate, facendone un assoluto, queste si ribellano. Lo descrive con sano realismo disincantato Agostino. Le cose rifiutano di essere divinizzate, e restituiscono la loro cruda verità: generando nel cuore delusione, vuoto, tristezza e noia”. Solo Dio è la vera risposta! “Tu eri dentro di me e io fuori – dichiara sant’Agostino nelle sue Confessioni -. Lì ti cercavo. Deforme mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me e io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature. Ma tu mi hai chiamato e il tuo grido ha vinto la mia sordità; hai brillato e il tuo splendore ha dissipato la mia cecità; hai diffuso il tuo profumo, l’ho respirato, e ora anelo a te; ti ho gustato, e ora ho fame e sete di te; mi hai toccato, e ora ardo dal desiderio della tua pace”.

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