L’accoglienza “ad extra”

“Non dimenticate l’ospitalità. Alcuni, praticandola, hanno accolto gli angeli senza saperlo” (Eb 13,2).

E’ la fraterna esortazione dell’autore della Lettera agli Ebrei, ai cristiani delle prime comunità. Forse l’infuriare di qualche persecuzione in quella “prima ora” avrà messo in evidenza tutta l’urgenza e la necessità dell’ospitalità; o forse la non facile coesistenza tra cristiani di origine giudaica e cristiani di provenienza pagana, avrà spinto l’autore a riproporre la pratica dell’accoglienza fraterna, superando desueti schemi di privilegi e abbattendo muri innalzati dall’egoismo e dalla diffidenza.

La dimensione umana e religiosa dell’ospitalità, così celebrata e praticata nell’antico oriente, trova un classico esempio nell’accoglienza cordiale e premurosa che Abramo riserva, presso la sua tenda, a tre misteriosi personaggi (Gen 18,1-15). In tutte le antiche civiltà orientali, l’accoglienza era tenuta in grande considerazione, poiché si riconosceva nell’ospite un inviato della divinità stessa. Anche i romani si erano adeguati a questa mentalità, perché temevano che nell’ospite si celasse qualche divinità, che avrebbe potuto reagire con violenza in caso di accoglienza poco cordiale.

Così anche nella variegata mappa delle culture africane, l’ospite era ed è ancora oggi come avvolto da un alone di mistero, e il vivo desiderio di offrirgli tutto ciò di cui si dispone in casa si riveste di sacralità.

Accogliere l’altro in un contesto evangelico non è solo espressione di alto senso di umanità, ma è concreto gesto di ospitalità al “totalmente Altro”: al Signore! Il dono della fede aiuta a scorgere nel forestiero, nel viandante, nel povero, nel bisognoso il divino Forestiero, che non dispone neppure di una pietra sulla quale reclinare il capo (Mt 8,20).

Nel pellegrino, nel carcerato, nell’ammalato, nell’ignudo…è sempre lui che bussa alla porta per chiedere un aiuto concreto e urgente, un intervento indilazionabile (Mt 25,35-36).

Gesù e Zaccheo

Gesù sceglie di buon grado di andare ospite in casa di Zaccheo per illuminare di   nuova luce una storia di avidità e di prepotenze e riportare ordine e felicità in quella vita (Lc 19,1-10). È ospite in casa del fariseo Simone, il quale non accoglie Gesù con i segni abituali riservati agli ospiti di riguardo. È gradito ospite in casa di persone amiche, di Marta, di Maria e di Lazzaro, ai quali ripropone una scala di valori, dove l’unione con Dio deve dare anima e gusto all’operosità umana, senza che questa degeneri in attivismo frenetico (Lc 10,38-42).

Il tratto squisito di accoglienza evangelica che è, a un tempo, così umano e così ricco di fede, viene ulteriormente precisato e…codificato fin dalle prime redazioni delle Regole monastiche. “Tutti gli ospiti che giungono al monastero – così dispone san Benedetto – siano accolti come il Cristo in persona, poiché un giorno egli dirà: “Ero forestiero e mi avete ospitato”.

Appena è stato annunziato un ospite, il priore o i fratelli gli vadano incontro con ogni dimostrazione di carità. I poveri e i pellegrini siano accolti con particolari cure e attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo”.

“La cella del priore si trovi vicino all’ingresso – è una chiara disposizione della Regola del carmelo -, così che egli possa andare per primo incontro a coloro che vengono”. E san Francesco, volendo scongiurare eventuali discriminazioni nell’accoglienza, così dispone nella Regola non bollata: “E chiunque verrà da essi, amico o nemico, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà”. I frati non solo devono accogliere l’amico, il familiare, il vicino, ma anche il forestiero, lo sconosciuto, il diverso e… il cattivo, perché anche quest’ultimo, al pari degli altri, è un fratello.

L’accoglienza “ad intra”

È quella che si celebra nel vivere quotidiano e in modo semplice tra le pareti domestiche, in famiglia o in una comunità religiosa e si traduce in concreti gesti di solidarietà e di comunione, privilegiando “i casi” più difficili e urgenti. Qui vengono superati gli stretti confini della pura cortesia e della civile convivenza per cedere il passo all’esperienza di una vasta gamma di intensi rapporti interpersonali.

Qui l’ascolto e l’accoglienza dell’altro in quanto altro, assumono contorni precisi e si è impegnati a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dei suoi problemi e delle sue vicissitudini, della sua stanchezza e dei suoi slanci, delle sue conquiste e delle sue sconfitte, della sua sete di Dio e della ricerca del senso della vita. Si è impegnati però a non fare di lui una copia di sé stesso, ma a rispettarlo nella sua alterità di diritto e di valore. L’altro non è soltanto uno, ma soprattutto è unico, inconfondibile e irripetibile, di cui non si trova l’equivalente in nessun altro luogo.

È un difficile esercizio, perché si tratta di accogliere l’altro nella sua totalità: con pregi e difetti, luci e ombre, slanci e ritardi, ricchezze e miserie. Si tratta di fare i conti con tutto il suo carico umano, concreto e reale; di superare il muro della paura, della diffidenza e del sospetto, per esprimergli una dedizione aperta, cordiale e sincera. In definitiva si tratta di incarnare, nel quotidiano, il principio di eterogeneità, per valorizzare gli immensi giacimenti di bene di ognuno, costituiti proprio dalle differenze: differenze di età, mentalità, formazione, cultura, temperamento, gusti, aspirazioni.

L’accoglienza che si apre alla comunione permette di scendere alle radici della personalità dell’altro, nel suo nucleo più originario e più profondo. Si determina allora quell’atmosfera relazionale che mette ciascuno a proprio agio, per cui si sta bene e volentieri insieme a lui. E la comunicazione fluisce serena e libera in un consenso di affetto. Si avverte un benessere interiore e si è più disponibili alla condivisione e alla reciproca edificazione.

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