L’amicizia addiziona le gioie e divide le pene 

 

L’amicizia non è un fiore d’occasione, di breve durata, è invece il frutto che matura lentamente e dura per l’intera stagione della vita. Di solito è un colpo di fortuna o una virtù a legare in amicizia due persone, ma è la sventura a metterla alla prova.

La vera amicizia di due cuori ne fa uno; assomma le gioie e divide a metà le pene, perché il dolore dell’amico è considerato come proprio. Se ne ha la conferma anche da un proverbio africano che recita: “L’amico sincero ha delle lacrime per te anche se ha gli occhi spenti”.

La vera amicizia è iniziativa, è fantasia, è creatività, gratuità, sorpresa. E’ la realtà più spontanea e meno formale che esista, ed è anche la più calda e la più sincera; è rassicurante come il tepore del sole che bacia una piccola pianta e fa sbocciare il fiore. L’amicizia non pone mai fine a gesti concreti di stima e di benevolenza, anche quando ha esaurito le parole di lode.

John Fiske
John Fiske

Essa è confidenza, è comunicazione vicendevole di segreti, tenuti gelosamente nascosti agli altri; grazie ad essa – secondo una suggestiva affermazione dello scrittore americano John Fiske – “l’uomo diviene un paradiso per l’amico” (paradisus homo amicus).

Di solito questo magnifico “fiore” nasce e cresce tra i buoni – asserisce il politico   latino Cassiodoro –  e si perfeziona tra gli ottimi”. Non prospera con i favori, bensì con la benevolenza, la cortesia, il rispetto, la stima, l’onestà di vita. Ci si affida all’amico in proporzione che si scopre in lui la nobiltà di cuore e di sentimenti, la rettitudine, la dignità e la religiosità. “Abbi fiducia in colui che teme Dio – suggerisce un proverbio persiano – e diffida di colui che onora solamente il Sultano”.

Là dove c’è slealtà, irreligiosità e trasgressione non sboccia di certo il delicato fiore  dell’amicizia. Tra disonesti e malviventi infatti non c’è compagnia ma congiura e intrigo, non fiducia ma continuo sospetto; essi non sono amici, sono soltanto squallidi complici. L’amicizia, invece, è “sole”che illumina e riscalda in permanenza, senza che ci si pensi; in ogni ora della vita è luce, forza, certezza, sostegno.

Tra amici si oltrepassa la soglia dell’“io” e del “tu” per vivere il “noi”; l’ “io” e il “tu” si sentono insieme spettacolo e spettatore nel “noi”. Si vive la comunione di vita, viene scongiurata la solitudine; è fugata la tristezza; è garantita la serenità e illuminata a giorno la vita. Dove manca questo pronome, anche se si convive sotto lo stesso tetto, non c’è un “noi” tra loro ma risultano soltanto due “io”, in una fredda solitudine.

Se è vero che solitudine e tristezza vanno facilmente a braccetto, è altrettanto vero che amore e amicizia si fondono in reciproca garanzia e fugano la solitudine. Amore e amicizia sono due note che sprigionano armonia all’unisono non appena se ne tocca una sola. Dal fondo più intimo degli amici affiora il senso della donazione e il vivo desiderio di annullarsi nell’altro e per l’altro; ognuno si dispone volentieri al distacco da sé per essere vera disponibilità e accoglienza dell’altro.

All’amico si aprono tutti i segreti; con lui si scende nelle stanze più nascoste del proprio essere, là dove avviene lo svelamento sincero e aperto di se stesso. In questo “luogo di verità” si sta con l’amico in tutta serenità, senza paura di essere tradito né ora né mai; e si sta con lui senza il timore di essere giudicato. Con lui ci si guarda occhi negli occhi, libero da disagi; a lui si parla senza intermediari, nella certezza di essere accolto come si è, e poi di essere apprezzato, capito e aiutato per diventare quel che si deve essere secondo un progetto superiore.

Voi siete miei amici” (Gv 15,14)

Questa splendida realtà umana calda e cordiale, qual è l’amicizia, non poteva rimanere assente e sconosciuta al messaggio biblico; anzi qui viene accolta, celebrata ed esaltata. Il libro dei Proverbi e del Siracide offrono un autentico vademecum, fondato sull’esperienza e sul buon senso, che contraddistingue la sapienza pratica degli orientali:

“Un amico fedele è una protezione sicura,

chi lo trova, trova un tesoro.

L’amico fedele non ha prezzo,

non ha peso il suo valore.

Un amico fedele è un balsamo di vita” (Sir 6,14-16).

“L’amico vuol bene sempre,

è nato per essere fratello nella sventura” (Prv 17,17).

Anche Gesù, uomo tra gli uomini, uguale in tutto a noi, ha voluto godere di questa esperienza: ha immerso la realtà della filia (affetto umano) nel prodigio dell’agàpe (amore dell’Alto). Ed è precisamente per questo che la meravigliosa esperienza dell’amicizia, anziché perdere dei punti, si ritrova arricchita e impreziosita. Così, Gesù ama intensamente e teneramente gli amici con il suo cuore di carne; da quel cuore si sprigiona un amore forte, affettuoso, libero e liberante.

Da vero amico, egli si è come trasferito spiritualmente a vivere nella persona dei suoi amici per ritrovarsi e riconoscersi in ognuno di essi. Riveste la sua amicizia delle sfumature che sono proprie dei singoli rapporti amichevoli. Ama tutti e ognuno dei suoi, ma nessuno è amato allo stesso modo dell’altro. Ognuno è amato e si sente amato in modo unico. E’ disponibile a partecipare i suoi tesori ad ogni vero amico. Però la sua discreta presenza si ferma rispettosamente sulla soglia della libertà dell’altro.

La sua amicizia non vincola, non chiude, non requisisce l’amico. E lui non considera i discepoli come esclusivamente “suoi”. Anzi non ipoteca affatto questa intimità come a volerli legare per sempre a sé. Tutt’altro! Rilascia a loro il diritto di rescindere questo rapporto in qualunque momento. I suoi discepoli sono e restano pienamente liberi. Se ne ha conferma in occasione del discorso sul “pane di vita” a Cafarnao. Egli si accorge che il suo discorso è risultato ostico anche alle loro menti, perciò non esita a dichiarare: “Volete andarvene anche voi?”  (Gv 6,60). Se loro intendono lasciarlo, sono liberi. E’ deciso a proseguire il cammino da solo.

Un antico proverbio latino recita: Amicus certus in re incerta cernitur (“l’amico vero lo si conosce nella sventura”). Il falso amico invece è come l’ombra che ti segue finché splende il sole; nel momento del dolore, si dilegua.

Pietro Metastasio
Pietro Metastasio

E il Metastasio commenta: “L’unico ben ma grande / che rimane fra i disastri agli infelici / è distinguer dai falsi i veri amici”. Solitamente è la stima o la simpatia che genera l’amicizia, ma sono le disgrazie a metterla alla prova. E’ allora che ci si accorge che chi cessa di essere amico forse non lo è stato mai. La vera amicizia si valuta nel bisogno e si collauda nel dolore.

Quando la sventura dell’amico è considerata come propria e quando si è disposti a esporre la vita personale al pericolo per salvare quella dell’amico, allora si è al culmine dell’espressione dell’amicizia e dell’amore. Lo conferma Gesù stesso: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Ed egli ratifica il suo amore per noi facendo dono di tutto sé stesso, fino alla crocifissione e alla morte.

Però è amaramente vero, che perdere l’amico è come perdere sé stesso e ritornare alla fredda e dura solitudine inziale. E si sa bene che quando la solitudine è subìta, si verifica una impressionante alienazione: l’alter diventa alienus-straniero, e io, a mia volta, divento estraneo a me stesso, alienato, senza consistenza interiore e senza precisi riferimenti; sono come un fuscello in balia delle onde. Dunque è un vero inestimabile dono prezioso l’amicizia!

Gibran Kahlil
Gibran Kahlil

E non è saggio aspettare sempre in casa la visita dell’amico, bisogna saper prendere anche l’iniziativa di andare a fargli visita perché, insegna il poeta e aforista libanese Gibran Kahlil:

“Se hai un amico, va’ spesso a trovarlo,

perché le spine e le erbacce invadono

il sentiero che non viene percorso”.

E un proverbio douala aggiunge: “L’amicizia è come una traccia che scompare nella sabbia    se non la si rifà continuamente”. Non c’è maniera più nobile e convincente di invitare qualcuno all’amore che cominciare per primo ad amarlo. Proprio come ha fatto Gesù! Il vero amico infatti non è colui che aspetta, ma colui che prende l’iniziativa.

LA SIMPATIA: SQUISITA ESPERIENZA UMANA

La simpatia è…

…è l’attrazione o inclinazione naturale di una persona verso un’altra; è l’affetto spontaneo che scatta fra due persone; è la sintoni affettiva, immediata fra due per cui l’una partecipa generosamente alle gioie e ai dolori dell’altra, ne condivide volentieri sentimenti, progetti e scelte. Il termine greco (di cui il nostro è una semplice trascrizione) suona sympàtheia e risulta composto dalla preposizione syn (“con, insieme”) e pàthos “sentimento, tendenza, inclinazione”. Nell’esperienza così tanto umana della simpatia c’è l’incontro e la composizione armoniosa di due fondamentali aspirazioni dell’uomo: l’aspirazione a possedersi in unità e, nel contempo, ad aprirsi a un “tu” per accoglierlo cordialmente e annodare rapporti interpersonali profondi. Nell’antipatia invece si verificano chiusure ermetiche, rifiuti, crisi di rigetto dell’altro, esclusioni, indifferenze, freddezze e intolleranze.

La simpatia, quando è saggiamente alimentata, diventa la base garantita della filìa, cioè di un’affezione umana, naturale, fondata sulla stima e sull’ammirazione verso persone che sono comprese all’interno del piccolo cerchio dei familiari, oppure in orizzonti ampliati, verso parenti, amici e conoscenti. Questa filìa o inclinazione affettiva si esprime poi in concreti gesti di accoglienza, di servizio, di attenzioni e di squisite premure.

Leggendo con un po’ di attenzione i Vangeli, tra le molte scoperte si fa anche questa: i sinottici non usano il verbo amare o un suo sinonimo che abbia come soggetto Gesù e come oggetto una determinata persona. C’è una sola eccezione, alquanto inattesa, ed è in Marco 10,21, dove riferisce l’incontro con un giovane ricco, il quale non intende chiedergli un miracolo, ma è unicamente desideroso di prospettargli un problema spirituale che coinvolge seriamente la sua coscienza: desidera mettersi alla sua sequela; anzi lo rassicura sul suo passato religioso: ha osservato sempre i comandamenti.

A questo punto, Gesù fissatolo lo amò, scrive testualmente l’evangelista. Scatta proprio ora un amore personale, nuovo, pieno di simpatia nel Maestro per il giovane; un amore che esprime tutta la compiacenza per la lealtà e gli slanci spirituali del giovane; un amore che risulta come una implicita conferma della sincerità e verità della dichiarazione sulla propria onestà di vita da parte di chi aveva chiesto che cosa devo fare per conseguire la vita eterna? Singolari predilezioni, il Maestro le esprime alla famiglia di Betania, cioè a Lazzaro, Marta e Maria; scrive infatti l’evangelista Giovanni: Gesù amava Marta, sua sorella Maria e Lazzaro. I sentimenti genuini, profondi e carichi di calore umano Gesù li manifesta in occasione della morte di Lazzaro. Di fronte al suo sepolcro rompe gli argini dell’intima commozione e scoppia in pianto (Gv 11,35).

Dunque in considerazioni di queste esperienze, è lecito pensare ad autentiche simpatie di Gesù. Nell’incontro con alcuni egli è toccato nel profondo da umanissimi sentimenti di tenera predilezione. Ed è altrettanto vero che dai testi evangelici sono completamente assenti riferimenti che ascrivono a lui sentimenti capricciosi, antipatie o gesti di disprezzo, di esclusione o di rifiuto. Affatto!

La gratuità nella simpatia

La simpatia che sboccia, quasi per incanto, tra persone, non si alimenta con dei favori, ma con gesti gratuiti, con la rettitudine della vita, con i pregi personali e la benevolenza. Sono di garanzia rassicurante il buon carattere, l discrezione, la fedeltà e l’integrità morale. Di certo, non prospera il delicato fiore della simpatia nel terreno dove abbondano, come macigni pesanti, durezze, slealtà, ingiustizie e crudeltà.

Con il passare del tempo e lentamente, la simpatia si apre a un crescendo di confidenze e di intimità e porta anche a correggere eventuali errori, deviazioni e difetti, non risparmiando, se occorre, anche il rimprovero. E’ il caso, per esempio, della dura lezione impartita da Gesù ai due fratelli Giacomo e Giovanni (Mc 10,35-40) e singolarmente a Giovanni invidioso nel constatare che anche altri “scacciavano i demoni nel nome di Gesù” (Lc 9,49-50).

Ed anche ciò che fa il Maestro nei confronti di Marta. Questa, tutta preoccupata a esprimere degna accoglienza all’Ospite d’eccezione, non sopporta che la sorella sia tutta intenta ad ascoltare il Maestro, trascurando completamente le faccende domestiche. Perciò, nel suo risentimento, non riesce a trattenersi dal protestare: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti!” (Lc 10,40). E’ un sincero e suonante rimprovero per Gesù per quella che le sembra pigrizia della sorella. Maria non ha occhi e orecchi che per lui.

Il Maestro non rimprovera Maria, anzi la loda; disapprova piuttosto l’eccessiva sollecitudine di Marta. Risponde con un affettuoso ammonimento alla faccendiera, esortandola sì ad attendere alle esigenze della casa, ma senza cedere alle preoccupazioni e senza lasciarsi assorbire troppo dalle cose. “Marta non era tipo da rinunciare all’ultima parola – annota Salvatore Garofalo -, ma questa volta tace perché Gesù le ha dimostrato di volerle veramente bene”.

E’ questo il volto autentico della simpatia di Gesù! E’ una simpatia che non soggiace a quelle debolezze che volentieri ci permettiamo noi tra amici, quando si è disposti a chiudere ambedue gli occhi per non vedere nell’altro errori e linee storte da correggere. Egli invece che vuole bene davvero, non illude mai nessuno, non cede alle ambiguità, alle evanescenze, alle falsità, ma sollecita l’amico all’impegno quotidiano e lo aiuta a realizzare in pienezza la sua personalità.

DIALOGO: INCONTRO CON L’ALTRO

Dialogo: libero reciproco dono della verità

Paolo VI, Ecclesiam Suam

Dialogo: parola magica ed ermetica, amata e contestata, ricercata e…strumentalizzata! E’ tornata alla ribalta ai nostri giorni, ed è stata riproposta anche san Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam, dove ne indica la sorgente e il modo di condurlo: “Noi daremo a questo interiore impulso di carità, che tende a farsi esteriore dono di carità, il nome, oggi diventato comune, di dialogo” (EcS, 91).

Ogni autentico incontro di persone avviene nel dialogo; ogni contributo di ricchezza interiore si ha nel dialogo. Dicono perciò gli americani con una immagine plastica: “Se io ho un dollaro e tu un altro, e ce li scambiamo, alla fine rimaniamo come prima, con un dollaro ciascuno. Ma se io ho un’idea e tu un’altra e ce la scambiamo, alla fine abbiamo due idee ciascuno. Ci ritroviamo arricchiti!

Nel suo significato etimologico, il dialogo è una parola che corre alternata tra due o più persone, percorrendo un cammino di luce. Man mano che il dialogo si svolge articolandosi, gli interlocutori si illuminano a vicenda con la verità, si arricchiscono reciprocamente e si avvicinano sempre più spiritualmente fino a fondere i due punti di vista in uno solo. Il dialogo pertanto è un libero e reciproco dono della luce di verità che ognuno di certo possiede. Qui non si assommano le posizioni o i punti di vista, bensì si integrano, si fondono in un unico punto, in un unico ideale, in una sola prospettiva. L’io e il tu si uniscono per risultare un noi.

Elementi essenziali del dialogo sono la parola e l’ascolto, a cui fa riscontro un tu e un io. Tu ed io che non si pongono su piani diversi, non scadono nella polemica e nello scontro, non intendono difendere e imporre ciascuno le proprie idee, ma accettano il confronto aperto, leale e rispettoso con le idee “diverse”. E questo non è poco e non è da tutti! Sa farlo soltanto chi è disponibile a imparare e a modificare il proprio quadro mentale. E’ il povero di spirito e non il povero di idee che sa accogliere pareri diversi per arricchirsene; è l’umile di cuore che sa aprirsi all’apporto degli altri, perché si riconosce bisognoso delle idee, delle esperienze e dei punti di vista altrui.

“Il dialogo – afferma san Paolo VI – non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che effonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. E’ pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso…Nel dialogo si realizza l’unione della verità con la carità, dell’intelligenza con l’amore” (EcS, 196). Pertanto è saggio affidare il dialogo sull’onda viva e calda dei messaggi; così si rende più vivace e interessante il discorso e anche più coinvolgente, ben convinti che ogni vera pedagogia si fonda sul dialogo.

Un tratto pedagogico degno di attenzione sta nel saper stabilire un ponte d’intesa con l’interlocutore e nel condurlo progressivamente fin al punto di far scaturire dal di dentro una conclusione operativa, pratica. Se l’altro elude la conclusione impegnativa e rifiuta di essere conseguente con la propria coscienza, non si possono fare ulteriori passi; è preferibile fermarsi rispettosamente sulla soglia della sua libertà.

Con il dialogo risalire alle radici del problema

In ogni incontro, si scopre che è in azione la pazienza di Dio “che è attenta all’uomo, alle sue lentezze e ai suoi problemi. La rivelazione di Dio non cammina per conto proprio: è una incarnazione e assume il passo dell’uomo” (I Vangeli, ed. Cittadella, 1419). Proprio per questo il Maestro Gesù sceglie la forma dialogica. Non si avventura in una disputa filosofica, non intende imporre la verità come dal di fuori, ma preferisce ricorrere al paziente dialogo per coinvolgere l’interlocutore e poi indurlo a prendere posizione e fare una scelta saggia.

Di fronte ad ogni problema, egli si impegna a ricondurre il suo interlocutore alla questione più di fondo, cerca di risalire alla radice del problema. Ogni volta che è convolto in una questione umano-religiosa, egli rompe gli angusti spazi culturali entro i quali si è soliti inquadrare la questione ed offre vasti orizzonti. E’ convinto che c’è qualcosa più a monte da recuperare, qualcosa che, individuato, illumina il problema dalle fondamenta.

Gli esempi di questo particolare tratto pedagogico sono numerosi. Un giorno un tale si appellò al senso di giustizia di Gesù per dirimere una questione di eredità (Lc 12,13-21): “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma Gesù si rifiuta decisamente di intromettersi in affari del genere ma, allo stesso tempo, sollecita i due contendenti a spingere più a fondo l’analisi e tenta di far capire che non è questione di avere di più o di meno nella vita; si tratta invece di ponderare saggiamente l’uso delle ricchezze, poiché la vita non dipende dai beni!

Altrettanto egli fa con il groviglio di disposizioni legalistiche riguardanti il sabato (Cfr. Mc 2,23-28). L’episodio è semplice…innocente: i discepoli, passando di sabato in mezzo a un campo di grano, strappano delle spighe e ne mangiano i chicchi. Subito si accende una polemica moralistica tra gli uomini di legge. Ma Gesù rifiuta di farsi tirare sul terreno di una sterile controversia, e propone di risalire più a monte nel problema per riscoprire il principio: “Non è l’uomo per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. La legge è per l’uomo, perciò non può essere un giogo, bensì un dono. La legge è per la vita e la crescita dell’uomo.

Concludendo! Nell’epoca della “folla solitaria” in cui ognuno più che “parlare” è “parlato”; nella cultura contemporanea in cui, malgrado la comunicazione di massa, sono davvero pochi coloro che comunicano e molti, troppi, sono tormentati dalla solitudine; in questa nostra vita quotidiana fatta di rumori assordanti, di chiacchiere banali e vuote, di parole false e consumate dall’uso, giungono opportune le indicazioni del Maestro per imparare a liberare la parola con amore dal mondo interiore di molte persone sole, chiuse e mute e ridonare loro conforto, coraggio e amicizia.

 

 

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