Mons. Orazio Francesco Piazza

Nella lettera indirizzata alla diocesi di Viterbo per l’Avvento dal vescovo Orazio Francesco Piazza c’è presente anche se non citato espressamente, come un tessuto connettivo invisibile di un magnifico arazzo, il kerigma [dal greco κήρυγμα «proclamazione, annuncio») cioè la salvezza portata da Gesù, incarnato, nato, morto e risorto per tutti, e il compito della Chiesa, cioè nostro, di testimoniarla al mondo con la parola e con le opere, con scelte di vita conseguenti a questo dono ricevuto.

Mons. Orazio Francesco Piazza, pH Laura Ciulli
Mons. Orazio Francesco Piazza

Perché di dono si tratta, il dono dell’amore di Dio al quale dobbiamo risposte di gratitudine. E sappiamo bene dal Vangelo che amare Dio e amare il prossimo sono un unico comandamento. Tuttavia dobbiamo essere coscienti che l’amore si impara. Non solo la fede, ma anche l’indagine sulla psicologia umana ci dicono che non si può amare senza prima essere stati amati.

Beato Domenico Barberi
Beato Domenico Maria Barberi

Su questa convinzione intende improntare la propria vicenda l’associazione intitolata al viterbese Beato Domenico Bàrberi, editrice di questo giornale che se ne è assunti gli scopi con la medesima determinata convinzione. Con questo obiettivo l’associazione ha scelto di avviare una riflessione comunitaria proprio sulla lettera del suo vescovo Orazio Francesco, non solo in Avvento, ma per l’intero anno associativo. Nella lettera, infatti, ci sono indicazioni che interpellano non solo in ambito ecclesiale, ma anche in quello sociale e politico, indicazioni di stile, ma anche di approccio consapevole delle situazioni nelle quali si opera. Non si tratta di stare seduti, come per un seminario o per qualche conferenza, ma di riflettere mettendosi in cammino, di considerarsi impegnati in un pellegrinaggio alla ricerca della verità del Cristo e della Chiesa, in stile sinodale (sinodo dal greco σύνοδος significa appunto cammino insieme). In questo serve l’aiuto del magistero ecclesiale, del quale la lettera del Vescovo è una parte essenziale per un’associazione viterbese e per un giornale da essa edito a Viterbo che si definisce di ispirazione cattolica.

Del resto la lettera del Vescovo offre bastoni sufficienti per sostenersi in un cammino che va oltre questo Avvento e si proietta in un anno, il 2024, di un anno che porterà alla conclusione del Sinodo sulla sinodalità – che non è un gioco di parole, ma una scelta di senso per appunto il cammino insieme della Chiesa – e all’apertura del Giubileo 2025. Vale per tutti e vale per l’associazione intitolata al Beato Bàrberi che della sua vita fece un pellegrinaggio ecumenico verso i “fratelli separati” (l’espressione fu lui a coniarla) delle altre confessioni cristiane, in particolare di quella anglicana.

E sia lecito aggiungere al direttore di Sosta e Ripresa che vale soprattutto per un giornale come questo, magari di scarse forze e di poca incidenza, ma deciso a dare un’informazione seria e professionale, senza farsi risucchiare in quella marea melmosa e chiassosa di chi crede che basti un computer con una tastiera o una macchina fotografica o un telefono cellulare per considerarsi e magari per farsi definire un giornalista o un fotoreporter.

Soprattutto senza piegarsi a un sistema comunicativo che spinge tutti a diventare embedded (incorporati), non solo nelle vicende belliche pubblicando ogni velina dei comandi militari, ma in tutti i campi. Per esempio nel raccontare la politica come solo come uno scontro da talk show, magari finendo dall’esser cani da guardia del potere, nel senso di controllarlo, a cani che del potere abbaiano a comando. Ma anche nell’assistere passivamente ai racconti di un Sinodo come quello di uno scontro tra diversi pregiudizi o di un Giubileo che si risolve in una ripresa spettacolare dell’apertura della Porta santa in San Pietro.

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